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L'evoluzione del lavoro secondo Giovanni Castiglioni

Scritto da Roberta Saladino. Postato in Vita diocesana

Sono tre le fasi analitiche dell’evoluzione del lavoro che Giovanni Castiglioni, docente, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha illustrato nel corso del primo incontro del nuovo anno pastorale della Scuole di dottrina sociale della Chiesa Castiglioni, infatti, ha parlato di: lavoro nella società industriale (seconda metà del XIX secolo e inizio del XX) che segna il mutamento sociale e costruisce le identità, ma al contempo è causa di alienazione; lavoro taylor-fordista (fino agli anni’ 60 e ’70 del XX secolo), pur se con ambivalenze tra dimensione espressiva e dimensione strumentale del lavoro, accentuazione del legame tra lavoro e integrazione sociale (compromesso tra un lavoro parcellizzato ma sicuro); lavoro nella fase post-fordista (dagli anni’70 ad oggi). Su quest’ultimo punto ha evidenziato gli elementi che contribuiscono al raggiungimento del culmine della sua valorizzazione: enfasi su ricomposizione delle mansioni, creatività e iniziativa personale, contenuti relazionali, dimensione cooperativa e comunicativa; enfasi, quindi, sul “saper essere”, accanto e insieme al “saper fare”; riduzione però della sua capacità di garantire la protezione sociale; nuove forme di stratificazione sociale e di povertà/vulnerabilità. Quindi, nell’analizzare il “Laudato sì”, ha fatto notare che all’interno di questa riflessione di papa Francesco il lavoro è: difesa del lavoro; corretta concezione del lavoro; senso; dignità; accesso al lavoro; possibilità di lavoro. La configurazione tradizionale della società è mutata e insieme ad essa anche i suoi ordinamenti gerarchici, al contempo la struttura professionale piramidale è venuta meno: negli ultimi anni si è assistito a un processo di polarizzazione della stessa struttura occupazionale. Le più recenti ricerche del Cedefop hanno infatti mostrato come, nei prossimi anni, si verificherà un rallentamento delle opportunità di lavoro con riferimento alle professioni che richiedono competenze di livello medio a fronte di una più marcata tendenza alla polarizzazione, cioè a un incremento delle professioni sia a maggiore sia a minore intensità di competenze. Le professioni che tra 20 anni avranno maggiori probabilità di essere le più diffuse nei paesi industrializzati, secondo le previsioni di alcuni fra i principali centri studi in campo occupazionale, a partire dal Bureau of labor statistics del Dipartimento americano del Lavoro, riguarderanno i settori più ad alto contenuto tecnologico e della green economy. Ma anche la più tradizionale assistenza alla persona avrà un forte sviluppo, a causa dell’invecchiamento della popolazione. Nel settore sanitario si vedrà al primo posto l’infermiera. Una professione non nuova, è certo. Ma in realtà l’intero settore della cura alla persona è atteso come uno dei due volani occupazionali da qui a 20 anni. Non solo appunto per l’invecchiamento della popolazione (fattore comune a tutti i paesi industrializzati, con un’aspettativa media di vita che sfiorerà gli 85 anni nel 2040), ma per altri solidi motivi: il sostegno al settore assicurativo per l’assistenza sanitaria e gli investimenti nella ricerca scientifica, dai farmaci ai macchinari, dalla robotica alla biotecnologia. Da qui, insomma, verranno fuori molti mestieri nuovi. Nell’ambito dei servizi sociali, per esempio, si svilupperanno gli “home carer”, ovvero chi assisterà i più maturi a casa; gli “experimental therapist”, che proporranno trattamenti alternativi ai pazienti; e il “memory augmentation surgeon”. Le proiezioni americane, aggiornate ogni biennio, seguono una metodologia che incrocia istruzione, formazione, esperienza professionale e aree economiche, assumendo un mercato in equilibrio, e si sono rivelate affidabili nel tempo (in assenza di recessioni o shock imprevisti). Perciò è la fonte più usata per la programmazione a livello nazionale: dai politici per decidere quali misure di stimolo varare, dalle agenzie di collocamento per la formazione, dalle università per adeguare l’offerta con nuovi corsi e, infine, dalle famiglie e dai figli per scegliere il lavoro.