·

La parola del Vescovo

Messaggio alla città e alla Diocesi a conclusione dei festeggiamenti in onore dei SS. Pietro e Paolo

Quo vadis Domine? è il titolo di un famoso romanzo, ma questa vicenda che riguarda l’apostolo Pietro riprende una tradizione antica non contenuta nei Vangeli.

Pietro era già sfuggito alla persecuzione che imperversava in Giudea. La sua presenza a Roma, nel luogo della potenza imperiale, incoraggia e sostiene i cristiani.

Sino ad allora Roma si era mostrata abbastanza tollerante rispetto alle diversità, ma con Nerone cambia il clima sociale.

Il sospetto e la diffidenza nei confronti del diverso si trasforma in persecuzione.

I cristiani di Roma, per salvare l’apostolo designato da Gesù ad essere capo e guida della Chiesa, lo aiutano a fuggire. A questo punto si innesta la storia del romanzo citato.

Sulla via Appia, Pietro vede Cristo che ritorna a Roma e Pietro chiede al Signore: Dove vai Signore? Quo vadis Domine? E Cristo risponde: Vengo a Roma per essere crocifisso di nuovo.

A testimonianza di questo episodio, a Roma è sorta la Chiesa del Quo vadis, come un piccolo testamento della missione di Pietro. Infatti il principe degli apostoli ritorna indietro, va nel luogo dove avrebbe trovato la morte.

Pietro va incontro al martirio con coraggio, perché ha dentro il cuore la vita e la morte del Signore Gesù e dunque è consapevole non solo che nulla potrà separarlo dal Suo amore, ma anche che la sua vita è totalmente consegnata nella mani del Suo Signore e maestro.

Le parole di Pietro risuonano anche per noi. Pietro e Paolo ci chiedono: Dove vai Lamezia? Quale strada vuoi percorrere? Che sentieri vuoi seguire? Dove vuoi arrivare veramente? Che risposta saremo in grado di dare?

Lamezia è stata troppo a lungo bloccata da interessi di parte e i cittadini dalla paura. Gli interessi e i compromessi di alcuni come anche la paura e la rassegnazione di altri, hanno dato spazio alla fuga a tanti livelli.

Ma se Pietro e Paolo sono i nostri patroni significa che hanno una parola da dire a questa città.

La parola è: non fuggire ma camminare seguendo le orme del maestro.

Il cammino mette alla prova le intenzioni, purifica il cuore.Mettersi in cammino significa saper scegliere che cosa ci fa muovere e vivere e che cosa ostacola il cammino. Come città unita abbiamo una storia recente, appena cinquant’anni, ma molto sofferta!

Le maglie della mafia hanno fatto sentire e fanno sentire la loro morsa. Ci sono pagine della nostra storia in cui non possiamo negare errori. Questa rilettura richiede coraggio, ma anche speranza, perché nessuno può essere incatenato alla propria storia come un laccio! Eppure Cristo ci raggiunge e rilancia la possibilità di un cammino nel dono della vita.

Il Signore si avvicina alla storia di ciascuno di noi e alla nostra comunità e ci riconsegna la possibilità di fare un nuovo viaggio, la possibilità di iniziare un nuovo cammino. Pietro e Paolo sono testimoni veri e credibili che invertire rotta nella vita è possibile. Pietro non è stato un apostolo senza difetti, infatti ha commesso errori e ha rinnegato il Maestro più volte. Paolo era prima un bestemmiatore e persecutore dei cristiani. Eppure il Signore Gesù nella loro vita si è avvicinato per dare loro una possibilità nuova e riaprire una strada di salvezza non per se stessi (infatti danno la loro vita), ma anche per altri. Carissimi, guardando a Pietro e Paolo abbiamo bisogno di sentire vicino a noi Cristo che ci ridà la possibilità di una nuova strada e di un futuro nuovo.

La comunità cristiana di Lamezia è e sarà sempre disponibile per accompagnare i passi di questo cammino nuovo. Accogliamo l’invito dei nostri patroni: camminare dietro il Signore Gesù, seguirlo, cioè modificare le nostre scelte di vita secondo una logica di dono, di benevolenza e non di presunzione e di pretesa. Ritorniamo sui nostri passi! Rientriamo in noi stessi. Come persone, come famiglie e comunità, prendiamo nelle nostre mani il coraggio di ripartire e di farlo insieme! Quando ci accorgiamo di percorrere strade insensate, come Pietro che si era arreso, lasciamoci trovare dal Signore! Scegliamo un sentiero nuovo! Il Signore ci cerca sempre, non smette mai di rimetterci in piedi per portare noi e la nostra città su amabili sentieri di pace e di giustizia!

Redazione · 3 mesi fa

La parola del Vescovo

Ai Santi Pietro e Paolo affidiamo la grande nostalgia di Cristo del tempo presente

Questa solennità che celebra i due “Principi” degli Apostoli: san Pietro e san Paolo, uniti dallo stesso amore per Cristo e dalla stessa missione pastorale, è una delle feste più antiche della Chiesa. Saluto con cordialità e deferenza le autorità. è un momento importante questo perché in occasione dei Santi Patroni, la comunità civica e cristiana si ritrovano insieme. Un saluto a Sua Eccellenza il Prefetto Alecci e a tutta la commissione prefettizia del nostro Comune, alle distinte autorità militari della nostra città e a tutti voi carissimi fedeli che siete qui questa sera.

Celebrare la festa dei Santi Patroni è, dunque, un dovere di gratitudine e, insieme, uno stimolo a testimoniare in modo coraggioso la nostra fede in Cristo che sulla Croce ha vinto per sempre il potere della violenza con l’onnipotenza dell’amore. Infatti, la nostra festa non è staccata dalla trama complessa e difficile della vita individuale e sociale. Quotidianamente la prepotenza dei violenti, i sotterfugi di chi si crede furbo arrecando danno ad altri suoi fratelli e concittadini, attraversano come scosse la nostra storia. Celebrare i Santi Pietro e Paolo significa continuare a credere nell’onnipotenza dell’amore come vittoria contro ogni forma di male.

Il colore della festa dei Santi Pietro e Paolo è il rosso del sangue che hanno versato per testimoniare Cristo. “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13): ogni testimone della fede vive questo amore “più grande”, accettando il sacrificio fino all’estremo. D’altra parte questo rosso di cui siamo adorni in loro memoria è una testimonianza di fedeltà e libertà.

La libertà di dare la propria vita per rimanere fedele al Vangelo. Il loro martirio ci ricorda che “la forma più intensa della libertà è l’amore”. è paradossale vedere nella storia come – scrive il Card. Giacomo Biffi – “il cristianesimo si è affermato e ha vinto non quando ha cercato di andar d’accordo con gli araldi della menzogna, i profeti del nulla, gli adoratori dei vari idoli del mondo, ma quando ha saputo essere se stesso fino a esigere il sacrificio della vita; il cristianesimo si è affermato non quando si è posto a civettare con negatori dei valori e delle certezze, ma quando ha saputo affidarsi senza titubanze alla forza della verità; il cristianesimo si è affermato non quando si è illuso che la vita cristiana possa essere una passeggiata sotto i mandorli in fiore, ma quando non ha dimenticato che il battesimo arruola e sostiene in una lotta contro il male, che nella storia non finisce mai”. Ci troviamo oggi in un momento molto paradossale. Già Paolo VI diceva: «Il mondo dopo avere dimenticato e negato Gesù, lo cerca».

C’è una processione di nostalgici ma non rassegnati! Cercatori di verità che desiderano Cristo. Ci sono uomini e donne generosi che da Lui imparano il vero amore al prossimo. Un insieme di sofferenti che sentono vicino solo Cristo, uomo dei dolori. Un popolo di delusi dal “mondo” che cercano una parola ferma, una pace sicura. Un popolo di onesti che riconoscono la saggezza del vero Maestro.

«L’ansia di trovare Cristo si insinua anche in un mondo come il nostro, ma che non vuole soffocare». (Paolo VI) La Chiesa fondata su Pietro e su Paolo, ha proprio come scopo di non far dimenticare il Signore Gesù, renderlo presente, renderlo compagno concreto di ogni storia umana. Oggi ci sentiamo interpellati da San Pietro e da San Paolo. Come canta la Chiesa d’oriente: «I due grandi Apostoli sono le ali della conoscenza di Dio, che hanno percorso la terra sino ai suoi confini e si sono innalzati al cielo; essi sono le mani del Vangelo della grazia, i piedi della verità dell'annuncio, i fiumi della sapienza, le braccia della croce».

Dalla loro preghiera e dal loro esempio ci sentiamo abbracciati e in questo abbraccio riceviamo le loro stesse certezze di vita

Pietro e Paolo ci ricordano che il nostro vero rifugio è la fiducia in Dio. Come scrive San Paolo a Timoteo: «Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero». I nostri patroni benedicano la nostra Chiesa e città. A loro affidiamo la grande nostalgia di Cristo che c’è nel nostro presente affinché divenga desiderio di Lui. A Pietro e Paolo affidiamo la nostra missione di rendere vivo e presente Cristo luce delle genti, Figlio del Padre e fratello di ogni uomo e di ogni donna, di ogni popolo e nazione. Amen

Redazione · 3 mesi fa

La parola del Vescovo

Ordinazione presbiterale del diacono Giuseppe D'Apa

Omelia del Vescovo Luigi Cantafora

«Beato sei tu, Simone, figlio di Giona… E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietraedificherò la mia chiesa»

Carissimi presbiteri, caro Giuseppe, popolo santo di Dio, giunga a tutti voi il mio saluto pieno di stima e di affetto. Un grato abbraccio alla mamma e al papà di Giuseppe e anche a tutti i familiari.Ci raggiunge oggi, la Parola di Dio che sempre ci esorta, ci conforta e ci invita a camminare nella luce.Così contemplando Pietro e Paolo noi riceviamo il profilo del presbitero. Ma questa parola, caro Giuseppe, è per te che oggi ricevi il ministero del presbiterato e per tutti i sacerdoti tuoi confratelli.Nelvangelo abbiamo ascoltato la confessione di fede di Pietro e la parola di conferma e di promessa del Signore per lui.Beato sei tu. La prima parola è la beatitudine, un augurio di felicità. Il presbiterato è infatti prima di tutto un dono, una beatitudine, non nel senso di uno stato di vita fuori dalla realtà ordinaria; il presbitero è beato perché partecipa della stessa missione del Signore Gesù, incarnato e venuto tra noi per salvare il mondo, per servire dentro la Chiesa tutta l’umanità, soprattutto quella parte di umanità fragile e sofferente.

La beatitudine del presbitero è veramente una chiamata alla felicità che scaturisce dal dono di sé. Ci sono nel mondo diversi modi per cercare la felicità. Tutti la desideriamo.Il presbitero cerca la felicità guardando il Signore Gesù e “gli uomini che Egli ama”, volendo conformarsi a Lui in tutto.Ci è chiesta dunque una misura alta di vita cristiana. Tutto ciò è possibile a partire da «quando ho sentito che Gesù mi guardava» (papa Francesco, omelia 24 aprile 2015).«L’esperienza dell’incontro col Signore ci invia sulla strada del servizio dei fratelli, la sua Parola rifiuta di essere rinchiusa nel privato della devozione personale e nel perimetro del tempio e, soprattutto, la vita sacerdotale è una chiamata missionaria, che esige l’entusiasmo e il coraggio di uscire da se stessi per annunciare al mondo intero quanto abbiamo udito, veduto e toccato nella nostra esperienza personale»[i]. La seconda parola è pietra. Tu sei pietra, dice il Signore a Pietro e lo ridice a ogni presbitero.In questo anno pastorale noi abbiamo iniziato a camminare attraverso il tema della “pietra scartata” che diviene testata d’angolo e in questa luce abbiamo riletto la vita della nostra Diocesi. La pietra evoca anche l’immagine della solidità, della sicurezza, garante della vita ecclesiale.Pietro, rimanendo unito al Signore, diventa roccia sulla quale si possono appoggiare i fratelli e le sorelle, cioè si può edificare la Chiesa. Il Signore affida missioni impossibili a creature fragili come noi, per mostrare che è Lui che conduce la storia. La Chiesa non sta in piedi per le nostre capacità, ma per il dono della Spirito.Non sono neanche le nostre “trovate pastorali” a farci andare avanti, ma solo l’annuncio della sua misericordia gratuita che attende che tutti si convertano. Questo dà solidità vera alla comunità cristiana.Siamo convinti che se non si innesca un vero processo di conversione per tappe, non cambia la vita delle persone. Tutto questo è possibile se siamo realmente appoggiati sulla roccia che è Cristo, nostra salvezza. Poggiarsi saldamente su Cristo, che è la roccia, è la garanzia contro l’invadenza della mondanità che serpeggia nella vita della Chiesa.Se la pietra rimanda all’immagine della solidità, l’esperienza di Paolo ci invita alla passione per il vangelo. Paolo ha terminato la sua corsa e ha conservato la fede. Tutto qui? Verrebbe da dire. Ma questo “tutto” è l’essenziale.Così, caro Giuseppe, non perderti dietro attrattive mondane, ma cura l’essenziale, che è il rapporto vitale, sincero, aperto col Signore Gesù. Un prete è chiamato alla felicità nel dono di sé, è chiamato a vivere la passione per il Vangelo e la gioia per essere stato fatto oggetto di un grande dono, al quale corrispondiamo donandoci con gioia.Siamo chiamati a rinnovare sempre il nostro essere consacrati, ad abbracciare il celibato con gioia non come un peso, ma come “un dono” che ci permette di avere un cuore indiviso.Per questo è fondamentale che il prete conduca una vita consona al Vangelo, amante della Chiesa, ordinata negli affetti, sobria nelle scelte, luminosa ed esemplare nella testimonianza di carità.Questi ideali ci stanno di fronte non come mete irraggiungibili, ma come desideri attualizzabili. Se tu, caro Giuseppe, li coltivi nel cuore e li eserciti nella bellezza e nel coraggio della fede, il Signore che oggi te li dona in abbondanza, colmerà la tua vita di ogni benedizione. La vita del presbitero, è vero, comporta anche tante fatiche. E chi non fatica? Forse che un padre o una madre di famiglia hanno una vita rosea, senza fatiche? Quante fatiche ci sono in una famiglia! Siamo immensamente riconoscenti alle famiglie che si amano e si aprono agli altri e alla società.La fatica vera del prete consiste nell’accompagnare le persone verso processi di conversione, di cambiamento. Ancor prima, nel suscitarli. E come si fa a suscitare negli altri ciò che non vivo io stesso? Questa è la vera, grande fatica! Gesù per primo l’ha affrontata con i suoi discepoli che per tutto il tempo della sua predicazione gli sono stati vicino senza capire molto.Dopo la Sua resurrezione, dopo l’evento della salvezza e il dono dello Spirito, la prospettiva si ribalta.Chi era timido e pavido, come Pietro, diventa un annunciatore e un testimone appassionato fino a morire per Gesù e per il Vangelo; chi era spavaldo, sicuro di sé, e addirittura violento, come Paolo, diventa un apostolo dei pagani, un uomo che genera i cristiani: «…perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il Vangelo». (1 Cor 2 6,16), io vi ho partorito. Quando un prete genera (partorisce ) cristiani, come Paolo, la sua memoria rimane per sempre. Carissimi, questo fa Dio quando trova persone che si lasciano plasmare da Lui e che sono realmente, concretamente disponibili a lasciarlo agire nella loro vita.Il prete è chiamato a portare gli impegni della sua vocazione, talvolta lievi e talvolta faticosi, con il Signore, e anche a imparare a condividere un’amicizia con i confratelli che possono sostenerlo, aiutarlo, consigliarlo, senza cadere in meccanismi adolescenziali, alleanze infantili, non degni di uomini maturi.La comunione del ministero presbiterale è un dono, ma è anche frutto di una ricerca, di un desiderio di rapporti autentici, coltivati con attenzione, con stima e rispetto che dovrebbero sfociare anche nel desiderio di una vita in comune, che diventa una garanzia, una tutela per il nostro presbiterato.Quando mancano queste relazioni autentiche si cerca rifugio in altro, in rapporti che non saziano il cuore e indeboliscono la tensione apostolica. Nessuno sazia l’altro, neanche nel matrimonio. Il cuore dell’uomo è un abisso, è un baratro. Solo Dio sazia, solo Lui basta e ci dà di gustare relazioni veramente cristiane.Beatitudine, essere pietra, passione per il vangelo, sono le tre parole che la liturgia di oggi ci consegna.Accanto a queste vorrei richiamare anche tre espressioni che papa Francesco ha posto davanti per la Giornata di Santificazione del Clero: salire in alto, lasciarsi trasformare, essere luce per il mondo.Salire in alto significa prendere le distanze dall’apprensione delle cose da fare per cercare il rapporto con il Signore Gesù.Immergersi ogni giorno in quella preghiera che ci aiuta a ordinare la vita e guardare le cose da un’altra prospettiva, senza autoreferenzialità: «Il Signore ne scelse dodici perché stessero con Lui». Primo compito è rimanere con il Signore.Lasciarsi trasformare è percepire poi, che la vita sacerdotale non è un impiego a tempo determinato.Al contrario, ci coinvolge ogni giorno e ci porta a far sì che siamo sempre pronti all’ascolto dei fedeli, specie i lontani.Essere luce per il mondo, cioè pastori luminosi e raggianti come Mosè dopo l’incontro con Dio. Ancora una volta tutto parte dalla preghiera, ma non si ferma lì.Occorre scendere a valle ma trasformati per offrire ai fratelli la consolazione del Signore, l’ardore della Sua parola nel segno umile, ma reale della nostra testimonianza, con un cuore appagato perché attraversato dalla presenza di Cristo.Carissimi presbiteri, caro Giuseppe, vorrei che in questa festa dei santi Pietro e Paolo tenessimo vive nel cuore e nella mente queste parole per crescere nella testimonianza della fede della Chiesa, come Pietro e Paolo.Mentre affidiamo ai nostri santi patroni il ministero presbiterale di Giuseppe, chiediamo anche la loro intercessione perché la Chiesa di Lamezia sia appassionata, viva con autenticità il Vangelo, nell’obbedienza cordiale e non formale al vescovo, in una vera amicizia presbiterale, nella corresponsabilità con i laici, nella presenza amorevole e intelligente nel mondo senza compromessi che deturpano il suo bel volto.

Amen

Redazione · 3 mesi fa

La parola del Vescovo

Messaggio alla città a conclusione dei festeggiamenti di S. Francesco a Sambiase

Carissimi fratelli e sorelle, il nostro cammino per queste strade volge al termine. Siamo qui, un cuor solo e un’anima sola, legati alla Chiesa, che ci offre l’aiuto e la protezione di San Francesco da Paola.

Noi siamo in tanti a venerarlo e ad averlo seguito in questo giorno. Lo acclamiamo “Santo dei miracoli” e la sua vita di eremita è stata costellata da innumerevoli miracoli, la cui fama resta intramontabile anche ai nostri giorni.

Quando una città sceglie un patrono, sceglie un amico! Il santo fa da compagnia alla strada degli uomini e alle sorti della città.

Eppure questa nostra città non è tranquilla! Sembra che, come un torrente carsico, serpeggi sempre chi vuole seminare morte, odio, violenza e malaffare!

In tutto questo, sembra a volte che la città abbia paura dei più deboli e che la tranquillità debba essere raggiunta mediante la tutela della potenza. Il problema è sempre l’altro, quando invece è radicato spesso nei nostri costumi!

Francesco di Paola ha fatto suo e incessante l’invito alla condivisione e alla solidarietà con chi soffre.

San Francesco ha vissuto questo valore cristiano con grande impegno, diventando voce dei più poveri e indifesi. Ha invitato e invita ancora oggi i suoi seguaci con queste parole: “Secondo le vostre possibilità, compirete le pie opere di misericordia a favore dei poveri, degli orfani, delle vedove e degli invalidi”. Per questa ragione i Vescovi italiani, anni or sono, ebbero a definire San Francesco di Paola “il Santo della carità sociale”.

L’invito che il Santo ci fa è di creare legami di solidarietà!

Non si tratta dello sfizio di anime belle né la creazione di oasi di pace. è l’unico modo per vincere la paura di aprirsi.

Chi si prende cura del bene di tutti, anche se non lo sa, incarna perfettamente l’invito di San Francesco.Mai come in questo tempo stiamo sperimentando, la debolezza della nostra città. Eppure la città è il nostro patrimonio. A cinquant’anni dalla sua fondazione, non possiamo considerarla come un anonimo agglomerato senza identità e dilaniata da interessi di parte.

Dio ha un sogno per la nostra città. E il sogno di Dio è che la nostra città sia sempre più umana, più vivibile, più vicina a tutti. Ma, questo sogno di Dio ha bisogno dell’impegno di tutti noi.

E ora a conclusione della nostra festa chiediamo a san Francesco di Paola di benedirci così come benediceva le persone quando era ancora sulla terra: “Ci accompagni sempre la grazia di Gesù Cristo benedetto che è il più grande e il più prezioso di tutti i beni”. Amen.

Redazione · 4 mesi fa