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Lavoro e Sviluppo

Vittadini: Così il non profit può salvare i servizi sociali

di Giorgio Vittadini (Presidente Fondazione per la Sussidiarietà)

In un momento in cui i soldi vengono a mancare e il debito pubblico rischia di paralizzare il Paese, c'è un modo per evitare che le persone più deboli si vedano private di una copertura sanitario-assistenziale dignitosa? Oppure dovrà calare l'attenzione sulla qualità dei servizi di welfare il cui bisogno in una società moderna è sempre più complesso e differenziato? Una cosa è certa: come farebbe un buon padre di famiglia, non si potrà più rinunciare a valutare qualità ed efficienza dei servizi per poter allocare le risorse in modo congruo ed evitare gli sprechi.
Ma, a differenza di quanto accade in altri settori di interesse pubblico, per i servizi sociali oggi non esistono in Italia pratiche consolidate di rilevazione dei costi, di analisi di efficienza "micro" (ovvero a livello delle singole organizzazioni) e metodologie condivise per la loro valutazione. Non solo: nonostante il welfare italiano sia popolato da iniziative private di interesse pubblico, nate storicamente dal tessuto sociale, nell'immaginario collettivo "pubblico" coincide ancora con "statale".

Per questo il Rapporto Sussidiarietà e… qualità nei servizi sociali, realizzato da Fondazione per la Sussidiarietà con i ricercatori del Politecnico di Milano, propone un innovativo metodo di valutazione dei servizi di welfare, pubblici e privati, che risponda allo scopo di verificarne l'utilità per i cittadini e la capacità di farlo in modo efficiente. Dall'analisi condotta sui costi di housing universitario, asili nido, cura degli anziani, riabilitazione, housing sociale è stato possibile confrontare l'efficienza nell'offerta del servizio delle organizzazioni private non profit e degli enti pubblici: i costi delle organizzazioni non profit risultano in media inferiori del 23% (tra il 17% per l'housing universitario e il 41% per gli asili nido) ai costi unitari delle organizzazioni del settore pubblico, senza che questo significhi una minore attenzione alla qualità. Al contrario, nelle istituzioni non profit esaminate la qualità dei servizi, con riferimento alla soddisfazione degli utenti o delle loro famiglie, risulta molto simile a quella degli enti pubblici o perfino leggermente superiore. In una scala da 1 a 10, il punteggio è di 8,25 per le organizzazioni non profit e di 7,66 per le realtà pubbliche.

Il Rapporto, come detto, compie un iniziale passo nel colmare la lacuna creata dalla ridotta disponibilità di informazioni sui costi dei servizi sociali. Ma a cosa è dovuta questa carenza? I servizi alla persona non sono beni come le automobili e nemmeno servizi come ad esempio una fornitura di gas, ma, come gli altri servizi alla persona del comparto welfare, quali l'istruzione e la sanità, sono servizi "relazionali": per essere prodotti richiedono una calibrazione dell'intervento rispetto alle esigenze dell'utente e la collaborazione di quest'ultimo; non è dunque possibile standardizzarne la produzione e pre-definirne completamente la qualità secondo criteri oggettivi.

questo un fattore che spiega la significativa presenza delle organizzazioni private non profit nel settore. Infatti, data la centralità e la soggettività del rapporto tra erogatore del servizio e utente, in queste realtà rivestono grande importanza, insieme alle competenze professionali degli operatori, la "mission" dell'organizzazione che offre il servizio e le capacità di coinvolgimento e immedesimazione con l'utente, il quale si sente a sua volta corresponsabile della risposta al proprio bisogno.

L'indagine qualitativa sulle realtà non profit contenuta nel Rapporto porta significative evidenze del ruolo svolto dalla visione dei fondatori e dalle competenze sviluppate nel corso del tempo da gestori e personale. Dallo studio emerge che i fattori che ne decretano il successo sono: centralità della persona intesa come sensibilità nel leggere i bisogni degli utenti; costante tendenza al miglioramento della qualità e alla crescita professionale; coinvolgimento responsabile nella vita dell'opera di tutti coloro che a vario titolo ne sono implicati; disponibilità a valutare e a farsi valutare; partecipazione attiva in una rete di relazioni con soggetti pubblici e privati nella realtà del territorio.

Quanto emerge mette in luce l'importanza della sussidiarietà, il principio che valorizza le iniziative di bene comune che nascono "dal basso", in prossimità al livello in cui si genera il bisogno, come sono tradizionalmente nel nostro Paese le realtà non profit. Il presente studio conferma il vantaggio che tale prossimità dei soggetti non profit offre, rendendoli più capaci di interagire con l'utente e con la rete di soggetti istituzionali e non, per individuare soluzioni ad hoc, flessibili e variegate, oltre che capaci di realizzare uno "scouting" dei bisogni, una loro individuazione e rilevazione in tempi molto prossimi al loro sorgere. L'indagine qualitativa conferma anche che l'approccio sussidiario porta con sé una naturale propensione al coinvolgimento di soggetti esterni, al nesso col territorio, alla costruzione di reti di operatori, utenti e stakeholder.

In una parola, la sussidiarietà si presenta come un reale e potente alleato dello Stato nell'assolvimento di una parte cospicua, e centrale, delle sue funzioni. Questo impone un ripensamento del concetto di servizio pubblico alla persona, più rilevante della distinzione tra gestione privata e gestione statale, che valorizzerebbe la convivenza tra realtà di diverso tipo, attivando processi maggiormente concorrenziali e un innalzamento della qualità del servizio. Inoltre, l'esperienza dei servizi sociali del privato non profit mostra come sia priva di fondamento l'opposizione tra attenzione ai bisogni della persona e apertura al "mercato", inteso come spazio nel quale misurarsi con le domande emergenti di servizio e con la capacità di scelta degli utenti e delle istituzioni che li rappresentano, senza ricercare protezioni.

è solidarietà, infine, la parola chiave che deve guidare un percorso di indagine sul welfare. Solidarietà come impegno verso una maggiore giustizia sociale, realizzata attraverso la presenza di diversi operatori, differenti per approccio al servizio ma comparabili in termini di prossimità alla persona, di efficacia e di efficienza. L'attenzione a un oculato controllo della spesa destinata ai servizi, oltre che alla loro qualità, è l'elemento ormai imprescindibile attraverso cui liberare risorse da destinare alle fasce più bisognose della popolazione. Porre ancora in contrapposizione pubblico e privato non profit è quindi un anacronismo da superare: la sussidiarietà, oltre che il riconoscimento di quanto di buono c'è in atto nella società, è una necessità imposta dalla crisi e dal bisogno di giustizia sociale.

Redazione · 5 anni fa

Lavoro e Sviluppo

Agorà per l'apprendimento permanente

Le proposte durante il Salone dell'Orientamento a Reggio Calabria

A Reggio Calabria al Salone Nazionale dell’Orientamento, in un fine novembre particolarmente uggioso e dove anche Nettuno si era messo di traverso per far levare le tende degli stand un giorno prima, vi erano tantissimi giovani a gremire finanche le scale dell’Auditorium di Palazzo Campanella: si stava parlando di Youth Guarantee, la Garanzia per i Giovani, un nuovo diritto europeo che sarà attuato fin dai primi mesi del prossimo anno.
Sul banco dei relatori due autorità di gestione particolarmente prestigiose, l’avv. Bruno Calvetta del POR calabrese e la dr.ssa D’Angelo del PON nazionale del Fondo Sociale Europeo: ma non erano da soli, le linee progettuali di questa nuova grande iniziativa europea, si alternavano ai racconti, alle esperienze ed alle legittime aspettative di tanti giovani studenti. Insomma un confronto di alto profilo e qualità. Intanto prendete bene nota: la raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea del 22.04.13 invita tutti gli stati membri a “garantire ai giovani con meno di 25 anni un’offerta qualitativamente valida di lavoro, proseguimento degli studi o formazione, apprendistato o tirocinio entro 4 mesi dall’inizio della disoccupazione o dall’uscita dal sistema di Istruzione”. Un’innovazione importante di sostegno alle politiche giovanili per fronteggiare il fenomeno dei NEET (giovani di 15-24 anni non impegnati in attività lavorativa né inseriti in un percorso scolastico o formativo, circa 1,27 mln in Italia), finanziata con una linea di intervento specifica (Youth Employment Initiative) per la quale l’UE ha stanziato 6 mld di euro. Un’apposita struttura di missione, costituita dai ministeri competenti, enti ed agenzie nazionali e dalle regioni, sta definendo il piano di attuazione italiano che prenderà avvio all’inizio del prossimo anno e la Calabria questa volta è già sulla linea di partenza. “Il sogno, l’idea, il progetto” era lo slogan del Salone, noi lo abbiamo così reinterpretato: “Se coltiviamo gli stessi sogni, aspettiamo le tue idee, per costruire i nostri progetti !”. Si, perché l’iniziativa ha assunto non solo il carattere forte della cooperazione tra istituzioni, ma anche quello ancora più decisivo della partecipazione tra i cittadini – giovani in questo caso - e le amministrazioni. Vere dinamiche di confronto, dialogo e progettazione congiunta in tante sessioni di lavoro. Ad esempio con i PLL (Piani Locali per il Lavoro) che sono strumenti di attuazione delle politiche attive per l’occupazione in una prospettiva di sviluppo locale, in grado di intercettare le reali potenzialità di miglioramento del territorio e di collegarle alla capacità dei luoghi di fare comunità, generando efficienza, competitività, buona occupazione e potenziamento dei sistemi produttivi. Qui gli interlocutori privilegiati sono i punti forti del tessuto produttivo regionale, o meglio, quelli maggiormente propensi al gioco di squadra, orientati a fare rete, cluster, filiere o micro filiere, ed è in questo scenario che si deve inserire la migliore offerta di professionalità da parte del nostri giovani. Ma l’interesse dei giovani è stato altissimo anche per termini come Competenze Chiave, Certificazione, Apprendimento Permanente (che manda in pensione il vecchio concetto della formazione ). Non per nulla tra gli stand spiccavano le vele della Certificazione delle Competenze: in questo ambito, recenti innovazioni normative (dalla legge 92/12 al successivo d.lgs. 13/13) hanno finalmente tracciato un nuovo quadro nazionale che appare sempre più orientato verso la piena affermazione del diritto all'Apprendimento Permanente per ogni Cittadino. Dopo anni di incertezze e difficoltà di scambio e cooperazione anche a livello istituzionale, a vari livelli di governo -europei, nazionali, regionali - si sta infatti operando per introdurre su tutto il territorio nazionale nuovi processi di servizio per accompagnare davvero il cittadino nel suo sviluppo sociale e professionale. La sessione su “Certificazione delle competenze e apprendimento permanente: esperienze a confronto”, rivolta ai tecnici ed agli operatori di settore, è stato un importante momento di dibattito per riflettere sulle impostazioni regionali e sulle innovazioni in atto, messe a confronto anche in ambito nazionale, ad esempio sul Libretto Formativo del Cittadino per il quale la Toscana rappresenta l’esempio più compiuto a livello paese. Ma come Calabria non siamo stati da meno sul piano delle progettualità anche più innovative, dal network Color sulle metodologie ECVET (per il riconoscimento delle competenze acquisite tramite esperienza lavorativa) al gemellaggio Tos.Ca. (ora impegnato per integrare i servizi sociali territoriali con quelli per l’occupabilità), al Web Learning Group su piattaforma e-learning Trio, fino ai progetti di mobilità transnazionale per gli operatori del sistema regionale. E forse l’innovazione più importante consiste proprio nel metodo nuovo che stiamo portando avanti, quello dell’Agorà, un metodo di progettazione partecipata che è stato attuato anche nella sala al centro del Consiglio Regionale, la sala Agorà appunto ! In questo spazio nuovo, il “Laboratorio dell’Agorà“, gestito ed animato da parte di chi sta già operando a livello regionale (con in prima fila chiaramente il gruppo Standard PFC ), si è avuto un confronto aperto e diretto con gli operatori di settore - dai centri per l'impiego, alle agenzie formative, alle istituzioni scolastiche ed universitarie per affrontare insieme i problemi di integrazione del mondo del Lavoro con quello dell'Education ed arricchire le progettualità in atto per lo sviluppo del sistema regionale di Apprendimento Permanente. Anche se il post-it più bello è venuto da un tavolo formato soprattutto da studenti: “ Vogliamo una scuola a forma di Agorà !”, mentre ovviamente i loro professori erano già ai margini del confronto !

Redazione · 5 anni fa

Lavoro e Sviluppo

Giovani e lavoro: il Mezzogiorno e la Calabria hanno bisogno di loro

Giovani e lavoro: il Mezzogiorno e la Calabria hanno bisogno di loro

C’è un dato che, più passano i mesi, e più diventa allarmante: si tratta del tasso di disoccupazione giovanile in Italia che è talmente cresciuto attestandosi su valori record di oltre il 40%.
Lo attesta l’Istat per il mese di novembre appena trascorso, ma lo confermano gran parte degli studi sull’andamento dell’economia italiana e del mezzogiorno soprattutto, dove si concentra la fetta maggiore di questa percentuale.

“Per le nuove generazioni del Mezzogiorno – si legge nel Rapporto 2013 dell’Associazione per lo sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno (SVIMEZ) sull’economia del Mezzogiorno - continuano a essere sbarrate le porte d’accesso al lavoro, la durata della disoccupazione si è allungata, così come la transizione scuola-lavoro. Il tasso di disoccupazione degli under 35 è salito nel Mezzogiorno al 28,5%, dieci punti in più rispetto al 2008”.

Caso unico in Europa, l’Italia continua purtroppo a presentarsi come un Paese spaccato in due sul fronte migratorio: a un Centro-Nord che attira e smista flussi al suo interno corrisponde un Sud che espelle giovani e manodopera senza rimpiazzarla. Le migrazioni dal Sud al Centro-Nord hanno perso la connotazione di massa come negli anni ’50 e ’60 e hanno assunto caratteri più selettivi. Oltre a questa mobilità unidirezionale, altrettanto tipicamente italiano è la presenza, accanto a trasferimenti permanenti di residenza anagrafica, di trasferimenti “temporanei”, i cosiddetti pendolari di lungo raggio, che fisicamente lavorano e vivono per buona parte della settimana al Centro-Nord, ma che mantengono casa e famiglia al Sud.

La Calabria fa emigrare quasi il 30% dei propri “cervelli” non solo al Centro Nord, ma anche e soprattutto all’estero. Non riuscire a trattenere i giovani migliori significa perdere quel capitale umano fondamentale per far partire un reale processo di cambiamento e di svolta per una terra che si caratterizza per ritardi e croniche criticità strutturali e di sistema.

Una disoccupazione giovanile entro 24 anni pari al 53%, inoltre, in un contesto di crisi che fa segnare sempre indicatori negativi con caduta del 3% del PIL regionale, agisce da amplificatore di un disagio sociale ormai evidente e dalle inevitabili ripercussioni sulla tenuta del tessuto socio-economico calabrese.

Sono i primi segnali di una situazione che, mese dopo mese, si sta ulteriormente aggravando. Ecco perché occorre la messa in cantiere di politiche che sappiano ridare coraggio e speranza, valorizzando le tante competenze presenti, trattenendo in loco i giovani e mettendoli al servizio di progetti concreti di crescita, investendo realmente sulle innumerevoli specificità territoriali che possono trarre linfa vitale dalla loro energia creativa e dal loro dinamismo: la politica di coesione 2014-2020 potrebbe rappresentare l’avvio finalmente di un corto circuito virtuoso tra gli attori istituzionali, sociali, economici, culturali che guardino alla Calabria e al Sud, nell’ultima occasione rimasta ormai, come risorsa per far ripartire l’economia di tutto il Paese e non come fardello mal sopportato e supportato. Giovani e lavoro: il Mezzogiorno e la Calabria hanno bisogno di loro

Redazione · 5 anni fa

Lavoro e Sviluppo

L’appello di una figlia sul web: “Papà ha perso il lavoro”

Il dramma della disoccupazione per chi appartiene ad un’altra generazione

Nei giorni scorsi ha colpito molto l’opinione pubblica la storia di una giovane ragazza lametina, Giovanna Gallo, nota blogger ed esperta di social network, che ha pubblicato su Facebook una lettera in cui raccontava la drammatica situazione del padre, tipografo di professione, costretto a 57 anni a fare i conti con la piaga, purtroppo imperante, della disoccupazione.
La storia di Giovanna ha avuto subito una grossa cassa di risonanza, tanto da essere ripresa dalle più importanti testate nazionali e presentata in diretta tv da Massimo Gramellini nella sua rubrica a “Che tempo che fa”.

Nella sua lettera accorata la giovane blogger presenta, nel piccolo della sua esperienza soggettiva di vita, un quadro dell’Italia, e del Sud soprattutto, assolutamente disarmante quanto vero e disincantato, in cui il padre, tipografo “vecchio stampo” ma con tanta voglia di lavorare, si trova a dover fare i conti con una società trasformata, in cui la grafica è ormai quasi totalmente digitale e nella quale non sembra esserci più posto per un lavoratore della vecchia generazione, desueto alle nuove tecnologie e alle competenze richieste oggigiorno. Lei stessa, figlia della digital generation, si è rimboccata le maniche per cercare, tramite Internet e tutti i contatti reperibili tramite il networking, qualcuno che potesse assumere il padre, ma senza risultati.

Una vicenda drammatica quella di Giovanna, ma profondamente paradigmatica del periodo attuale: sì perché la storia di questa ragazza, e di suo padre, è un po’la storia di tutta l’Italia e del Meridione in particolare. Si parla molto spesso di disoccupazione giovanile, ma molto di sommerso riguarda anche la situazione di migliaia di italiani di mezza età, uomini e donne appartenenti ad altre generazioni, che quotidianamente devono fare i conti con una società che, inconsapevolmente o consapevolmente, li estromette dal percorso produttivo e lavorativo, perché ritenuti non al passo con i tempi e ‘ignoranti' (nel senso letterale del termine) di tutto ciò che ormai guida il ciclo produttivo, ovvero la competenza nel saper utilizzare le nuove tecnologie. Non è una novità che il “digital divide”, ovvero il divario enorme che intercorre tra chi è in grado di avere accesso alle nuove tecnologie digitali e chi invece non può per motivi di vario genere (disponibilità economica, livello di istruzione, età, sesso ecc) rappresenta una profonda preoccupazione della società postmoderna, ma fa ancora più scalpore l’assenza, o inconsistenza, di adeguati percorsi di riqualificazione e formazione che permettano a persone come il padre di Giovanna di potersi reinserire nel ciclo produttivo e riappropriarsi così di quel diritto al lavoro che tutti, nessuno escluso, deve avere garantito senza discriminazioni di sorta.

Come tutte le storie italiane però, anche questa di Giovanna, dietro la patina di una vicenda di vita così problematica, cela anch’essa profondi motivi per sperare ancora in un futuro migliore: il sincero affetto di una figlia che si occupa e preoccupa di suo padre, che vuole aiutarlo a trovare lavoro, ricorda a tutti come non sono solo i genitori a doversi occupare dei figli, ma anche i figli dei genitori: questo è il vero concetto cristiano di famiglia, non dobbiamo mai dimenticarlo.

Gigliotti Saveria Maria · 5 anni fa

Lavoro e Sviluppo

"Donne In Campo" Nuova realtà del mondo imprenditoriale agricolo femminile del lametino

Iniziato con un incontro molto costruttivo il cammino di “Donne in Campo”della CIA nella provincia di Catanzaro. L’associazione nasce a livello nazionale nel 1999, “Donne in Campo” come recita lo statuto, promuove l'imprenditorialità femminile, impegnandosi a creare e sostenere le reti imprenditoriali di donne, assistere/formare modelli o alleanze di imprenditrici e ideare iniziative miranti a migliorare lo spirito imprenditoriale, la professionalità e la sicurezza delle donne nelle zone rurali e favorirne l'inserimento negli organi direttivi di imprese e associazioni, inoltre a mantenere le tradizioni rurali, a preservare il territorio e l’ambiente, la biodiversità e a sviluppare i servizi sociali nelle aree rurali.

L’incontro voluto dalla presidente Dott/ssa Maria Grazia Milone e con il patrocinio della CIA regionale, ha voluto essere un momento conoscitivo di varie realtà agricole gestite da donne operanti nella nostra provincia ed in particolare nel lametino con le molteplici problematiche legate settore agricolo. E’scaturito un quadro di difficoltà ad operare soprattutto per le piccole imprese, che sopperiscono alle enormi difficoltà come una burocrazia ottusa, un difficile accesso al credito, con una forte determinazione e con il coraggio di investire il proprio futuro e le proprie energie in agricoltura. Giovani imprenditrici e non, che hanno fondamentalmente un sogno: quello di far rinascere il proprio territorio, molte aziende come gran parte di quelle calabresi, hanno a che fare con terreni difficili e marginali, ma restano come baluardi a difendere un territorio antico, amato e odiato, sul quale generazioni hanno vissuto e che trasuda fatica e privazioni.

Tante quindi le problematiche emerse, tante le idee di concretizzare, la voglia di migliorare e migliorarsi, attraverso progetti semplici ed efficaci, che possano avvicinare il mondo agricolo con il mercato, come la vendita diretta attraverso le nuove opportunità che la tecnologia mette a disposizione di tutti, mettendo in campo progetti sociali e di salvaguardia del territorio, ampliando i propri orizzonti alla valorizzazione della nostra innata propensione all’ospitalità legata ai prodotti più tradizionali della nostra cultura.

Essere “Donne In Campo”, vuol anche dire essere donne innovatrici, donne intuitive, donne intelligenti donne che vogliono fare Insieme nuove esperienze di cooperazione.

Insieme a Maria Grazia Milone hanno dato vita a questa nuova realtà della CIA: Stellina Bilotta, Serena Butera, Cristina Butera, Mara Leone, Antonietta Bertucci ,Annamaria Maiorana,Concetta Masi, Emanuela Milone, Antonella Zerardi.

Cesare Natale Cesareo

Paolo Emanuele · 5 anni fa

Lavoro e Sviluppo

Salute e sicurezza sul lavoro, il monito di Guariniello: “Le leggi ci sono, manca la loro applicazione”

Sicurezza di un lavoro, ma anche sicurezza sul lavoro. In un periodo storico così drammaticamente segnato dalla difficoltà oggettiva nel trovare un’occupazione, è altrettanto urgente e giusto puntare la lente d’ingrandimento anche su un tema delicato, e spesso sottovalutato, come la sicurezza nel mondo del lavoro. Di questo si è parlato in occasione del convegno dal titolo “D. Lgs. 81/08 Testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro: la parola al legislatore”, che si è tenuto lunedì 10 giugno presso il Grand Hotel Lamezia e che ha avuto come ospite, e relatore, uno dei più illustri e massimi esperti in materia, il Procuratore Generale Raffaele Guariniello. Il titolo del convegno, organizzato da EFEI (Ente Paritetico Bilaterale Nazionale per la Formazione) in collaborazione con CEPA-A (Confederazione Europea Professionisti e Aziende), ANEAS (Associazione Nazionale Esperti ed Addetti della Salute e Sicurezza nei Luoghi di Lavoro), ONAPS (Ordine Nazionale dei Professionisti per la Sicurezza) e OPENJOBMETIS (Agenzia per il lavoro e Ordini Professionali) richiama quello che è al momento il dispositivo legislativo più importante riguardante la sicurezza sul lavoro, ovvero il Decreto Legislativo 81 del 9 aprile 2008, altrimenti detto “Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro”, emanato a seguito del dramma consumatosi l’anno prima alla ThyssenKrupp di Torino, in cui sette operai persero la vita dopo essere stati investiti da una fuoriuscita di olio bollente, che prese poi fuoco. Proprio a questa inchiesta, ma anche a tante altre analoghe divenute purtroppo famose come quella sull’Eternit, è collegata da sempre la figura del Procuratore Generale Guariniello, il quale, in quella che si può considerare una vera e propria “lezione frontale” destinata trasversalmente a tutti gli attori coinvolti nella sicurezza sul lavoro, ha avuto modo di proporre ai presenti una disamina oggettiva riguardante gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, relazionandoli a quella che è al momento la normativa vigente in Italia. Quello che emerge in prima istanza è il paradosso di un Paese che possiede le leggi migliori al mondo, anche in tema di sicurezza sul lavoro, ma che deve comunque fare i conti ancora oggi con eventi tragici come quelli recentissimi del Porto di Genova o dell’Ilva di Taranto, per non parlare dei numerosi casi di malattie collegabili all’ambito professionale. Le leggi quindi ci sono, manca però una loro effettiva applicazione, vuoi per mancanza di controlli da parte degli organi preposti alla vigilanza, o per una ancor più grave lentezza della macchina legislativa che molto spesso fa cadere in prescrizione reati penali con il rischio di trasformarsi in pericolosi precedenti. Se in pochi, o nessuno, pagano, è facile che si diffonda, e già sta succedendo, quella pericolosa sensazione per cui si può tranquillamente pensare di violare le regole senza incorrere in alcuna responsabilità.

Il dato confortante, nonostante le carenze inerenti soprattutto all’ambito di applicazione della normativa vigente, è che in Italia il numero degli infortuni sul lavoro sembra essere in diminuzione e in linea con gli standard europei, soprattutto se si prende in considerazione il periodo che va dal 2010 fino ad oggi. Naturalmente si tratta di numeri che vanno interpretati e relativizzati, perché se è vero che a livello assoluto può esserci un decremento degli infortuni, è altrettanto inoppugnabile che il numero di nuovi occupati in questo periodo è talmente basso che il numero di incidenti non può che essere proporzionale. Discorso diverso invece per le malattie professionali, che risultano in aumento ma sulle quali esiste sempre un margine di incertezza dovuto all’oggettiva difficoltà, in taluni casi, nello stabilire il nesso causa-effetto in relazione alla professione, in quali circostanze cioè la scaturigine di una malattia è direttamente collegabile alla professione che si sta svolgendo.

Al di là comunque dell’attuale trend a livello nazionale e dei dati statistici, è auspicabile che nei luoghi di lavoro si affermi prima di tutto una “cultura” della sicurezza e della prevenzione, attraverso una buona gestione di politica aziendale a livello apicale e una parallela ed equilibrata ripartizione delle responsabilità tra i vari attori coinvolti (datori di lavoro, dirigenti, medici competenti ecc.). Il tutto per avere ben presente e perseguire un solo obiettivo, quello più importante: il lavoratore, in quanto persona, deve essere sempre messo al centro. L’incolumità dell’uomo non può essere messa in discussione in nome di strategie aziendali o di qualsivoglia ciclo produttivo. Lo stesso dipendente, per quello che gli è possibile nell’ambito del proprio ruolo, deve contribuire in prima persona alla propria sicurezza e a quella degli altri, denunciando eventuali condizioni disagevoli o richiedendo maggiore tutela nello svolgimento di determinate mansioni. Le leggi ci sono e sono buone, basta applicarle. Il lavoro è vita, non è concesso che possa diventare altrimenti.

Paolo Emanuele · 5 anni fa