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La parola del Vescovo

Preghiamo S. Francesco per la nostra città a cinquant'anni dalla nascita

L'omelia pronunciata dal Vescovo Luigi Cantafora in occasione della solenne concelebrazione eucaristica nel giorno della festa di S. Francesco di Paola a Sambiase

«Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa … dite agli smarriti di cuore: coraggio, non temete!».Queste parole del profeta Isaia risuonano nel celebrare il Signore per la santità di Francesco di Paola; a testimonianza che dove cammina un santo, un uomo che crede e si fida del Signore, anche il deserto fiorisce e ogni sua parola è fonte di coraggio!La prima lettura del profeta Isaia, mentre annuncia i tempi messianici, ci porta a considerare anche Francesco di Paola come un uomo di Dio che ha vissuto donando speranza agli uomini del suo tempo.Alcuni santi, tra cui il nostro San Francesco, sono stati così simili al Signore Gesù da incarnare nella loro esistenza i tratti del suo volto. In particolare il nostro Santo ha avuto la grazia unica e speciale di morire proprio nel Venerdì Santo, mentre in Chiesa si annunciava la morte del Signore, con il passo del Vangelo, “e chinato il capo spirò”.Una morte così mistica è stato il sigillo di una vita unita a Cristo sin dalla più piccola età!Il Santo che veneriamo è un santo che potrebbe attirarci poco in realtà! è stato eremita, ha fatto miracoli certamente, ma ha avuto sempre parole forti e dure contro ogni ingiustizia! Ha operato risurrezioni, ma ha anche predetto morti e guerre! Ha consolato, ma è stato sempre temuto!Ma, la liturgia di oggi tesse un elogio del nostro santo, proprio con le parole stesse di Cristo: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”.Gesù si rivolge al Padre,lo loda e lo benedice perché ha tenuto nascosto i misteri del Regno ai sapienti e agli intelligenti del mondo per manifestarlo ai piccoli.I piccoli, nel linguaggio evangelico, sono coloro che vengono proclamati beati perché poveri in spirito, puri di cuore e semplici come bambini.Vediamo che questo brano evidentemente si è compiuto, realizzato nella vita di Francesco.Ma qual è questo segreto che il Signore ha voluto rivelare ai piccoli? Lo abbiamo ascoltato dalla voce di Paolo, nella seconda lettura: “Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla”.Ecco la verità che solo i piccoli conoscono: solo l’Amore crea! E solo ciò che è nato dall’Amore resta in eterno!Questa è la via, migliore tra tutte, anzi l’unica che porta alla salvezza! Allora i santi, non sono superuomini; ma sono uomini che hanno creduto all’amore che ha Dio per tutti gli uomini e per ogni uomo.Ed è proprio per questo motivo che San Francesco è uno straordinario Maestro di carità. Anche perché ci insegna, in maniera unica, l’attenzione e la vicinanza agli ultimi. Gli ultimi, carissimi fratelli miei, si sentono oggi più che mai abbandonati, sono senza voce, senza sostegno: non sanno a chi rivolgersi, dove bussare, come implorare, in che maniera vivere. Gli ultimi oggi sono diventati invisibili! E siamo chiamati ad andare proprio incontro a loro!Perché gli ultimi sono invisibili? Perché non sono visti e guardati in faccia dagli altri! L’indifferenza li circonda, il disprezzo e la vergogna li rende invisibili!Ma, San Francesco ci ammonisce: «Sappiate che se ci nascondiamo al mondo, non ci possiamo nascondere davanti a Dio»; volendo dire: “possiamo far finta di non vedere, ma Dio vede che non abbiamo voluto vedere”. Se tra vicini non sappiamo vederci, stimarci e aiutarci a cosa serve stare insieme?In questo giorno così speciale, a cinquant’anni dalla nascita di Lamezia Terme, vogliamo pregare per la nostra città. San Francesco era un eremita eppure ha saputo stare alla corte del re di Francia; era un uomo di preghiera ma si interessava delle vicende di tutti gli uomini.Chiediamo a lui che possano sorgere uomini e donne che si mettano a servizio del bene comune, del bene della città.Ringraziamo Sua Eccellenza il prefetto Alecci per la sua presenza e tutte le altre autorità civili e militari; a tutti va il mio deferente saluto. Ringraziamo infine il Signore per la presenza dei frati minimi qui a Sambiase, per la loro fedeltà al carisma e per il dono che offrono alla nostra chiesa diocesana. Sosteniamoli con la nostra preghiera e con gratitudine perché possano continuare a servire il Signore nella nostra chiesa. Invochiamo da San Francesco la sua intercessione e gli chiediamo con quella confidenza fraterna, che la comune origine calabrese ci consegna, di ottenerci dal Signore, giorni di pace, colmi di opere di pace, benedetti dalla pace del Signore che invochiamo per noi, la nostra città e il mondo intero. Amen

Redazione · 4 mesi fa

La parola del Vescovo

Se ci occupiamo solo di interessi di parte non mangiamo l'Eucaristia

Carissimi, la Solennità del Corpo e del Sangue del Signore è motivo di grande gioia, di gratitudine, di adorazione, di unità tra noi. Questi sentimenti animano la nostra liturgia e insieme ci lasciamo guidare dalle letture che la Chiesa oggi ci propone per entrare più profondamente, più consapevolmente nel dono che il Signore ci fa attraverso il suo corpo e il suo sangue offerto per noi.Saluto e ringrazio le autorità presenti, in particolare Sua Eccellenza il dottor Alecci, le associazioni e i movimenti e tutti voi fedeli che partecipate a questo rendimento di grazie.Viviamo questa celebrazione non semplicemente come un rito, ma come realmente è: un rendimento di grazie a Dio per la sua fedeltà alla vita del suo popolo, perché il Signore non ci abbandona e ha voluto che noi fossimo uniti a Lui.Tutte le letture sono così incentrate in uno dei temi forti della Sacra Scrittura: l’alleanza tra Dio con il suo popolo.Nella prima, tratta dal libro dell’Esodo, attraverso Mosè, c’è un impegno reciproco. Dio si impegna ad aver cura del suo popolo, a guidarlo e a proteggerlo. Il popolo da parte sua promette di osservare la legge che Dio propone. è interessante la risposta del popolo: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto».La Parola di Dio non solo si ascolta, si fa. C’è un modo concretissimo di obbedire alla legge: farla, compierla, viverla. Naturalmente i comandi del Signore, ciò che noi chiamiamo “la Legge”, non è una norma teorica, non è un laccio che tiene schiavi, è una via di libertà e di pace. Il Signore ci vuole felici, ci ama e per questo ci offre una pista su cui camminare. Non si può andare avanti senza regole, in una modalità libertina in cui si pensa di fare solo ciò che si vuole. Il popolo dice: noi faremo e poi ascolteremo. Molto affascinante!Il popolo dice sì al suo Dio, si affida, è certo che Lui vorrà il bene e per questo dice in anticipo: “ci sto, vivo e ascolto ciò che tu mi dici”. Ma per fondare l’alleanza ci vuole anche un segno che la certifichi. Per questo qui abbiamo il sacrificio dell’alleanza che consiste in una serie di olocausti di animali che sono sacrifici di comunione.Il senso è: dare a Dio il meglio che ho, perché tutto è dono suo.Con il sangue degli animali uccisi viene asperso il popolo. Poiché dal sangue viene la vita, questo gesto crea un’unità, una comunione tra il popolo e Dio. è un modo simbolico per dire che la nostra vita viene da Dio. Ma la storia ci conferma che questo rito è inefficace.Nonostante tutti questi segni, dobbiamo constatare che il cuore del popolo non cambia. Non bastano i sacrifici degli animali o l’aspersione del sangue. Nonostante tanta grazia, l’uomo fa fatica a volgersi totalmente a Dio.Occorrerà un sacrificio più grande e più perfetto perché l’uomo, cioè noi, capiamo l’amore di Dio. L’autore della lettera agli Ebrei ci dice perciò: «Egli (cioè Gesù) entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna». Possiamo così entrare nella Nuova alleanza, quella instaurata da Gesù attraverso il dono del suo corpo e del suo sangue, il dono di se stesso. Nell’ultima cena, la cena pasquale, Gesù compie un gesto sorprendente: prende il pane e lo spezza – lo rende cioè ancora più piccolo e condivisibile. Poi lo offre ai suoi discepoli dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Così col vino. Prende il calice, rende grazie, lo condivide e tutti ne bevono: «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti».Queste parole e questi gesti non sono più un rito, sono la realtà che cambia la storia. Questa offerta di Gesù per noi accade ogni volta che ci accostiamo all’Eucaristia. Gesù si offre a noi, si dona con il suo corpo e il suo sangue e, attraverso la sua morte Egli ha stretto con noi un’alleanza indissolubile, eterna, per sempre. Egli è il nostro Dio e noi siamo suoi. Questa offerta di Gesù per la nostra vita è una luce che illumina la passione e che non permette alle tenebre di prevalere. Il cuore del Signore Gesù si spezza per donarci vita e così apre un varco e un senso nuovo alla storia. Il cuore di Cristo si apre, come il Mar Rosso per Mosè e Israele e ci introduce nel mistero grande. I cieli ora sono aperti nel cuore di Cristo e nel cielo del Padre!Gli eventi del mondo, le alleanze tra gli uomini sono spesso fallaci, mancano di spessore e consistenza perché manca il dono di sé per amore, manca l’offerta di sé. Se ci occupiamo solo di interessi di parte e non allarghiamo lo sguardo a ciò che è veramente il bene di tutti, non mangiamo l’Eucaristia, ma soltanto il boccone di Giuda: cibo preteso e non donato, vita venduta e non consegnata. Si tradisce quando si guarda il proprio tornaconto e il proprio interesse e tradendo non si ferisce uno solo, ma un’intera comunità!Oggi vengono istituiti e rinnovati i ministri straordinari della Comunione. Una porzione eletta a servizio dei bisognosi e degli ammalati. Siete istituiti ogni anno perché sia chiaro che il vostro ministero è puramente straordinario. Essere ministri non è arrivare al gradino più alto della collaborazione in parrocchia! Anzi significa saper stare con umiltà e discrezione nelle proprie comunità come servi umili e dimessi. Anche per questo chiedo e raccomando che ci sia rotazione tra i laici e che non succeda che questo ministero venga esercitato per decenni dalle stesse persone.Carissimi, nella santità si cresce attraverso l’Eucaristia. Nell’ordinario dei nostri giorni possiamo diventare uomini e donne eucaristici, quindi crescere nella santità se ci nutriamo di questo cibo che la vita di Gesù donata a noi.«La spiritualità del dono di sé, che messa ci insegna, possa illuminare le nostre giornate, le relazioni con gli altri, le cose che facciamo, le sofferenze che incontriamo, aiutandoci a costruire la città terrena alla luce del Vangelo» (papa Francesco).Amen

Redazione · 4 mesi fa

La parola del Vescovo

La Pasqua proietti Lamezia verso la costruzione del bene comune

Auguri di una Santa Pasqua. E per rendere più chiaro e luminoso questo augurio, faccio mie le parole di Sant’Agostino: “La Resurrezione del Signore è la nostra speranza”.

Dall’alba di Pasqua è veramente sorta una nuova primavera di speranza. Con Cristo Risorto è iniziata la nostra Resurrezione.

Gesù è risorto non perché resti viva nei secoli la sua memoria passata, ma la sua presenza incessantemente vivificante. Gesù è risorto perché Egli stesso viva in noi e in Lui possiamo già gustare la gioia della vita eterna.

Per questo motivo San Paolo con coraggio e vigore dice:

“Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede”. E aggiunge: “Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini” (1 Cor 15, 14.19).

Sì, il Signore con la sua Pasqua non permette che stia a mani vuote la nostra fede. Non lascia che sia imbalsamata la nostra speranza. Impedisce ogni rassegnazione e apre un cammino di luce che ferisce la nuda pietra del sepolcro. Pasqua ci trasforma facendoci rinascere e ripartire. A restare vuote non sono più le nostra vite, ma le tombe.

Se togliamo Cristo e la sua risurrezione, non c’è spazio per la speranza.

“Morte e vita si sono affrontate / in un prodigioso duello: / il Signore della vita era morto; / ma ora, vivo, trionfa.” Questa è la vera, unica e grande Buona Notizia! L’unica buona notizia che cambia l’esistenza di chi l’accoglie.

Se mediante la sua Pasqua, Cristo ha estirpato la radice del male, ha però bisogno di uomini e donne che in ogni tempo e luogo collaborino ad affermare la sua vittoria con le sue stesse “armi”: le armi della giustizia e della verità, della misericordia, del perdono e dell'amore. (cfr. Benedetto XVI, Omelia Giorno di Pasqua, 2010)

Abbiamo appena ascoltato il Vangelo di Pasqua: Maria di Magdala si reca al sepolcro di prima mattina, vede la pietra che era stata tolta e corre dagli apostoli. Pietro e Giovanni - il più anziano e il più giovane - vanno al sepolcro, vedono il lenzuolo piegato da una parte e quella parte di lino che di solito si metteva sulla faccia dei morti, ripiegato accanto. Entrano dentro il sepolcro, lo trovano vuoto.

Pietro e anche l’altro discepolo, Giovanni, “videro e credettero”.

Come Pietro e Giovanni, anche noi siamo testimoni della resurrezione di Gesù. Siamo testimoni non di un avvenimento antico ma degli effetti storici e spirituali di quel fatto prodigioso che perdurano ancora oggi.

Per vivere la Pasqua di Cristo occorre essere uomini e donne pasquali e portare il nostro contributo di cristiani alla gente del nostro tempo, impegnandoci per il bene comune. Dobbiamo perciò agire sia come singoli sia come comunità per corrispondere alla chiamata della potenza della sua Risurrezione. Essa sola può cambiare radicalmente in meglio le nostre comunità, perché non siano ripiegate su se stesse. Autoreferenziali, ma aperte al territorio e al mondo intero. La Pasqua metta nel cuore di tutti un desiderio di una forte unità. Questo evento pasquale, in questo 50° anniversario di Lamezia ci spinga tutti a superare steccati e campanilismi e ci proietti verso la costruzione del bene comune. Solo così questa nostra comunità lametina può avere un peso e attenzione in chi si spende per il bene comune.

La Bibbia, con un’immagine a un tempo plastica e poetica, ci insegna a far tesoro di quella colomba del Libro della Genesi, che con un ramoscello di ulivo, dopo il diluvio, annunzia che è tempo di ricostruire.

Leggere i segni del tempo che viviamo non è facile, ed essere testimoni del Risorto è impresa ancor più ardua. Ma, noi cristiani sappiamo di poter assicurare il mondo che con Cristo Risorto è possibile ricostruire! è tempo di uscire! è tempo di rinascere!

Fare Pasqua oggi, per noi cristiani, significa “abitare la comunità” oltre certi luoghi per noi sicuri ma inutili al mondo, alle pecore perdute e all’umanità ferita. Fare Pasqua oggi, significa non stare alla finestra a guardare un mondo che rischia violenze e impoverimenti. Fare Pasqua significa lasciarci coinvolgere nella vita degli altri per risorgere insieme, passo dopo passo.

“Essere gente di Pasqua” vuol dire saper volare alto, fedeli agli ideali della dottrina sociale della Chiesa, alla convivenza pacifica in una società rispettosa di tutti, e a quanti vogliono fare la loro parte nel mondo attraverso il loro lavoro.

Tocca a noi cristiani impastare il coraggio con quello di tutti, specialmente rischiando insieme agli “sfiduciati di cuore” che hanno bisogno di fraternità e di opportunità concrete.

Noi cristiani sappiamo a priori che è possibile, perché Cristo nostra speranza è Risorto. Egli non muore più. Cristo Risorto è la nostra speranza!

Redazione · 6 mesi fa

La parola del Vescovo

Veglia pasquale: viviamo da uomini e donne della resurrezione

Carissimi, in questa notte la luce del cero pasquale, segno del Cristo Risorto, ha cominciato ad irradiare la nostra assemblea. è un segno per noi. Questa flebile luce è stata in grado di illuminarci tutti. La vita risorta è così. La luce vince le tenebre.

Lasciamo che il Signore, creatore di tutto, ci tiri fuori dal nostro Egitto, ci apra una strada nel deserto dell’esistenza, rinnovi con noi l’alleanza nuziale, ci nutra col pane e col vino e infine rotoli via la grossa pietra, tutte le pietre, segno di morte, che bloccano la nostra esistenza.

«Fratelli, se siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua resurrezione».

Carissimi, Cristo è Risorto! Si è veramente risorto! E a noi viene restituita la nostra vera immagine e la somiglianza con Lui nostro Signore.

L’uomo sporcato dal peccato, l’uomo che ha perduto la sua immagine originaria, l’uomo che si sente abbandonato nella scena di questo mondo, ritrova il senso della sua vita grazie alla resurrezione di Gesù.

Gesù è risorto! La morte non ha più potere su di Lui e così il Signore Gesù ci ha aperto la strada per riempire una vita significativa e per sempre.

Questo è l’annuncio pasquale che è capace di trasformare la nostra vita. Questo annuncio è così potente, così forte da risucchiare tutti i germi di morte per aprirci ad una vita nuova. Viviamo da uomini e donne della resurrezione!

Come è possibile? – direte. Come possiamo vivere una vita nuova se continuamente siamo invasi da notizie tristi e da continui messaggi di morte?

La buona notizia è questa: Il Signore è veramente risorto! Dio non annulla la morte corporale, ma entrandoci dentro, volontariamente e per amore, ha annullato il suo potere perché la luce vince le tenebre e l’amore vince l’odio. Gesù, morendo, ha distrutto la morte dall’interno e ha aperto anche per noi una via: adesso anche noi sappiamo, grazie a Lui, come possiamo vivere e come possiamo far morire parte di noi per trasformare la vita intera.

Grazie a Gesù sappiamo anche un’altra cosa: che la morte, il dolore, la sofferenza possono essere trasformati in vita e in felicità. La resurrezione dunque riguarda anche il presente, il nostro modo di vivere oggi qui e non solo nella pienezza dell’al di là.

Oggi possiamo già vivere da uomini e donne risorti.

Vivere da risorti è un impegno serio di speranza se nella tua vita c’è stato un incontro col Signore Gesù che ha cambiato la tua prospettiva: «consideratevi dunque morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù». Noi non siamo immortali ma siamo destinati alla resurrezione, che è molto di più. Il corpo risorto del Signore ci comunica che anche noi risorgeremo integralmente corpo e anima, noi, proprio noi. Per Gesù è già avvenuto. Lui è la primizia.

In questa notte di Pasqua apriamoci alla gratitudine e alla gioia profonda perché finalmente abbiamo una buona notizia. Il mistero pasquale di Gesù ci apre una prospettiva piena di bellezza: l’amore vince la paura, la vita vince la morte, le tenebre non hanno più potere distruttivo sulla luce, il dolore è redento, la colpa è lavata dal perdono e per noi inizia una vita nuova di unione con Lui, per sempre, perché «in vita e in morte siamo tuoi, Signore».

Redazione · 6 mesi fa

La parola del Vescovo

Venerdì Santo: giovani, siete chiamati a portare la Croce di Gesù

La via crucis, la via della croce è la via percorsa da Gesù.

L’azione liturgica che oggi abbiamo celebrato ci ha introdotti nel mistero di Gesù, nel suo amore per ciascuno di noi fino alla fine: fino alla morte di croce, fino alla sua sepoltura e alla risurrezione, e fino alla nostra vita presente e futura, fino alla nostra salvezza per l’eternità.

Due sono le caratteristiche di questa via Crucis cittadina.

La prima è che la meditazione ci è stata offerta dalle suore clarisse del monastero di Conflenti. Ci hanno voluto trasmettere la passione del Signore attraverso l’esperienza di S. Francesco e S. Chiara, così come entrambi l’hanno vissuta e contemplata.

La seconda caratteristica è che la croce quest’anno è stata portata dai giovani. A loro vorrei rivolgere una parola di gratitudine e di incoraggiamento.

In questo mondo, cari giovani, siete chiamati a portare la croce di Gesù, sì proprio la sua croce! La croce di Gesù infatti illumina il cammino, orienta la vita, riempie di senso ogni sofferenza e ogni sforzo per amore.

Tanti sono i pesi che voi portate, soprattutto l’instabilità familiare e l’incertezza di vedere un futuro lavorativo. Ma non possiamo vivere come coloro che non hanno speranza. La disperazione mortifica e rende faticosa la vita a tutte le età.

La croce di Gesù è l’àncora cui appoggiare l’intera esistenza, non è un palliativo, essa è invece una scelta di amore vero e concreto che dona senso ad ogni nostro impegno. Gesù non ha scelto la croce ma nella sua libera padronanza di sé, come Uomo e Dio, non l’ha neanche subita. Così egli ha fatto della croce il luogo della sua vittoria sulla morte.

La croce si porta con Gesù, si attraversa la prova con Gesù. Egli infatti ci ha assicurato che il suo giogo, colmo di amore, è leggero e il suo carico è soave.

Impariamo da Gesù ad entrare dentro il cuore, dentro le situazioni, senza fughe. Il Signore Gesù è con noi, cammina con noi, è vostro compagno nella vita perché ha dato tutto se stesso fino alla morte: «Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici». Ha donato a noi suoi amici una nuova vita durante la nostra vita e oltre la nostra morte.

La via crucis, la via della croce è la via percorsa da Gesù per potersi incarnare fino in fondo nella vita e nella morte umana, non per venir meno ma per “risorgere il terzo giorno” e venirci più vicino per sempre. Il Signore ha fatto questo per te e per me e questo amore ci conquista. Lasciati attirare dunque dall’amore per Gesù.

Così sia

Redazione · 6 mesi fa

La parola del Vescovo

Messa in Coena Domini: "Dio attraversa le nostre notti"

La liturgia del giovedì santo anticipa già la grande notte di Pasqua e ci propone tre letture che hanno a che fare con la notte: la notte in cui Dio passa in Egitto per strappare un insignificante popolo dalla schiavitù; la notte in cui Gesù spezzò il pane, ricordata da Paolo; la notte che inizia nel Vangelo di Giovani con la cena durante la quale Gesù lava i piedi ai discepoli.

Qual è il messaggio?

Dio attraversa le nostre notti! Tutte le notti, anche la mia, anche la tua! Innanzitutto la notte dell’umanità. è la notte del caos, come quella in cui Dio inizia la creazione: dove tutto era informe. Dio attraversa la notte del popolo d’Israele rassegnato alla sua schiavitù. è in quella notte che l’agnello viene consumato ed è in quella notte che il sangue dell’agnello è versato per segnare un’appartenenza. è in quella notte che Dio passa.

La liberazione avviene mentre eravamo ancora schiavi in Egitto.

La liberazione avviene sempre dentro una schiavitù. Solo collocando il gesto e le parole di Gesù nel contesto della cena della pasqua ebraica, possiamo coglierne pienamente il significato: Cristo è morto mentre eravamo ancora peccatori, ci ha visitati nella nostra schiavitù. Si tratta di un dono gratuito, talmente gratuito che ci viene donato mentre siamo ancora peccatori ovvero indifferenti o nemici al Suo cospetto.

Gesù infatti lava i piedi ai discepoli mentre sono traditori: non solo Giuda, ma ciascuno di loro, ciascuno di noi, è colui che lo tradirà. Eppure Gesù si abbassa davanti a chi lo tradisce. Il perdono o è gratuito o non è. è “per-dono”. Il perdono è massimamente autentico quando si perdona l’imperdonabile, altrimenti è pietà o commiserazione, giustizia riparativa o al più compassione.

Gesù ci insegna la gratuità del perdono: mentre l’altro è ancora lontano, traditore, peccatore, e potrebbe anche rimanere tale. Gesù si abbassa davanti a chi non lo merita. Lava i piedi a chi se li è sporcati per andare a vendere la vita. Gesù vede il suo volto deformato nell’acqua sporca della malizia dell’amico che lo ha tradito.

Quel gesto non è un gesto di umiltà e neanche un gesto romantico. Quel gesto è il martirio della gratuità di un amore smisurato fino al perdono di offese smisurate, il martirio a cui tutti siamo chiamati: vi ho dato l’esempio…

Questo è il martirio – la testimonianza per eccellenza - del cristiano. Questa è la guerra con se stesso che deve combattere, è come il seme che muore per trasformarsi e portare frutto.

Se non vedessimo in questo gesto il martirio del perdono, non capiremmo perché Giovanni sostituisca questo gesto alla descrizione della cena: l’eucaristia è il martirio, in cui la vita è donata gratuitamente per la liberazione, la giustificazione, il riscatto, la salvezza, la redenzione come dono di vita divina a chi non lo meriterebbe.

Fare eucaristia, vivere questo sacramento, vuol dire sentirsi perdonati gratuitamente, mentre eravamo ancora schiavi del nostro Faraone, mentre eravamo ancora peccatori, per offrire la stessa gratuità a colui che mi uccide.

Entriamo in questa notte, la notte del Signore, la notte più lunga per restare abbagliati da una luce che non tramonterà più. Adesso guardiamo al Cristo, chinato su di noi e sul nostro cammino. E preghiamolo:

Siamo qui, o Signore Gesù.

Siamo venuti come i colpevoli ritornano

al luogo del loro delitto.

Siamo venuti come colui che ti ha seguito,

ma ti ha anche tradito,

tante volte fedeli e tante volte infedeli.

Siamo venuti per riconoscere il misterioso rapporto

fra i nostri peccati e la tua passione:

l’opera nostra e l'opera Tua.

Siamo venuti per batterci il petto.

per domandarti perdono.

Siamo venuti perché sappiamo che Tu puoi,

che Tu puoi perdonarci,

perché Tu hai espiato per noi.

Tu sei la nostra redenzione e la nostra speranza.

Paolo VI

Redazione · 6 mesi fa