·

La parola del Vescovo

Messa crismale: "noi presbiteri siamo bisognosi per primi di un annuncio che scavi il cuore e ci attraversi la vita"

«Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri».

Carissimi presbiteri, in questo giorno consacrato al memoriale del nostro sacerdozio, le parole della liturgia ci raggiungono come un vomere che affonda la lama nella terra e lascia il solco profondo che permetterà ad ogni seme buono di rinascere e di portare frutto alla vita della Chiesa e all’umanità “che Dio ama”.

Sì, carissimi. Il Signore ci ha chiamati, ci ha consacrati e ci ha mandati a portare un lieto annuncio ai miseri. Questa parola è prima di tutto per me vostro vescovo. Chi sono questi poveri, questi miseri?

Abitualmente noi pensiamo che siano gli altri, fuori di noi, lontani da noi. Carissimi, dopo questi anni di episcopato sento di dirvi che i poveri siamo noi: noi presbiteri siamo bisognosi per primi di un annuncio che scavi il cuore e ci attraversi la vita. Tutto ciò sarà facilitato da una vera fraternità tra di noi presbiteri, e anche di sincera e costruttiva fraternità con il laicato e con le persone consacrate con le quali siamo chiamati a vivere relazioni contrassegnate dalla fede. Non si tratta di esistere assecondando simpatie o motivi semplicemente umani, ma di vivere quella comunione fraterna che nasce dalla fede “in Gesù Cristo vero Dio e vero uomo”.

Quando parliamo di povertà e di miseria non pensiamo soltanto alle situazioni di indigenza materiale. La povertà è ambivalente: può essere una beatitudine ma anche una miseria.

Di quest’ultima vorrei parlarvi. Talvolta possiamo ritrovarci poveri e miseri quando ci lasciamo ingannare da false immagini del nostro ministero, che sono vere e proprie illusioni.

è una grande miseria cedere alla credenza che il male trionfi e che il bene sia effimero, mentre il Signore ci invia ad annunciare che Egli vince ogni debolezza! Se non crediamo siamo veramente miseri e miserabili, perché poniamo ostacoli al Signore che ci ama, e vuole che nessuno vada perduto, perché desidera salvarci!

è doveroso allora chiamare per nome alcune di queste illusioni che ci immiseriscono e che inficiano il nostro ministero impedendoci di vivere con animo grato.

La prima illusione è il perfezionismo formale e il protagonismo. Tutto deve andare bene come dico io e se io non ci sono sicuramente ci sarà il disastro. Da ciò deriva una mancanza di fiducia negli altri ma in fondo anche in noi stessi. Alla fine, poiché le cose non vanno come vorremmo noi, ci sentiamo scoraggiati e delusi. Pertanto: fidiamoci e lasciamoci salvare dal Signore!

La seconda illusione si manifesta quando non accettiamo certe nostre manchevolezze e insufficienze. è fondamentale, per me sacerdote, accettare i miei limiti accogliendo con cordialità e benevolenza le mie ombre, finanche il mio peccato, senza però giustificarlo ma ammettendolo, consegnandolo. Sono un sacerdote, non un super eroe infallibile. Sono un sacerdote, uomo e peccatore, ma graziato! Questo fa la differenza e mi avvicina a ogni persona.

La terza illusione, che può diventare tentazione, perché una grande bugia insinuata dal nemico, è la paura di essere soli, uomini soli senza qualcuno affianco come se solo un rapporto di coppia possa renderci felici. Ogni stato di vita comporta parti di felicità e situazioni di travaglio. è una illusione pericolosa pensare, ad esempio, che il celibato sia una umana incompletezza che spinge a cercare compensazioni che lasciano l’amaro in bocca e ferite profonde in noi e negli altri. Non capiremmo appieno la vita di Gesù e nemmeno quella di tanti uomini e donne del passato e del presente. Chiediamo al Signore che trasformi Lui i nostri pensieri in sapienza, dono di noi stessi, gratitudine per ciò che abbiamo ricevuto e per la vocazione di preti felici “con” e “per” gli altri! L’ingratitudine è stato il grande peccato del popolo nel deserto cosicché - dice un detto rabbinico: «resta sempre più difficile far uscire l’Egitto dalla mente, piuttosto che al popolo d’Israele uscire realmente dall’Egitto».

Dal riconoscimento della propria debolezza - la quale non è un ostacolo per Dio -, e dal superamento delle illusioni/tentazioni, nasce la gratitudine e quindi la predisposizione e la capacità di annunciare il lieto messaggio agli altri poveri come me. L’animo grato è consapevole di essere amato gratuitamente e per questo accetta di vivere anche una certa fatica, apprezza un impegno personale di gratuità, di amore e fedeltà che l’adesione alla chiamata al sacerdozio ordinato comporta.

Ogni giorno il Signore ci invita a rinnovarci, a riconoscere quanto Lui ha fatto per noi e a superare così quella solitudine del non senso, per stare in piedi - sia da soli che con le moltitudini - davanti all’Unico! La gratitudine ci rende capaci di amare in modo libero ogni persona, senza ridurre l’altro ad un oggetto di possesso.

Carissimi, viviamo con profondità il nostro sacerdozio. Il Signore ci ha chiamati, Lui ci sosterrà, se lo vogliamo. «Oltre ai compiti che sono l'espressione del ministero sacerdotale, rimane sempre, al fondo di tutto, la realtà stessa dell'«essere sacerdote». Le situazioni e le circostanze della vita invitano incessantemente il sacerdote a confermare la sua scelta originaria, a rispondere sempre e di nuovo alla chiamata di Dio. La nostra vita sacerdotale, come ogni autentica esistenza cristiana, è un succedersi di risposte a Dio che chiama” (S. Giovanni Paolo II, Lettera per il Giovedì Santo,1996). Viviamo con semplicità e gratitudine il combattimento della fede e prendiamoci cura gli uni degli altri come Gesù si è chinato su di noi fino a lavarci i piedi. La reciprocità dell’amore e della cura per la vocazione del confratello renderà questo presbiterio bello davanti a Dio e a gli uomini, ricco di quel profumo effuso su di noi per la gioia e la bellezza della Chiesa. Proprio come ha fatto Maria di Betania che riversando il profumo di nardo, olio di tenerezza e di consolazione, sui piedi di Gesù, ha permesso a tutti, peccatori, lontani e miseri, di essere sedotti da una Chiesa che è chiamata a dare il profumo della gratuità

Redazione · 6 mesi fa

La parola del Vescovo

Papa ai giovani: gridate la gioia di Cristo che il mondo ha perso

Gesù fa il suo ingresso a Gerusalemme dal monte degli Ulivi tra la folla che lo acclama: è il preludio festoso della Pasqua, compimento del mistero della morte e della Risurrezione di Cristo. Questo vive oggi la Chiesa con una liturgia solenne aperta dalla processione e dalla benedizione delle palme e degli ulivi. Il Papa la presiede prima ai piedi dell’Obelisco poi sul Sagrato della Basilica in una Piazza San Pietro assolata e gremita di fedeli di tutto il mondo e soprattutto di giovani, che celebrano la 33.ma Giornata Mondiale della Gioventù a livello diocesano.

Partendo proprio dal trionfale ingresso di Gesù, Francesco - che oggi indossa paramenti donati dai rifugiati del Pakistan- invita nell’omelia a riflettere sulla Liturgia di questa domenica che unisce “gioia e festa” di popolo, al “sapore amaro e doloroso” del racconto della Passione. In questa narrazione, fa notare, si mettono a nudo “sentimenti e contraddizioni” che spesso appartengono a “uomini e donne di oggi”:

Capaci di amare molto… e anche di odiare – e molto –; capaci di sacrifici valorosi e anche di saper “lavarcene le mani” al momento opportuno; capaci di fedeltà ma anche di grandi abbandoni e tradimenti. E si vede chiaramente in tutta la narrazione evangelica che la gioia suscitata da Gesù è per alcuni motivo di fastidio e di irritazione.

Coloro che gioiscono intorno a Gesù, spiega Francesco, sono quelli che hanno ritrovato in Lui "fiducia", “dignità”, “perdono”, “speranza”; che hanno sperimentato la Sua “compassione” e possono quindi gridare: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”. Eppure non per tutti è così:

Questa gioia osannante risulta scomoda e diventa assurda e scandalosa per quelli che si considerano giusti e “fedeli” alla legge e ai precetti rituali. Gioia insopportabile per quanti hanno bloccato la sensibilità davanti al dolore, alla sofferenza e alla miseria. Ma tanti di questi pensano: “Ma, guarda, che popolo maleducato!”. Gioia intollerabile per quanti hanno perso la memoria e si sono dimenticati di tante opportunità ricevute. Com’è difficile comprendere la gioia e la festa della misericordia di Dio per chi cerca di giustificare sé stesso e sistemarsi! Com’è difficile poter condividere questa gioia per coloro che confidano solo nelle proprie forze e si sentono superiori agli altri.

E’così, afferma il Papa, che “nasce il grido”: “Crocifiggilo!”, che non è “spontaneo” , ma è “costruito” col “disprezzo, con la calunnia, col provocare testimonianze false”: è “la voce di chi manipola" e "trucca la realtà”, di chi “incastra” gli altri per cavarsela, “per rafforzare sé stesso” e “mettere a tacere le voci dissonanti”. “Crocifiggilo!” è il grido "fabbricato dagli intrighi dell’autosufficienza, dell’orgoglio e della superbia” :

E così alla fine si fa tacere la festa del popolo, si demolisce la speranza, si uccidono i sogni, si sopprime la gioia; così alla fine si blinda il cuore, si raffredda la carità. E’il grido del “salva te stesso” che vuole addormentare la solidarietà, spegnere gli ideali, rendere insensibile lo sguardo… Il grido che vuole cancellare la compassione. Quel “patire con”: la compassione, che è la debolezza di Dio.

Unico “antidoto” di fronte a tutte “queste voci urlate”, indica il Pontefice all’inizio della Settimana Santa, è “guardare la croce di Cristo” e lasciarsi “interpellare” dal suo “ultimo grido”,un grido di amore per ognuno di noi, “santi e peccatori”, “giovani e anziani”; grido salvifico affinchè “nessuno spenga la gioia del Vangelo”, nessuno resti "lontano" dalla misericordia del Padre:

Guardare la croce significa lasciarsi interpellare nelle nostre priorità, scelte e azioni. Significa lasciar porre in discussione la nostra sensibilità verso chi sta passando o vivendo un momento di difficoltà. Fratelli e sorelle, che cosa vede il nostro cuore? Gesù continua a essere motivo di gioia e lode nel nostro cuore oppure ci vergogniamo delle sue priorità verso i peccatori, gli ultimi, e i dimenticati?

Ed è ai giovani nella 33.ma Giornata Mondiale della Gioventù a livello diocesano, che il Papa rivolge l’ultima parte della sua riflessione. E’la loro gioia cristiana, sottolinea Francesco, che dà fastidio perchè li rende non manipolabili. Per questo spesso il mondo, in modi diversi, cerca di mettere a tacere i ragazzi, “anestetizzandoli”, “rendendoli invisibili” perché non facciano ”rumore” e il loro sogni diventino “fantasticherie rasoterra, meschine e tristi”. Da qui l’appello forte del Papa proprio ai giovani a cui rilancia l'invito di Gesù nel Vangelo:

Cari giovani, sta a voi la decisione di gridare, sta a voi decidervi per l’Osanna della domenica così da non cadere nel “crocifiggilo!” del venerdì… E sta a voi non restare zitti. Se gli altri tacciono, se noi anziani e responsabili, tante volte corrotti, stiamo zitti, se il mondo tace e perde la gioia, vi domando: voi griderete?Per favore, per favore,decidetevi prima che gridino le pietre.

Redazione · 6 mesi fa