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Esperienza d’amore, ovvero sublime pedagogia

Scritto da Antonio Pittella. Postato in Vita diocesana

 

Da oltre duemila anni la cristianità celebra la nascita di Gesù Bambino, figlio Unico generato da Dio Padre ad opera dello Spirito Santo, concepito dalla Vergine Maria. Evento meraviglioso, definitivo della salvezza dell’umanità, atto di amore denso di ineguagliabile sacrifici. Bambino segnato ad affrontare, nella sua storia umana, sofferenze indescrivibili, prima di morire sulla croce: trenta tre anni di vita terrena densa di grandi e salvifici insegnamenti enunciati e praticati con sublime amore e carità. Maria di Nazareth, fanciulla di appena quattordici-quindici anni, con il “SI” espresso all’Angelo, accetta di divenire la madre di Dio, un Dio avvolto in un immenso e straordinario mistero, ma, radicato nel suo cuore. Tutta la vicenda terrena del figlio, Maria la seguiva e, come ogni mamma di allora e di oggi, soffriva e gioiva attuando i suoi insegnamenti materni coadiuvata da Giuseppe, padre putativo di Gesù. L’evangelista Luca, riferisce che: “Maria davanti allo stupore dei pastori, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. In tutta la storia terrena del Figlio di Dio, la mamma, continuava a custodire nel suo cuore anche le immani sofferenze di Gesù, figlio incomprensibile dai sapienti (scribi, farisei, anziani del popolo), ma accolto e seguito dai piccoli, dagli umili e dai poveri di spirito.

Fino a qualche secolo passato la nascita di un bambino disabile veniva considerata, nella credenza popolare, una maledizione di Dio o una iattura attribuita ai genitori. Certamente, ciò, era dovuto alle condizioni di sottosviluppo culturale, all’analfabetismo, all’assenza di politiche sociali tese alla valorizzazione delle condizioni della persana umana, alla mancata presa di coscienza necessaria per dare la giusta collocazione sanitaria e pedagogico-didattica utile per la crescita, lo sviluppo, il recupero della salute fisica e psichica dei bambini con gravi problemi di sviluppo. Tutto l’onere sanitario e di assistenza era di esclusiva pertinenza della famiglia. Sempre i genitori accolgono il loro bambino/a, appena nato, con gioia immensa, guardano la loro creatura con stupore e con tenerezza, in particolare la mamma lo accosta sul petto, con gli occhi velati di pianto, lo stringe al seno e identifica in quel gioiello il “miracolo” dell’amore. Giorno dopo giorno segue con apprensione e commozione la crescita fisica e mentale, nota, con viva soddisfazione, lo sviluppo progressivo del linguaggio e della deambulazione, si adopera, mettendo a frutto le sue conoscenze, per favorire ogni iniziativa di carattere formativo finalizzata allo sviluppo della personalità. Si può dire che la mamma, gradualmente, diviene la prima fondamentale educatrice e maestra del figlio/a. Tale comportamento è conseguente ai doveri di ogni mamma; ma se il suo bambino/a, fin dalla nascita presenta problemi di salute e, più in generale, gravi deficit   riguardanti la sfera fisica e mentale, quale deve essere il suo comportamento nei confronti di quel bambino/a che non parla, non cammina, non sa esprimere i suoi bisogni? Ma, che soltanto il pianto, le grida di dolore, gli spasmi, le contorsioni trasmettono i sintomi di atroci sofferenze? In queste circostanze la mamma diventa, come viene definita nella credenza popolare, “la Madonna Addolorata. L’atteggiamento più comune e ricorrente viene espresso da alcuni genitori con la rassegnazione, ossia con l’adeguarsi alle cure e pratiche sanitarie che i protocolli di riferimento adottano. Ma non tutte le mamme reagiscono in tale senso!  Il dolore immane che le grida del figlio “trafiggono” il cuore, pur sconvolgendo la loro vita, per l’impotenza di non potergli dare alcun sollievo, esaltano l’intelligenza, non si danno per vinte: si instaura nella loro personalità, ad opera del grande amore, una forza d’animo indescrivibile, da cui scaturisce il percorso di attivazione di interventi didattici e sanitari che, nella pratica giornaliera e notturna, divengono veramente azioni di grandiosa pedagogia. Non esistono ostacoli agli interventi educativi e riabilitativi, non vi sono condizioni di sofferenze fisiche che possono limitare la loro dedizione: il loro cuore, anche se affranto, rimane pieno di amore e di speranza. In queste circostanze sono proprio le componenti amore e speranza che danno coraggio e intraprendenza per continuare una attività non scritta nei libri e nei trattati specifici, ma sperimentata quotidianamente con azioni, parole, linguaggi, cartelloni, scritti ecc… Affrontando innumerevoli disagi sul versante economico, esplorano l’inesplorabile in ogni luogo. La carica incessante e la tenacia di agire in tutte le direzioni, consultando professionisti e strutture sanitarie e riabilitative, è da collegarsi al fermo proposito di riuscire a conseguire obiettivi di miglioramento delle condizioni fisiche e mentali del figlio/a. Ogni loro atto di amore è frutto di silenziosa e fervente preghiera a Dio, preghiera che sgorga da un cuore pieno di tristezza, ma sorretto dalla speranza.

Con disappunto, bisogna annotare che lo Stato è quasi assente nei confronti di queste “mamme coraggio” e dei loro figli bisognosi di strutture sanitarie e scolastiche dotate di medici, di adeguati sussidi didattici, di inseganti di sostegno, di psicologi, di assistenti, di educatori preparati per svolgere al meglio il compito loro affidato. In Italia la legge n. 104 del 1992, sancisce l’obbligo scolastico dei bambini e dei giovani con problemi di disabilità; sono trascorsi, venti cinque anni e, tuttavia, i vari governi che si sono   avvicendati, non hanno risolto questa tanto importante questione di civiltà e di rispetto della dignità di tutti i cittadini. Non è umano, né cristianamente accettabile, ripete spesso Papa Francesco, distogliere lo sguardo dalle sofferenze che affliggono i bambini e i giovani di ogni parte del mondo, non si può fare finta di non sapere e di non vedere. Per il fallimento di compagnie aeree o di gruppi bancari, dovuto a disastrose gestioni delle politiche di bilancio o a brogli di vario genere, i governi hanno sempre trovato ingenti somme finanziarie per acquietare i gruppi di potere e i magnati dell’economia. Per la scuola, l’istruzione, la cultura e il rispetto dei diritti di tutti cittadini, i soldi necessari non si trovano mai, bisogna sempre accontentarsi delle briciole. Pare opportuno concludere queste brevi riflessioni, auspicando che la ricorrenza del Natale possa convertire le coscienze di chi detiene il potere della Cosa Pubblica verso una riqualificazione etica dell’azione politica, attraverso l’emanazione di provvedimenti legislativi finalizzati al rispetto della persona umana, segno questo di grande civiltà, specialmente se si tiene conto dei più deboli e dei più bisognosi.