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Tre storie di rifugiati. Dalla Nigeria alla Calabria, accolti da «Progetto Sud»

Scritto da Antonio Maria Mida. Postato in Vita diocesana

Morte, naufragi, tratta, sfruttamento. Ma anche accoglienza, integrazione, amicizia. C’è tutto questo nelle tre storie di rifugiati nigeriani, fuggiti da un Paese straziato da violenze e ingiustizie sociali. Storie drammatiche ma a lieto fine, grazie all’impegno e alla professionalità della Comunità Progetto Sud di Lamezia Terme, guidata da don Giacomo Panizza. Tre racconti per capire davvero perché si scappa, perché ci si imbarca, chi sono davvero questi "invasori". Ganiyat ha 30 anni e viene dal nord della Nigeria, vicino a Chibok dove sono state rapite le 276 studentesse. E anche la sua vita è segnata dal dramma di una scuola. «Sono scappata dalla guerra» ci dice mentre la tristezza le vela gli occhi. Una guerra che le ha strappato un figlio di 8 anni. «È stato ucciso nel 2015 nel bombardamento della scuola cristiana dove studiava. È stato Boko Haram». La sua famiglia è musulmana ma, assicura, «la religione per noi non è mai stata un problema». Ma quel giorno tutto è cambiato. La fuga col marito e col bimbo più piccolo di un anno, mentre altri due spariscono nella confusione dell’attacco. L’arrivo in Libia dove, prosegue il racconto, «ci arrestano. Io riesco a scappare, mio marito no e viene rimpatriato». A marzo 2016 parte con un gommone. Sono centinaia. Oltre a lei altre cinque donne con bambini. «Ho avuto tanta paura perché il gommone si stava riempiendo di acqua». Li salva una nave della Guardia Costiera. Sbarco a Lampedusa, poi Soverato e infine il Cas di Falerna gestito da Progetto Sud. Ora, dopo aver ottenuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari, sta seguendo un corso di alfabetizzazione e uno di informatica e tra pochi giorni inizierà una borsa lavoro da estetista. Ma il pensiero resta alla Nigeria. «Voglio tornare perché ci sono i miei figli. Mi mancano tanto, da morire. Lì ci sono tanti problemi ma lo farei per loro. Il futuro? Penso che cristiani e musulmani possano vivere in pace». Ganiyat spera di riunire la sua famiglia, Osayande ha ormai perso la speranza. Ha 20 anni, non era neanche maggiorenne quando è partito dalla Nigeria coi genitori e un fratellino. Sei mesi in Libia, poi il 29 marzo 2014 l’imbarco. «Io su una barca di legno con 200 persone, mamma, papà e mio fratello su un’altra. Ci hanno diviso i trafficanti, fanno come vogliono». E come è andata? «Te lo racconto anche se poi starò male tutto il giorno – ci risponde abbassando la voce –. Il mare era molto brutto. Noi siamo stati salvati dalla Marina italiana. Della mia famiglia invece non ho più saputo nulla». È quello che ha raccontato a papa Francesco, quando il 28 maggio 2016, assieme a 400 ragazzi delle scuole calabresi, ha partecipato alla quarta edizione del "Treno dei bambini", intitolata "Portati dalle onde". «Il Papa – ci spiega don Giacomo che lo accompagnava – gli chiede di fare una preghiera e lui, le mani unite, in piedi tra Francesco e il cardinale Ravasi recita: "Prego per il mio papà e la mia mamma che sono in fondo al mare e per tutti quelli che sono in fondo al mare"». Osayande è cristiano, come tutta la sua famiglia, «ma abbiamo sempre vissuto in pace coi musulmani». È stato battezzato a Lamezia da don Giacomo e «tutte le domeniche viene a Messa» ci dice il sacerdote che lo ha accolto e ne sta seguendo l’integrazione. Prima a "Luna rossa", la comunità per minori non accompagnati ospitata in un edificio confiscato e che ha subito vari attentati. Ora il corso di alfabetizzazione e il lavoro in un’impresa di autospurgo il cui titolare è un imprenditore antiracket. «Dove lavoro, sto bene. Sono tutti bravi. Ho una busta paga regolare e il datore di lavoro mi ha dato anche la casa dove abito – ci dice il ragazzo –. Mi vuole bene davvero». E dopo? «Vorrei tornare in Nigeria ma solo Dio sa il mio futuro».  Anche Evaristus, 24 anni, lavora e studia. «Tra un mese prendo la licenza media e intanto ho una borsa lavoro». È impiegato nel parcheggio dell’ospedale, con la cooperativa "Ciarapanì", altra iniziativa di Progetto Sud per l’integrazione dei rom e ora anche dei migranti. E vive in un appartamento assieme ad altri sei rifugiati. «Ci stanno aiutando a diventare autonomi. Ora sto bene», ci dice il ragazzo. Ma se guarda indietro vede solo una vita da profugo. «Manco dal mio Paese da 16 anni». Sì, Evaristus è partito dalla Nigeria a 8 anni, da solo. Ha viaggiato per vari Paesi africani e poi è finito in Libia dove ha lavorato come operaio. «Prima la Libia era un paradiso, ora non più. Bisogna nascondersi». Così nel febbraio del 2016 anche lui si è imbarcato. Cinque giorni in mare, salvati dalla Guardia Costiera. Nelle sue parole tanta nostalgia. «Lasciare la Nigeria è stato lo sbaglio della mia vita. Vorrei tanto tornare. Pensavo di trovare più opportunità, invece il mio Paese è più bello». (da Avvenire)