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Il Vangelo della domenica

Non è la vita che vince la morte, è l'amore

Di Lazzaro sappiamo poche cose, ma sono quelle che contano: la sua casa è ospitale, è fratello amato di Marta e Maria, amico speciale di Gesù. Il suo nome è: ospite, amico e fratello, insieme a quello coniato dalle sorelle: colui-che-Tu-ami, il nome di ognuno. A causa di Lazzaro sono giunte a noi due tra le parole più importanti del Vangelo: io sono la risurrezione e la vita. Non già: io sarò, in un lontano ultimo giorno, in un'altra vita, ma qui, adesso, io sono. Notiamo la disposizione delle parole: prima viene la risurrezione e poi la vita. Secondo logica dovrebbe essere il contrario. Invece no: io sono risurrezione delle vite spente, sono il risvegliarsi dell'umano, il rialzarsi della vita che si è arresa. Vivere è l'infinita pazienza di risorgere, di uscire fuori dalle nostre grotte buie, lasciare che siano sciolte le chiusure e le serrature che ci bloccano, tolte le bende dagli occhi e da vecchie ferite, e partire di nuovo nel sole: scioglietelo e lasciatelo andare. Verso cose che meritano di non morire, verso la Galilea del primo incontro. Io invidio Lazzaro, e non perché ritorna in vita, ma perché è circondato di gente che gli vuol bene fino alle lacrime. Perché la sua risurrezione? Per le lacrime di Gesù, per il suo amore fino al pianto. Anch'io risorgerò perché il mio nome è lo stesso: amato per sempre; perché il Signore non accetta di essere derubato dei suoi amati. Non la vita vince la morte, ma l'amore. Se Dio è amore, dire Dio e dire risurrezione sono la stessa cosa.Lazzaro, vieni fuori! Esce, avvolto in bende come un neonato, come chi viene di nuovo alla luce. Morirà una seconda volta, è vero, ma ormai gli si apre davanti un'altissima speranza: ora sa che i battenti della morte si spalancano sulla vita. Liberatelo e lasciatelo andare! Sciogliete i morti dalla loro morte. E liberatevi dall'idea della morte come fine di una persona. Liberatelo, come si liberano le vele, si sciolgono i nodi di chi è ripiegato su se stesso. E poi: lasciatelo andare, dategli una strada, amici, qualche lacrima e una stella polare. Tre imperativi raccontano la risurrezione: esci, liberati e vai! Quante volte sono morto, mi ero arreso, era finito l'olio nella lampada, finita la voglia di amare e di vivere. In qualche grotta dell'anima una voce diceva: non mi interessa più niente, né Dio, né amori, né vita. E poi un seme ha cominciato a germogliare, non so perché; una pietra si è smossa, è entrato un raggio di sole, un amico ha spezzato il silenzio, lacrime hanno bagnato le mie bende, e ciò è accaduto per segrete, misteriose, sconvolgenti ragioni d'amore: un Dio innamorato dei suoi amici, che non lascerà in mano alla morte.

Gigliotti Saveria Maria · 1 anno fa

Il Vangelo della domenica

Una sorgente intera in cambio di un sorso d'acqua

Vuoi riannodare i fili di un amore? Gesù, maestro del cuore, ci mostra il metodo di Dio, in uno dei racconti più ricchi e generativi del Vangelo. Gesù siede stanco al pozzo di Sicar; giunge una donna senza nome e dalla vita fragile. è l'umanità, la sposa che se n'è andata dietro ad altri amori, e che Dio, lo sposo, vuole riconquistare. Perché il suo amore non è stanco, e non gli importano gli errori ma quanta sete abbiamo nel cuore, quanto desiderio. Questo rapporto sponsale, la trama nuziale tra Dio e l'umanità è la chiave di volta della Bibbia, dal primo all'ultimo dei suoi 73 libri: dal momento che ti mette in vita, Dio ti invita alle nozze con lui. Ognuno a suo modo sposo. Dammi da bere. Lo sposo ha sete, ma non di acqua, ha sete di essere amato. Gesù inizia il suo corteggiamento (la fede è la risposta al corteggiamento di Dio) non rimproverando ma offrendo: se tu sapessi il dono... Il dono è il tornante di questa storia d'amore, la parola portante della storia sacra. Dio non chiede, dona; non pretende, offre: Ti darò un'acqua che diventa sorgente. Una sorgente intera in cambio di un sorso d'acqua. Un simbolo bellissimo: la fonte è molto più di ciò che serve alla tua sete; è senza misura, senza fine, senza calcolo. Esuberante ed eccessiva. Immagine di Dio: il dono di Dio è Dio stesso che si dona. Con una finalità precisa: che torniamo tutti ad amarlo da innamorati, non da servi; da innamorati, non da sottomessi. Vai a chiamare colui che ami. Gesù quando parla con le donne va diritto al centro, al pozzo del cuore; il suo è il loro stesso linguaggio, quello dei sentimenti, del desiderio, della ricerca di ragioni forti per vivere. Solo fra le donne Gesù non ha avuto nemici. Il suo sguardo creatore cerca il positivo di quella donna, lo trova e lo mette in luce per due volte: hai detto bene; e alla fine della frase: in questo hai detto il vero. Trova verità e bene, il buono e il vero anche in quella vita accidentata. Vede la sincerità di un cuore vivo ed è su questo frammento d'oro che si appoggia il resto del dialogo. Non ci sono rimproveri, non giudizi, non consigli, Gesù invece fa di quella donna un tempio. Mi domandi dove adorare Dio, su quale monte? Ma sei tu, in spirito e verità, il monte; tu il tempio in cui Dio viene. E la donna lasciata la sua anfora, corre in città: c'è uno che mi ha detto tutto di me... La sua debolezza diventa la sua forza, le ferite di ieri feritoie di futuro. Sopra di esse costruisce la sua testimonianza di Dio. Un racconto che vale per ciascuno di noi: non temere le tue debolezze, ma costruiscici sopra. Possono diventare la pietra d'angolo della tua casa, del tempio santo che è il tuo cuore.

Gigliotti Saveria Maria · 2 anni fa

Il Vangelo della domenica

Tabor, quella luce divina sotto la superficie del mondo

La Quaresima ci sorprende: la consideriamo un tempo penitenziale, di sacrifici, di rinunce, e invece oggi ci spiazza con un Vangelo pieno di sole e di luce, che mette energia, dona ali alla nostra speranza. Gesù prese con sé tre discepoli e salì su di un alto monte. I monti sono come indici puntati verso il mistero e le profondità del cosmo, raccontano che la vita è un ascendere verso più luce, più cielo: e là si trasfigurò davanti a loro, il suo volto brillò come il sole e le vesti come la luce. L'esclamazione stupita di Pietro: che bello qui, non andiamo via... è propria di chi ha potuto sbirciare per un attimo dentro il Regno. Non solo Gesù, non solo il suo volto e le sue vesti, ma sul monte ogni cosa è illuminata. San Paolo scrive a Timoteo una frase bellissima: Cristo è venuto ed ha fatto risplendere la vita. Non solo il viso e le vesti, non solo i discepoli o i nostri sogni, ma la vita, qui, adesso, quella di tutti. Ha riacceso la fiamma delle cose. Ha messo nelle vene del mondo frantumi di stelle. Ha dato splendore e bellezza all'esistenza. Ha dato sogni e canzoni bellissimi al nostro pellegrinare di uomini e donne. Basterebbe ripetere senza stancarci: ha fatto risplendere la vita, per ritrovare la verità e la gioia di credere in questo Dio, fonte inesausta di canto e di luce. Forza mite e possente che preme sulla nostra vita per aprirvi finestre di cielo. Noi, che siamo una goccia di luce custodita in un guscio d'argilla, cosa possiamo fare per dare strada alla luce? La risposta è offerta dalla voce: Questi è il mio figlio, ascoltatelo. Il primo passo per essere contagiati dalla bellezza di Dio è l'ascolto, dare tempo e cuore al suo Vangelo. L'entusiasmo di Pietro ci fa inoltre capire che la fede per essere forte e viva deve discendere da uno stupore, da un innamoramento, da un che bello! gridato a pieno cuore. Perché io credo? Perché Dio è la cosa più bella che ho incontrato, perché credere è acquisire bellezza del vivere. Che è bello amare, avere amici, esplorare, creare, seminare, perché la vita ha senso, va verso un esito buono, che comincia qui e scorre nell'eternità. Quella visione sul monte dovrà restare viva e pronta nel cuore degli apostoli. Gesù con il volto di sole è una immagine da conservare e custodire nel viaggio verso Gerusalemme, viaggio durissimo e inquietante, come segno di speranza e di fiducia. Devono custodirla per il giorno più buio, quando il suo volto sarà colpito, sfigurato, oltraggiato. Nel colmo della prova, un filo terrà legati i due volti di Gesù. Il volto che sul monte gronda di luce, nell'ultima notte, sul monte degli ulivi, stillerà sangue. Ma anche allora, ricordiamo: ultima, verrà la luce. «Sulla croce già respira nuda la risurrezione» (A. Casati).

Gigliotti Saveria Maria · 2 anni fa

Il Vangelo della domenica

Chi è il vero padrone della nostra vita?

In questa domenica prosegue il discorso della montagna e Gesù ci tocca nuovamente nel vivo: chi è il vero padrone della nostra vita? In chi riponiamo la nostra fiducia: in Dio, che ci rende liberi, o nella ricchezza che alla fine ci rende schiavi e prigionieri dell’ansia? Ovviamente tutti insieme risponderemmo dicendo: “Noi ci fidiamo di Dio! Noi siamo credenti!”. Ah, che bella risposta! Ma sarà vera? In realtà è la nostra vita a dare risposta, specialmente nei momenti in cui ci viene a mancare qualcosa! Quando abbiamo tutto, ci sentiamo sicuri, a posto; pensiamo di essere salvi, ma così non è! Non sono i beni che ci salvano dalla morte, dalla sofferenza, dal peccato: solo Gesù salva! Ma spesso lo capiamo solo dopo un crollo, una crisi economica, una difficoltà seria… Ora, Gesù per ben sei volte ripete: non preoccupatevi. Eh sì, Lui sa bene che siamo facilmente soggetti all’ansia! Ma perché quest’ansia? Innanzitutto perché pensiamo che la vita dipenda esclusivamente da noi, dai nostri soli sforzi, come se Dio non ci fosse, come se non ci aiutasse nelle cose concrete di ogni giorno, come se si dimenticasse di noi. Gesù invece ci ricorda che Dio è nostro Padre e non solo non si dimentica di noi, ma ha cura di noi, sa di cosa abbiamo bisogno; ma se non ci affidiamo a Dio, che vita viviamo? Il dramma dell’uomo di oggi è proprio quello di pensare di poter fare tutto da solo, di bastare a sé stesso, di non aver bisogno degli altri, finendo per isolarsi nella solitudine. L’antidoto? è la fede! «Il primo e grande rimedio all’ansia è fidarmi di Dio, ricordandomi che mio Padre mi ama teneramente, sa di cosa ho bisogno e vi provvede sempre! E’ovvio che dicendo di non preoccuparci, Gesù non ci invita all’inattività o all’immobilismo, della serie: “non fate niente, tanto c’è Dio che ci pensa!”. No! Sant’Ignazio diceva: agisci come se tutto dipendesse da te, ma prega come se tutto dipendesse da Dio». Siamo chiamati a lavorare, a darci da fare per realizzarci e avere il giusto per vivere, per mangiare e vestirci, senza però farne il fine ultimo della nostra vita, altrimenti saremo sempre agitati e senza pace! Più cose abbiamo, più cose vogliamo e più siamo agitati! Oggi tanti soffrono per la crisi economica, ma per tanti parte della sofferenza viene anche dalla necessità di cambiare stile di vita, senza volerlo fare! è bello parlare di vita semplice, sobria, essenziale; ma costa fatica rinunciare all’ultimo modello del cellulare, educare i figli al sacrificio, al valore delle cose, dicendo anche dei no; è più facile all’egoismo e alla sete di apparenza appagare in tutto noi stessi e i figli, così da non sfigurare! Gesù invece ci invita a non preoccuparci troppo delle cose necessarie al corpo, quanto di avere un giusto rapporto con Dio, dal quale dipende la nostra vita presente e futura, preoccupandoci solo di fare la Sua volontà; ma che mi importa di ottenere beni, vestiti, ruoli, di soddisfare piaceri passeggeri della vita, se poi rischio di perdere la vita eterna? Guardiamoci attorno: quanta gente vive in ansia per ogni mi-nima cosa: e meno male che diciamo che ci fidiamo di Dio! Ma ne siamo davvero sicuri? Possiamo dire di essere unicamente preoccupati di non perdere il rapporto con Lui? A dire il vero, passiamo tranquillamente giornate intere, per non dire settimane senza pregare, mesi e mesi senza confessarci, senza ricevere l’Eucaristia, senza dedicare tempo per la carità; ma se ci mancano cinque euro per la ricarica del cellulare, andiamo in apnea! Scegliendo il denaro, il possesso come scopo della vita, non solo si perde Dio, ma si perde anche il senso della vita che è inevitabilmente legato a Dio: e perdendo il senso della vita, non si può più vivere nella pace. Che bello invece l’invito del nostro Maestro: non affannatevi per i beni materiali; c’è il Padre vostro che per primo vi pensa! Coraggio dunque, il Padre sa di cosa abbiamo bisogno!

Gigliotti Saveria Maria · 2 anni fa

Il Vangelo della domenica

Siate dunque perfetti, nell’amore e nella misericordia, come perfetto è il Padre vostro che è nei cieli

Siate dunque perfetti, nell’amore e nella misericordia, come perfetto è il Padre vostro che è nei cieli; ecco l’altissima vocazione di ognuno di noi: amare come Dio! Certo, sentendo questi comandamenti del Signore, un po’ci viene da tremare e dire: “Ma chi ce la fa? Io non ci riesco!”. è chiaro che per vivere queste parole, non basta solo il nostro sforzo, ma ci vuole la grazia di Dio, che Lui ci dona, pregando, partecipando ai sacramenti ed esercitando giorno per giorno la carità. Gesù è morto e risorto per donarci questa vita nuova: Egli «a Pentecoste e poi nel battesimo, ci ha donato il suo Spirito. Che significa? Significa che ci comunica le sue stesse disposizioni, infonde in noi, con la carità, la sua stessa capacità di amare tutti, anche i nemici. In tal modo Gesù non ci ordina solo di fare, ma fa egli stesso, con noi e in noi» (R. Cantalamessa). Andiamo ora alle ultime due “antitesi”, o i due ultimi “salti di qualità” con i quali Gesù ci propone “la Via alta” del Vangelo. Dunque se uno ti dà uno schiaffo, tu porgi anche l’altra guancia; come a dire: rinuncia alle bassezze della violenza, non se ne ottiene nulla! Rispondere all’offesa con l’offesa, al torto con il torto, è tanto facile quanto infantile; rispondere invece all’offesa con la pazienza, questo sì che è tanto difficile quanto bello, divino, da persone grandi! Attenzione: questo non significa essere fessi o buonisti, lasciandosi calpestare come nulla fosse: anche Gesù usava fermezza quando c’erano delle ingiustizie. Ma significa non rispondere con la violenza, con il male al male, ma sempre con il bene, discernendolo volta per volta! Proprio come Gesù che quando, durante la passione venne schiaffeggiato, rispose con ferma pacatezza dicendo: se ho sbagliato, mostrami l’errore, se no perché mi percuoti? A chi ti vuol togliere il mantello, lascia la tunica, a chi vuol far con te un miglio, fanne due… che bello questo distacco dalle cose e da se stessi che Dio ci dona di poter vivere. Quanti litigi invece, quante amicizie infrante, quante famiglie divise perché ci si attacca alle cose, e ci si trascina davanti a tribunali e avvocati! è paradossale come, a causa del nostro peccato, sia più facile dividersi gli uni dagli altri, lasciando “perdere” le persone, che non piuttosto le cose materiali o i nostri desideri…Ed infine ecco l’apice: amare i propri nemici, facendo come Dio, che fa sorgere il sole su tutti, che va in cerca di tutti e ama tutti, anche quando non è ricambiato. è dura amare persone che ci fanno tanto male: pensiamo poi a chi uccide, a chi opprime gli altri cercando solo il proprio interesse… Come fare? Innanzitutto è importante volerlo fare: un conto è dire: “Io non voglio amare quella persona, io non mi sento di perdonarla”, un altro conto è dire: “Io non ci riesco, ma vorrei”. Così infatti si lascia aperta la porta alla grazia, altrimenti il cuore si indurisce e anche noi diventiamo nemici degli altri! Poi cominciare dal pregare per quella persona, pregare perchè Dio le tocchi il cuore, e perché dia a noi la grazia di amarla! Che bella la vita che ci propone di vivere il Signore: a noi far spazio a questa “misura alta della santità”, a questa vita da risorti, uscendo dalle grettezze del nostro egoismo, perché brilli davvero in noi l’immagine e la somiglianza di Dio!

Gigliotti Saveria Maria · 2 anni fa

Il Vangelo della domenica

Non amare il prossimo è già ucciderlo nel cuore!

Questa domenica entriamo nello specifico del discorso della montagna, che ci mostra la bellezza e l’altezza della vita cristiana! Siamo nella parte inerente le cosiddette “sei antitesi”, che potremmo anche definire come “i 6 approfondimenti”, o “i 6 salti di qualità”. Oggi ne leggiamo le prime 4, che trattano temi quali l’omicidio, l’adulterio, il divorzio e il giuramento. Innanzitutto Gesù dice che non è venuto ad abolire la Legge dell’Antico testamento, che specialmente attraverso i comandamenti esprime la volontà di Dio, ma per darle compimento, vivendola appieno, svelandone il suo vero centro, l’amore! Gesù è il primo che compie ogni giustizia, ossia la volontà del Padre, amando i fratelli, e propone la giustizia maggiore, quella del Vangelo, ossia una giusta relazione con Dio, vera, profonda, non superficiale o legalista: «La sua presa di posizione non è dunque contro la legge dell’Antico testamento, ma contro una sua interpretazione riduttiva offerta dagli scribi e dai farisei... legalista e letteralista, secondo la quale se il decalogo dice: Non uccidere, basta fermarsi alla lettera della richiesta evitando l’assassinio. Se il precetto impone di non commettere adulterio, è sufficiente non aver rapporti sessuali con un’altra persona sposata… Gesù invece, nello spirito autentico della profezia biblica, spezza questo schema così caro anche a tanti cristiani (ma che male faccio? non ho ammazzato nessuno, non ho rubato, non ho tradito mia moglie), riscoprendo il Decalogo nella sua radicalità. Non si è giusti solo in alcuni atti esterni e in alcune ore del giorno ma si è sempre e totalmente consacrati all’Amore del prossimo rispettandolo e aiutandolo» (Ravasi). Gesù infatti riporta i comandamenti alla radice che è il cuore! Nella prima antitesi di tratta in un certo modo del quinto comandamento: non uccidere. Molti nell’esame di coscienza lo saltano a “piè pari”, pensando si tratti solo dell’uccisione fisica. E invece Gesù con le sue parole di rivela un’altra cosa: non amare il prossimo è già ucciderlo nel cuore! Adirarsi, dire parole dure e offensive, disprezzare, ma anche negare la parola, non aver cura dell’altro è già una forma di omicidio! Gesù arriva addirittura a dirci: se all’altare ti ricordi che qualcuno ce l’ha con te (nota bene: magari per te nei suoi riguardi è tutto a posto!), lascia lì il tuo dono e vai prima a cercare di riconciliarti con lui; sì, perché la vita è un cammino di riconciliazione, dove alla fine non importerà se hai avuto ragione o meno, ma se hai amato, vivendo da figlio di Dio. Con la tua vita, con l’aver cercato la riconciliazione o meno, scrivi la sentenza che il giudice leggerà. Gesù ce la legge ora, perché le nostre sentenze cambino (S. Fausti). E se stanotte il buon Dio ci chiamasse a sé? Varrebbe la pena avercela con certe persone? Perché non cercare di riaprire qualche relazione? Gesù parla poi del tradimento. Anche qui tanti pensano di essere a posto, non avendo tradito materialmente. Ma Gesù va al cuore; guardare un’altra persona con desiderio, è già tradire nel cuore!, è già un separarci dall’Amore (e dunque ci si deve confessare!), perché si riduce l’altra persona a un oggetto di piacere. Il Signore ci esorta dunque a tagliare con tutte quelle occasioni che ci possono portare a peccare: come diceva simpaticamente san Filippo Neri, quando la sconfitta è inevitabile la miglior difesa è la fuga! Per quanto riguarda il divorzio, diciamo in breve che la Legge di Mosè lo prevedeva in alcuni casi. Gesù invece propone il Vangelo, il di più. L’indissolubilità, voluta sin dall’origine da Dio, non è intesa come un duro obbligo, ma come dono del cuore nuovo; possiamo amare con lo stesso amore dal quale siamo amati, per sempre e fedelmente. Il fallimento della relazione uomo-donna è il fallimento della verità profonda dell’uomo, che lo rende simile a Dio, ossia la capacità di amare. Ma amare per sempre si può! Infine c’è il problema del rapporto con parole e con il giurare: il nostro parlare è chiamato a essere sì sì no no: cioè se la mia parola è schietta e sincera, non ho bisogno di far giri di parole, arrampicate libere su gli specchi.. Se dico sì è sì, se dico no è no, e il di più viene dal maligno: ricordiamocelo bene!!!

Gigliotti Saveria Maria · 2 anni fa

Il Vangelo della domenica

Essere luce e sale non è un dato acquisito di diritto, ma frutto di un cammino

Oggi Gesù, nel famoso “discorso della montagna”, ci dice chi sono i suoi discepoli, ossia coloro che ascoltano e vivono la sua Parola, specialmente le beatitudini: sono luce del mondo e sale della terra! Ma attenzione: essere luce e sale non è un dato acquisito di diritto, ma frutto di un cammino; tant’è che addirittura il sale può di-ventare insipido e la luce offuscarsi. Gesù dice a ciascuno di noi: voi siete il sale della terra. Il sale principalmente serviva a conservare gli alimenti e a dare gusto; ne basta poco per dare sapore. «Quest'immagine ci ricorda che, mediante il batte-simo, tutto il nostro essere è stato profondamente trasformato, perché "condito" con la vita nuova che viene da Cristo (cfr Rm 6,4)». Dunque il Signore ci dice: “Tu caro discepolo, sei sale. Esisti per dare gusto, per portare bontà, bellezza. Ma se perdi questo sapore che viene dall’essere in relazione con Me, a che servi?”. Scusate, il sale che non sala, a che serve? A niente. Conseguenza: vieni buttato via e calpestato dagli uomini, cioè criticato, preso in giro: della serie: “Guarda quello, predica bene ma razzola male!”. Se dunque un cristiano, giovane o adulto che sia, laico o consacrato, perde il contatto con Gesù, con la sua Parola, e inizia a parlare non sapientemente ma mondanamente, ad agire in modo non evangelico, a darsi alla mediocrità, al benessere, duro ed egoista nei confronti degli altri, finirà per essere calpestato. Dietro la critica sbagliata (perché fa “di tutta l’erba un fascio”): “A che serve a quelli andare in Chiesa e poi fare il male … meglio io che non ci vado”, c’è il desiderio di tanti di vedere autenticità e bellezza dalla nostra condotta di vita. Un filosofo ateo, Nietzsche diceva: “Se la buona novella della Bibbia fosse anche scritta sul vostro volto, voi non avreste bisogno di insistere perché si creda all’autorità di questo libro: le vostre opere, le vostre azioni, le vostre scelte dovrebbero rendere quasi inutile la Bibbia, perché voi stessi sareste la Bibbia vivente!”. Fa riflettere, no? Voi siete la luce del mondo. Pensate che dignità abbiamo! Chi si lascia illuminare da Gesù, viene alla luce e fa luce; altro che vergognarsi della fede! Ora, una città su un monte non può restare nascosta; la vedi e basta. Così è la Chiesa: è una città posta sul monte. Deve solo preoccuparsi di vivere la fede e la carità, di essere ciò che è, comunità viva di Gesù. Così come una lampada non la accendi per nasconderla sotto un mobile o sotto il letto. Dunque senza vergognarsi, senza nascondersi, senza impigrirsi ognuno di noi è chiamato a vivere la sua fede, non preoccupandosi di mettersi in mostra, ma di essere autentico. Noi non dobbiamo cercare l’apparenza, ma l’identità. La candela non si preoccupa di illuminare: semplicemente brucia, e bruciando, illumina. Il problema non è salare o illuminare, ma essere “sale gustoso e luce luminosa!”. Gli eventi della nostra vita, i luoghi dove viviamo (casa, scuola, lavoro, ospedale, comunità…) sono i tanti “candelabri” sui quali siamo chiamati a splendere, vivendo il Vangelo, perché gli uomini possano vedere le nostre opere buone e dare gloria a Dio. In genere facciamo una cosa e le persone ci dicono: “bravo!”. Qual è invece l’opera cristiana? Quella che la fai e gli altri dicono: che bravo Dio! La gloria va a Lui! Perché sono opere belle in cui è ti sei fidato di Dio, e Lui ha compiuto in Te la sua opera, non ti ha deluso! Per esempio quando ti vedono splendere per pazienza e ottimismo, magari in mezzo alla prova o alla malattia, per misericordia nei confronti degli altri, oppure nell’adempiere fedelmente il tuo lavoro, o nello spenderti e nello spendere i tuoi beni per i poveri senza alcun interesse… ecco che gliuomini possono giungere a glorificare Dio attraverso la tua testimonianza.

Gigliotti Saveria Maria · 2 anni fa

Il Vangelo della domenica

“Convertitevi!”, non rimanete più nella tenebra

L’arresto di Giovanni il Battista segna l’inizio della missione di Gesù. Egli parte da una terra periferica, la Galilea, un crocevia dove convivevano ebrei e pagani, diverse culture e religioni, abitudini sane e distorte. Proprio da questa terra “confusa, tenebrosa”, il profeta Isaia aveva preannunziato che sarebbe rifulsa una grande luce: ed ecco la luce vera, quella che illumina ogni uomo: Dio in Gesù irrompe nella storia e viene a regnare nei cuori di chi lo accoglie! Gesù parte proprio da questo luogo confuso; Egli spesso parte dagli ultimi, dalle “periferie esistenziali”; quante volte nella nostra vita il Signore ci è venuto incontro mentre eravamo intrisi di pagane-simo, dissipati in tante abitudini sbagliate, schiavi del nostro io, delle cose materiali, dei nostri vizi… Gesù ci cerca e ci chiama a seguirlo, buttando via le speranze ingannevoli, per non lasciarci intiepidire dal benessere, dall’arrivismo, dalla vuota apparenza… “Convertitevi!”: non rimanete più nella tenebra, in questa situazione ambigua, della serie un po’pagani un po’credenti. è ora di cambiare: basta razzolare nel fango, sei fatto per il cielo! Basta tener un piede in due scarpe: se lo vuoi, puoi essere davvero libero nella Verità! Gesù chiama i suoi primi discepoli ad uscir fuori dalle tenebre, per diventare anch’essi luce per gli altri; sono delle persone semplici, immerse nel loro lavoro quotidiano. Il Signore passa e li chiama a seguirlo: alla sua chiamata esteriore corri-sponde un appello interiore nel cuore, qualcosa di profondo che li tocca a tal punto da dargli il coraggio di lasciare subito tutto. Da Gesù promana una bellezza irresistibile, e la sua chiamata è irresistibile! Nulla vale Cristo, nessuno ama come Lui, nessuno può donare ciò che dà Lui! Li sceglie non perché sono bravi, o perché sono già degli apostoli, ma perché diventino apostoli: «Come l’artigiano, che ha visto delle pietre preziose, ma non tagliate, le sceglie non per quello che sono, ma per quello che possono diventare»; è l’invito a realizzare la propria umanità seguendo il Signore. Solo seguendo Lui possiamo giungere a pienezza! Che bello sapere che Dio ci cerca, ci chiama: quanti però fuggono dalla sua chiamata, quanti passano il tempo a parlare, a sognare a occhi aperti, senza però decidersi a muovere passi concreti! «La decisione importante è quella di lasciarci conquistare, di non fuggire tutta la vita, di non chiudere sempre gli occhi davanti a tutti i segni, spesso strani e inattesi, che Dio ci fa balenare dinnanzi» (cardinale Ravasi). Qui vediamo la gioia dell’aprirsi alla fede, dello scoprire la propria vocazione e del rispondervi, del capire chi siamo e qual è la missione che ci è stata affidata dal buon Dio. Questo sarà, per i discepoli, l’inizio di un cammino entusiasmante, impegnativo e affascinante, il primo di una lunga serie di sì che dovranno rinnovare giorno dopo giorno; un cammino non esente da prove, da difficoltà e cadute, ma sempre sostenuto dalla certezza dell’amore e dalla misericordia del Signore! I discepoli fino a quel giorno hanno lavorato con impegno, pescando pesci; da quel momento però, sono chiamati a qualcosa di più: sono chiamati ad andare dietro di Lui, ad ascoltarlo, ad imitarlo. Lui farà di loro una “nuova creazione”, dei pescatori di uomini, cioè che portano la sua salvezza alle persone, traendole fuori dal mare della confusione e del peccato, dal modo di vivere falso, incostante, ipocrita per metterle al sicuro, nella “barca di Pietro” figura della Chiesa. A noi fidarci di Lui, che sa trarre da ciascuno di noi una meraviglia.

Gigliotti Saveria Maria · 2 anni fa

Il Vangelo della domenica

In noi c'è la fede matura di Giovanni?

Giovanni Battista vede Gesù venire verso di Lui; illuminato dallo Spirito Santo, riconosce che è proprio Lui il Salvatore, e ne proclama la divinità: questi è l’agnello di Dio, colui che esiste da prima di me (= da sempre) ed è colui che battezza in Spirito Santo, cioè che immerge nella spirito di Dio. Un Dio però diverso dalle nostre attese di gloria e potenza, che disorienta pure Giovanni. «Siccome il più grande peccato dell’uomo è l’orgoglio, causa prima della nostra infelicità, che ci fa allontanare da Dio e dal nostro prossimo, Dio venendo al mondo ha preso la strada letteralmente opposta: quella dell’umiltà» (cardinale Comastri). Soffermiamoci sul primo termine: Gesù è l’agnello di Dio, come a dire: non aspettatevi potenza e dominio, ma bontà; non aspettatevi terrore, ma fiducia; non aspettatevi esibizioni, ma umiltà; non aspettatevi un trono, ma la croce!”. Ecco l’agnello di Dio. C’è già tutto in questa immagine che ripetiamo ogni domenica a Messa. Ma in noi c’è la fede matura di Giovanni? C’è l’accettazione della via di Cristo, via dell’umiltà, della mansuetudine, della pazienza, della misericordia, dell’amore? La nostra comunione è con Cristo e con le sue scelte? Ma questo termine non dice solo mitezza: si riferisce infatti alla liturgia ebraica, dove al centro c’era il sacrificio dell’agnello pasquale, in ricordo del sangue dell’agnello sparso sugli stipiti delle porte che al tempo di Mosè li aveva preservati dall’angelo della morte (che sterminò i primogeniti egizi), ed era stato versato la notte in cui gli ebrei vennero liberati dalla schiavitù in Egitto! Questo, insieme alla frase successiva, ci indica la missione di Gesù: è venuto per togliere il peccato del mondo. Egli è la vera vittima che realizza la nuova pasqua, la liberazione dal peccato e spalanca le porte della terra promessa, del cielo! Gesù è l’agnello di Dio che ci salva dallo sterminio vero, dalla morte interiore, da ciò che ci fa realmente soffrire, che non è la malattia o l’economia, ma il peccato che ci separa da Dio, e ci rende schiavi, che ci porta vivere infossati nel baratro delle nostre colpe, dei nostri vizi, dei nostri egoismi, chiusi nell’odio, maliziosi, cattivi, materialisti... Noi possiamo fare tante cose belle, nella storia sono state fatte tante belle scoperte… ma da soli il perdono non riusciamo a darcelo. Uno può sorvolare, può cercare di farsene un ragione, può sforzare di accettarsi, ma se non si scopre amato, perdonato, la sua vita non cambia, si sente perso. Gesù è venuto a salvare ciò che era perduto! Se non ci salva Lui, sarà un continuo sforzarsi per cercare di “essere all’altezza delle tue aspettative”, o coprendosi di maschere e buone maniere, rincorrendo così la felicità senza mai trovarla, tentando di riparare quei danni che, a conti fatti, non è in nostro potere ripa-rare. Solo Dio ci può perdonare, ridarci vita, darci fiducia; è per questo Dio si è fatto uomo in Gesù: «Chi non si sente peccatore, chi si sente sempre a posto e sono sempre gli altri a sbagliare, chi non avverte il proprio peccato e non ha il coraggio di battersi il petto, non incontrerà mai Cristo per quello che è veramente: colui che toglie il peccato del mondo, il tuo peccato! Se vogliamo che la nostra vita cambi, deve cambiare il nostro cuore, e questo solo Dio lo vuole e lo può fare! Gesù è venuto per raddrizzare dentro di noi i nostri pensieri e le nostre intenzioni», è venuto a perdonare e a ridarci la vita, quella vita vera che il maligno vuol strapparci facendoci allontanare da Dio, mettendo a repentaglio la nostra vita eterna! E questa grazia grande la possiamo accogliere ogni qualvolta lo desideriamo nel sacramento della confessione con il sacerdote, dove veniamo purificati nell’intimo del cuore e otteniamo quelle grazie necessarie per lottare e vincere quei difetti che forse sono radicati nel nostro carattere, e che spesso sono motivo di sconforto e scoraggiamento. Che grazia bella, che ci libera, ci aiuta a migliorare, a diventare più umili e amorevoli, impedendo che cadiamo nella tiepidezza! Non temiamo dunque di accogliere l’agnello di Dio che ci salva, che ci perdona e ci nutre, specialmente nella celebrazione Eucaristica, dove si fa pane di vita eterna per amore nostro!

Gigliotti Saveria Maria · 2 anni fa