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Il Vangelo della domenica

Il vero coraggio è sapersi fidare di Dio

Nel Vangelo di quest’oggi san Matteo ci presenta come avvenne la nascita di Gesù, aiutando il lettore a capire sin da subito: chi è Gesù? Da dove viene? Come può essere “figlio di Davide”, e al contempo “figlio di Dio”? Sin dalle prime righe è chiaro: l’angelo rivela a Giuseppe che Colui che è in Maria è generato dallo Spirito Santo. E Giuseppe, prendendo con se Maria, darà al bambino la paternità legale, rendendolo così discendente della casa di Davide, mettendogli il nome “Gesù”, che significa “Dio salva”: Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati. Sì, perché Gesù è l’Emmanuele, il Dio-con-noi. Ecco la gioia del Natale: Dio che si è fatto uomo come noi, per rivelarci chi e lui e chi siamo noi, salvandoci dal peccato, dalla schiavitù del nostro egoismo, rendendoci capaci di amare! Tornando al Vangelo, ci soffermiamo sulla figura di san Giuseppe e su come ha fatto spazio a Gesù nella Sua vita: così come per Maria, non è stato semplice per questo giovane entrare nel mistero di Dio: ci è voluta tanta fede e tanto coraggio! Egli era fidanzato ufficialmente con Maria: prima che andassero a vivere insieme, la trovò incinta. Che turbamento avrà vissuto il povero Giuseppe! Che pensare? Egli amava davvero Maria, ne conosceva le virtù e avendola ascoltata, ha voluto crederle, intuendo che in tutto ciò non poteva che esserci la mano di Dio. Non solo: Giuseppe secondo la Legge avrebbe potuto denunciarla, condannandola alla lapidazione e invece, da uomo giusto, si fa da parte per non essere d’intralcio a quest’incredibile opera di Dio: si fida di Maria e non agisce per vendicare il suo “orgoglio ferito”, ma cercando in tutto la volontà di Dio e il bene dell’amata. Che esempio meraviglioso! E così la rettitudine e la carità di Giuseppe vengono premiate. Il Signore infatti gli parla in sogno, dicendogli di non temere perché veramente ciò che accade in Maria è opera Sua, e gli af-fida un compito: prenderla con sé come sposa ed essere papà del “Dio-bambino”, suo custode e modello. Emerge qui l’attenzione e l’attento discernimento di Giuseppe che si mostra tanto coraggioso, al punto di dire il suo sì a questa grandissima missione: rischia tutto il suo amore e il suo futuro sulla Parola di Dio, certo che non sarebbe stato deluso! Ecco il vero coraggio: sapersi fidare di Dio! Giuseppe mette da parte i suoi progetti per abbracciarne uno più grande, quello di Dio. Chissà con quanta premura, delicatezza e stupore si sarà accostato a Gesù: insomma, fare da papà a Dio non sarà mica stato facile! Che bello pensarlo e che aiuto per esaminarci nel nostro rapporto con Gesù: è abitudinario? Freddo? Apatico? Più che mai abbiamo bisogno dell’esempio e dell’intercessione di san Giuseppe in un’epoca in cui troppi giovani pensano solo ai loro interessi e non alla volontà di Dio, che li chiama per la salvezza degli altri; dove troppi uomini hanno abdicato il ruolo di padri, preferendo fare gli eterni figli, anzi, gli eterni infanti; o hanno svalutato il ruolo di sposi, preferendo l’immaturo latin lover; dove troppi pensano solo al lavoro, facendo mancare la loro presenza in famiglia o rendendola pesante con atteggiamenti irosi o solitari; insomma, in un epoca in cui l’uomo ha perso la gioia e il senso di essere uomo! Perciò vogliamo chiedergli di pregare per noi, perché possiamo accostarci al Signore con la stessa stima, rispetto, tenerezza e pronta obbedienza; e perché doni a tanti giovani il coraggio di puntare in alto, corrispondendo alle proposte di Dio, alte proprio perché divine!

Gigliotti Saveria Maria · 2 anni fa

Il Vangelo della domenica

Quante volte pensiamo di conoscere Dio solo perché siamo in cammino di fede da molti anni, ma in realtà è un Gesù falsato dai nostri ragionamenti

Eccoci nella domenica in gaudete, cioè della gioia. Nel Vangelo, Giovanni il Battista è in prigione: sta compiendo la sua missione e dovrà compierla fino in fondo, fino al martirio per la verità. Sentendo parlare delle opere di Gesù, manda i suoi discepoli a chiedergli: Ma sei tu quello che stiamo aspettando? Questa è una domanda profonda, che in fondo c’è nel cuore di tanti: Ma sei davvero tu Gesù quello che ci salva? Che ci dona quella pienezza di vita che il nostro cuore cerca? Sei tu quello che vale la pena seguire e ascoltare? Ma non solo: è un “sei tu” che rivela anche uno sconvolgimento in Giovanni. Giovanni aveva annunciato con tinte forti colui che viene: è il più forte, colui che compie il giudizio di Dio tagliando subito ogni albero cattivo e bruciando ogni male (3,10), e invece… l’atteso Gesù sembra non corrispondere a questo tipo di attesa! Gesù sta facendo cose diverse, non esclude e non distrugge nessuno, accoglie i peccatori, va in cerca degli ultimi, si schiera contro l’ipocrisia dei “religiosi benpensanti”… insomma, Giovanni attraversa il dubbio, un dubbio che purifica la sua fede; si apre al mistero, interroga Gesù, si fa dire da Lui chi sia veramente, senza attaccarsi alle proprie idee su Dio. Quante volte incontriamo persone che rifiutano Dio, ma in realtà rifiutano l’idea che si sono fatti di Dio; o quante volte pensiamo di conoscerlo solo perché siamo in cammino di fede da molti anni, ma in realtà è un Gesù falsato dai nostri ragionamenti; quante volte ci aspettiamo e pretendiamo che agisca in un modo, che però non è il suo modo di essere e di agire! Eh sì, ci vuole l’umiltà di lasciarci dire da Lui chi è, attraverso la Sua Parola e la Chiesa! Ecco perché Gesù dirà: beato chi non trova in me motivo di scandalo, cioè beato chi non si scandalizza del vero volto di Dio che ci rivela Gesù, quel Dio che si è fatto uomo, mite, di umili origini, che ha cercato i più lontani, che è vissuto poveramente, che è morto miseramente in croce giustifi-cando anche i suoi uccisori… che Dio distante dal nostro modo di pensarlo… Ecco, questa è la salvezza: accogliere il Signore che viene così come si rivela, non come lo pensiamo noi! E cosa fa Gesù? Lo elenca lui stesso a Giovanni: risana l’uomo nel profondo, lo perdona, lo trasforma, lo guarisce. L’uomo passa così da uno stato di incompiutezza a uno di pienezza: ecco la salvezza di Dio! L’uomo, cieco, quindi incapace di leggere i segni della presenza di Dio, vede; il sordo, incapace di ascoltare la Parola di Dio e degli altri, finalmente ode; gli zoppi, immagine di quanti zoppicano spiritualmente, camminano; i lebbrosi, immagine dei malati e degli isolati, guariscono; i morti risorgono, anche immagine di quanti sono morti nel loro peccato. Tutto questo fa Gesù se gli apriamo il cuore, se ci fidiamo della Sua Parola, combattendo contro le nostre cattive inclinazioni. Che questo tempo ci aiuti a metterci davvero in ascolto della Parola del Signore, perché ci purifichi tutte le immagini false che abbiamo di Dio e ci liberi da una vita vissuta schiavi di se stessi!

Gigliotti Saveria Maria · 2 anni fa

Il Vangelo della domenica

E' tempo di decidersi: tu cosa vuoi fare?

Il tempo di Avvento è un tempo in cui siamo chiamati a svegliarci, a prepararci non solo al Natale, ma a ciò che esso significa: l’incontro con Dio, che ci visita negli eventi di ogni giorno e soprattutto nell’ora della morte. Il Battista ci invita a prepa-raci alla visita del Signore: già nella vita se arriva un ospite e ti trova impreparato, non fai una bella figura; così e più ancora è con Signore: se ci visita e ci trova impreparati, dispersi in cose inutili o peg-gio ancora nel peccato, perdiamo grazia, gioia e salvezza. Perciò Giovanni grida: convertitevi, il regno dei cieli è vicino, cioè manca poco al suo arrivo. Convertirsi in greco biblico significa cambiare mente e vita; «è anche un appello forte a far sorgere dalle ceneri di una religione incolore, inodore e insapore, una fede operosa e impegnata» (G. Ravasi), rendendosi conto che l’arrivo del Signore è imminente: perciò ci fa bene chiederci: ma io sono pronto a incontrarlo? Gesù in me che cuore trova? Pieno di che? E citando il profeta Isaia, Giovanni prosegue: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. Questi termini nell’Antico testamento indicano la legge del Signore: è come se Giovanni ci dicesse: raddrizzate la Via di Dio, smettetela di storpiarla, addomesticando la Sua Parola, cercando di adattare la Sua volontà alle vostre esigenze. Quante volte banalizziamo i comandamenti, riducendo il Vangelo a una pianta da potare: questo sì, questo no.. questo mi piace.. quello no… pregare sì, perdonare no.. fare l’offerta sì, smettere di imbrogliare no.. andare a messa sì, smetterla con la sessualità disordinata no.. andare ai ritiri sì, rispondere alla chiamata di Dio no.. C’è invece da mettersi davanti a Lui, davanti alla Sua Parola, tornando a guardare la volontà di Dio su di noi: ma tu chiedi al Signore cosa voglia da te? Giovanni, uomo austero grida dal deserto, invitandoci a tornare a una relazione più intima con Dio: quanti si sono annacquati e intiepiditi? Forse anche tu un tempo cercavi di più il Signore, vivevi una maggior intimità con Lui, hai persino intuito cosa volesse da te, ma poi.. hai addomesticato le Sue vie, cercando di adattarle alle tue! Razza di vipere, come pensate di sfuggire dall’ira divina? L’ira divina è un termine ebraico che ci dice che Dio non è indifferente, che i nostri atti han-no delle conseguenze: le cose fatte male e i peccati causano dolore a noi e agli altri. Se abbiamo fatto soffrire qualcuno e non ci pentiamo, pensiamo forse che Dio non ami quella persona? Che non le renderà giustizia? Non è vero che fare il male o il bene è lo stesso: quante volte già nella vita ci troviamo a pagare le conseguenze dei nostri errori? Questo ci fa bene, perché ci fa aprire gli occhi sulla verità delle cose: la vita è un dono che non va sprecato, anzi, va vissuto e donato! Sta venendo il liberatore, colui che brucia le scorie, che fa chiarezza, che libera da ciò che non è buono. è tempo di decidersi: c’è chi vuol restare nell’ambiguo, nel torbido, nell’egoismo, rifiutando il Messia, e chi invece vuol approfittare di questo tempo di grazia per semplificarsi, per ritornare in sé stesso, staccandosi dal male, e decidendosi per il bene. E tu, cosa vuoi fare?

Gigliotti Saveria Maria · 2 anni fa

Il Vangelo della domenica

Essere cristiani non significa fuggire dal mondo

Eccoci all’inizio di un nuovo anno liturgico, l’anno A. Con oggi inizia un tempo prezioso, quello dell’avvento, che significa “venuta-attesa”. Ha una doppia caratteristica: ci prepara alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio, ed è un tempo che ci guida soprattutto nell’attesa della seconda venuta di Gesù alla fine dei tempi e della storia, invitandoci a riconoscere nell’oggi la sua presenza nascosta nei sacramenti, nella parola e negli altri (specialmente nei poveri e nei soli). In questo Vangelo, Gesù ci parla della sua venuta finale: come sarà? Come ai giorni di Noè dice, quando stava per avvenire un cambiamento, ma ognuno, incurante, pensava solo alla sua routine quotidiana: a mangiare, a bere, a prendere moglie e marito. Cose in sé certamente buone, ma che qui diventano il fine e il centro di tutto. C’è chi vive pensando di non finire mai, alla continua ricerca di saziare i propri appetiti, alla strenua degli animali! C’è poi chi assolutizzando ansie e problemi, come se davanti a una difficoltà tutto fosse ormai finito, finisce per gettarsi tra le braccia della depressione. Ma non è così: tutto né finisce qui, né è in sola funzione dell’oggi terreno, ma tutto è in funzione del Signore. Stiamo andando incontro al Signore: in quel giorno uno verrà preso e l’altro lasciato, nonostante stessero facendo le stesse cose (chi al lavoro, chi in casa). In che senso? E in base a cosa? A seconda di come ha vissuto, all’adesione o meno a Cristo, dunque all’amore e alla verità, adesione questa che avviene nel cuore, nell’interiorità e che un giorno sarà chiara e palese davanti a Dio. Le decisioni dell’oggi, pesano sulla nostra storia e su quella degli altri, così come sul nostro domani. Essere cristiani non significa fuggire dal mondo rifugiandosi in un ipotetico futuro, ma vivere in pienezza il nostro oggi! Dunque Gesù ci chiama ad essere uomini e donne mature, che sanno di aspettare qualcuno, consapevoli che della loro vita e delle loro azioni dovranno renderne conto. Questo non è per metterci in ansia, ma è la pura e semplice verità. Sappiamo di andare incontro a Dio, padre misericordioso e giusto, che prende sul serio la nostra preziosa vita. Ricordarcelo significa riscoprire ciò che conta realmente nella vita, per non dissiparci in mille cose inutili ed essere attenti a ciò che vale; in una parola, essere vigilanti! Perciò questo testo ci dice come vivere meglio: vivere per l’ultimo giorno, non assolutizzando le cose che finiranno, pensando a ciò di cui non mi dovrò pentire, vergognare. Quante volte ci troviamo davanti a scelte difficili: come decidere? Io devo decidere scegliendo di stare dalla parte del bene, dalla parte di Dio, perché solo nel bene mi realizzo veramente e sono libero. Pregare, discernere e fare solo ciò che vale, chiedendoci prima di ogni azione: ma quest’atto, questo pensiero, dove mi porta? A ciò di cui mi potrei vergognare o al bene? E di conseguenza, mettercela tutta vivere ciò che mi realizza veramente. Ecco un bel programma per questo tempo di avvento! Impariamo a vivere nell’attesa della venuta del Signore, certi che, se lo amiamo, la sua venuta non sarà come quella di un ladro che viene a rubare qualcosa, ma come la venuta dell’Amante tra le braccia del quale non vediamo l’ora di andare!

Gigliotti Saveria Maria · 2 anni fa

Il Vangelo della domenica

"Oggi sarai con me in Paradiso"

Oggi siamo nell’ultima domenica del tempo ordinario, dove festeggiamo la solen-nità di Cristo Re dell’universo. Come ci aspetteremmo la descrizione di un re? Forse una scena gloriosa, esaltante; e invece come vediamo il nostro Re in questo Vangelo? Lo vediamo crocifisso e deriso da tutti. Ma siamo sicuri che è Lui il Signore di tutto l’universo? Innanzitutto san Luca non dipinge la scena di un fallimento, ma ci mostra la gloria dell’amore che vince tutto. Gesù ha tutti contro: popolo, capi religiosi, soldati, persino un ladrone, che lo invitano tutti a fare una cosa: salvare se stesso! Hai salvato tanti, mettiti ora al sicuro tu, no? Scendi da quella croce, facci vedere chi sei davvero, pensa per una volta a te, usa per te le tue capacità! In queste parole scorgiamo la tentazione del maligno che incita Gesù a non pensare al bene degli altri, ma al suo! Ma perché Gesù non lo fa? Semplice: perché non è venuto sulla terra per salvare se stesso, ma noi. Tutta la sua vita è un continuo e totale atto di amore, e mai di egoismo! In questa scena inoltre ci sono diversi personaggi, che ci aiutano a riflettere sul nostro modo di concepire il Signore. La folla guarda, senza prendere posizione, cercando di capirci qualcosa. I capi religiosi riconoscono che Gesù ha salvato altri, ma lo invitano a salvare se stesso, della serie: cerca un po’il tuo interesse, fai della tua fede un’oasi di benessere, per apparire un po’, per cercare un po’di vanagloria, concezione simile è quella dei soldati, che ragionano con un’ottica di potere mondano: salvati, pensa al tuo bene, non a quello degli altri. Ma Gesù mostra un altro potere: non quello di chi domina mettendo in croce gli altri, ma quello di chi sa amare fino alla croce, donandosi fino in fondo per gli altri! Infine, abbiamo due uomini crocifissi con Lui, sono due briganti. Uno dei due vive questo momento con rabbia: in un certo modo riconosce Cristo, ma gli dice: dato che lo sei, salva te stesso e poi anche noi. è il grido disperato di quanti nella prova chiedono: se ci sei e puoi tutto, fa qualcosa! Cioè toglimi questo problema, tirami adesso fuori di qui! Ma a queste parole - di chi percepisce un Gesù che viene con potenza -, come a quelle dei primi personaggi, Gesù non risponde; risponderà solo all’altro ladrone. Costui intuisce che in Gesù c’è qualcosa di misterioso, di grande: non sta morendo disperato, non risponde al male col male, ma è lì, sofferente e silenzioso, che addirittura scandisce parole di perdono per i suoi carnefici. Il buon ladrone capisce che Gesù per morire in questo modo, per amare in questo modo, non solo possiede una certezza grande per il futuro, ma Lui stesso è qualcuno di misteriosamente grande, il vero Re d’Israele. Diversamente dal primo, egli riconosce le proprie colpe, confessa l’innocenza di Gesù e si affida a Lui, non chiedendogli una risoluzione dei problemi nell’immediato, ma di ricordarsi di lui quando sarà nel suo regno. La risposta di Gesù va ben oltre la richiesta e gli dice: “Oggi sarai con me nel paradiso”. Gesù sa che dopo la morte entrerà subito nella piena comunione col Padre e lo può promettere anche agli altri! Oggi sarai con me nel paradiso. Un ladro è il primo vero “pentito” a entrare in paradiso! Ma non solo: questa frase ci dice anche come il futuro irrompe nell’oggi: aprirmi alla relazione con Dio, significa sperimentare oggi la sua pace pur in mezzo alle sofferenze. Cosa può trasformare un luogo che è patibolo, come una malattia o un tradimento, in paradiso? Lo stare con Cristo. è lui il nostro cielo! Dunque chi è il nostro Re? Uno che ci ama da morire, che non pensa mai a se stesso ma a noi; un re che non ci toglie dalla croce, ma attraverso di essa ci dà la gloria, il paradiso!

Gigliotti Saveria Maria · 2 anni fa

Il Vangelo della domenica

Il Signore è venuto a salvare ciò che è perduto

Il Vangelo di questa domenica ci parla di una conversione meravigliosa, quella di un “caso disperato” come Zaccheo, il cui nome significa “puro”, ma che di puro, aveva ben poco! Era infatti capo dei pubblicani, ovvero di quegli ebrei che collaboravano con i romani riscuotendo (con salati interessi) le tasse doganali; costoro erano ritenuti peccatori senza alcuna possibilità di salvezza. E non solo: era anche ricco, come a dire che era uno egoista, un “potente” che cercava solo il proprio interesse e chissà, forse era stato disposto a tutto per raggiungerlo. Insomma, Zaccheo è un piccoletto che incute timore, ma che è fondamentalmente solo. Così è per tanti che si sentono potenti per ciò che hanno o per l’oppressione che esercitano sugli altri: alla fine sono persone sole, lontane dalla salvezza, attorniate da gente che spesso gli sta vicino solo per interesse! Zaccheo sente che sta passando Gesù e qualcosa si muove nel suo cuore: una curiosità, forse una speranza di vita nuova. Il Vangelo ci dice che desidera vedere chi è Gesù, lasciando trasparire il desiderio di una conoscenza profonda di Lui. Ma ha un problema: è basso di statura e inoltre la folla gli impedisce di vedere Gesù: proprio quella folla che lo fa sentire temuto e rispettato, è in realtà un ostacolo alla sua ricerca di verità, di pienezza. Che fa allora Zaccheo? Esce allo scoperto: non gli interessa di fare “una figuraccia” e pur di vedere Gesù, corre e si arrampica su un albero di sicomoro. E anche Gesù, che non si ferma al giudizio este-riore su di lui, manifesta il Suo desiderio di incontrarlo; due desideri si incontrano nell’unico desiderio di salvezza! Zaccheo è folgorato: pensava di essere lui alla ricerca di Gesù e invece si accorge che Gesù già lo conosce (Zaccheo scendi…). Ed ecco che, in fretta e pieno di gioia, subito lo accoglie, e la sua vita viene tra-sformata, aprendosi finalmente alla gioia del dare! Cosa fa cambiare Zaccheo? L’accoglienza incondizionata da parte di Gesù: Zaccheo si sente amato, conosciuto; lui nemmeno si conosceva veramente. è solo consapevole dei suoi limiti, della sua posizione sociale che lo rende temuto ma fondamentalmente solo e disprezzato, e delle etichette che gli hanno appiccicato: è un peccatore, e lui lo sa. Gesù invece gli rivela la sua vera identità! Zaccheo non è dunque un peccatore perso, non è la somma dei suoi errori, ma è un figlio bene-detto, prezioso agli occhi di Dio. è vero, ha sbagliato, ma ha dentro di sé, come tutti, una bellezza che non sapeva di avere ed è Gesù che gliela rivela! Ora Zaccheo può cambiare. Si rende conto che quello che prima riteneva prezioso, quello per cui aveva speso la vita e causato chissà quante sofferenze, è un nulla; perciò non solo dona la metà dei suoi beni ai poveri, ma è pronto a restituire fino a quattro volte tanto, ben più di quanto prescriveva la legge. è ora un uomo nuovo, trasformato. è l’incontro col Signore che lo cambia, è finalmente salvo: è entrato nella logica del donare e non più in quella dell’avere che distrugge le persone, rendendole schiave. è davanti a questo amore che tutti possono cambiare, un amore che come cristiani siamo chiamati ad annunciare e testimoniare, senza correre il rischio di rinchiuderci tra noi, sentendoci la cerchia dei salvati, o andando solo in cerca di quelli che secondo noi sono “bravi”; no, il Signore è venuto a salvare ciò che è perduto, e ci invia a proseguire la sua opera, andando in cerca di tutti!

Gigliotti Saveria Maria · 2 anni fa

Il Vangelo della domenica

Quante volte anche noi, per sentirci bravi, per “sollevarci un po’”, giudichiamo e disprezziamo gli altri?

Gesù continua a farci “scuola di preghiera”; oggi ci dice che per pregare, cioè per ri-volgerci a Dio, è fondamentale l’umiltà, per non cadere nella presunzione di essere giusti e di disprezzare gli altri. Nella parabola ci sono due uomini, il fariseo e il pubblicano, che vanno al Tempio per pregare. Il pubblicano sta al fondo, a distanza, non si sente nemmeno degno di alzare lo sguardo verso Dio; si batte il petto, riconoscendosi giustamente peccatore e dice: abbi pietà di me… Il termine in greco non indica solo il chiedere perdono, ma di essere purificato, redento, di essere trasformato interiormente, di poter vivere una vita diversa, più bella. I pubblicani erano ebrei che lavoravano per i romani e riscuotevano le tasse sull’importazione e l’esportazione delle merci. Su queste tasse, a loro libero arbitrio, mettevano degli interessi, spesso eccessivi, per il loro guadagno. Costui però ha capito e chiede a Dio “una vita nuova”. La sua preghiera è bella, semplice, umile, bussa al cuore di Dio e ottiene: torna a casa diverso, perdonato, trasformato, giusto! I farisei erano stimati dal popolo, perché erano gli “osservanti”, coloro che mettevano in pratica con minuzia tutta la Legge. Quest’uomo, ritto in piedi, inizia dicendo: o Dio ti ringrazio… quindi inizia facendo risalire in un certo modo la propria giustizia a Dio, ma questa consapevolezza poi la perde per strada: ti ringrazio perchè io non sono come quello, Io faccio questo e questo… e inizia ad elencare con vanto tutto quello che fa: sono cose senz’altro buone, anzi fa persino più di quanto richieda la legge (digiuna due volte e non una, paga la decima su tutti i prodotti anziché solo su alcuni – cfr Dt 14,22-29), ma per queste opere si ritiene giusto, “alla pari di Dio”. Sì, egli non si aspetta nulla da Dio, si sente a posto così: non chiede né misericordia, né aiuto, si sente già salvo, mentre invece la salvezza è un dono che solo Dio può accordare e va chiesta con tanta umiltà! Qui Gesù indica un pericolo sottile: che la buona azione, la preghiera, l’andare a Messa, che sono tutte cose giuste e sante, diventino la nostra giustificazione: io sono giusto, sono salvo perché faccio queste cose, e non per l’amore e la misericordia di Dio, della quale ho sempre bisogno e alla quale cerco di corrispondere! Egli dunque sembra che preghi, dando gloria a Dio, ma in realtà si autoglorifica! è lui il centro di tutto, cade in un sottile narcisismo. E qui veniamo al secondo punto importante: il fariseo pensandosi giusto, si sente in diritto di disprezzare l’altro, e viceversa: disprezzando l’altro, si sente ancora più giusto! Quante volte anche noi, per sentirci bravi, per “sollevarci un po’”, giudichiamo e disprezziamo gli altri? Magari con sottile ironia? Eh sì, parlare delle malefatte e dei difetti altrui, ci fa sentir meglio! Questo è senz’altro un modo “peccaminoso e sbrigativo” per tirare a campare, per non affrontare le nostre miserie, per non metterle davanti al Signore. Noi vogliamo sempre apparire bravi, ci dà persino fastidio chiedere perdono a Dio, quasi che questo ci sminuisse. Noi possiamo vivere così la nostra vita cristiana, senza fare un passo in avanti dopo 30 anni di cammino di fede (presunto), sentendoci erroneamente a posto, e guardando sempre a chi sta messo peggio. Quanti sentendosi cristiani giusti, screditano gli altri e poi cadono più in basso di coloro che giudicano. Impariamo invece a metterci davanti a Gesù, a misurarci con Lui, senza confrontarci con gli altri, riconoscendo il bisogno che abbiamo del Suo amore e della Sua misericordia. Allora torneremo a casa giustificati, salvati dalla Sua misericordia, e resi capaci di usar misericordia verso gli altri.

Gigliotti Saveria Maria · 2 anni fa

Il Vangelo della domenica

Siamo cristiani d'occasione?

Gesù ritorna sull’importanza della preghiera perseverante. San Luca già ce l’aveva trasmesso con la parabola dell’amico importuno che bussa di notte. Gesù ci dice di pregare sempre: ma subito rischia di affacciarsi un pensiero che ci distoglie dalle sue parole: ma come posso pregare sempre? Ho da fare! E poi chi ce la fa? La parola “sempre”, in greco, è pantotè, e significa sia “sempre” e sia “per qualsiasi necessità”; aggiungendo “senza stancarsi mai”, Gesù ci dice di non smettere, di insistere. D’altronde quando ci serve qualcosa che riteniamo importante, alle persone siamo capaci di fargli “una testa così”! E questa insistenza deve perdurare anche quando a volte ci sentiamo delusi nel constatare che Dio sembra non intervenire, continuando a fidarci ostinatamente di Lui. Siamo dunque invitati a fidarci sempre, a non smettere di chiedere a Dio quanto ci necessita, anche se veniamo a trovarci in un contesto dove, nonostante le tante preghiera (anche se a volte preghiamo giusto due minuti al giorno), sembra non smuoversi nulla. Sì, perché è facile che in questi casi si affacci la tentazione di pensare: “Ma tanto non mi sente... non serve a niente... lasciamo perdere!”. Oggi invece il Signore ci invita ad insistere, perché si accresca in noi il desiderio di Lui, del suo regno, per essere poi più capaci di accoglierlo, certi che Lui ci dà quello che serve per la nostra salvezza e per il nostro vero bene! Successivamente, Gesù con la parabola evidenzia qualcosa in più: non solo la preghiera insistente, ma soprattutto il comportamento del giudice, cioè la prontezza di Dio nel far giustizia ai suoi eletti. La vedova è certa che prima o poi sarà esaudita. Ora, se il giudice, che nella parabola è un uomo cattivo che non teme Dio né si cura di alcuno, alla fine acconsente alla richiesta della vedova di farle giustizia, tanto più Dio, che è buono, esaudirà le richieste di noi, suoi figli. Il vero problema dunque, non è se Dio faccia giustizia sulla terra: quello è certo. Il vero problema è se quando Gesù tornerà sulla terra, troverà ancora la fede. Come a dire: tranquillo, che Dio il Suo lo fa. Ma tu hai fede? Ti fidi realmente, sapendo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio? (Rm 8,28). Il tuo lo stai facendo per edificare il Suo regno d’amore, vivendo il Vangelo? Per esempio, non si risolve una situazione con delle persone: ti stai fidando del Signore? Stai pregando per loro? Stai dando loro modo di cambiare con il tuo atteggiamento cristiano? O siamo cristiani d’occasione, quando conviene, quando le cose vanno come diciamo noi? Di fronte all’apparente “assenza o silenzio” di Dio, siamo chiamati a rispondere con la preghiera fiduciosa in Lui, senza pretendere che le cose cambino e vadano come diciamo noi, volendo sostituirci a Dio. Il re-gno è di Dio, non dell’uomo, e anche i tempi sono di Dio.

Gigliotti Saveria Maria · 2 anni fa