Stampa

Pasqua: la carne e la gioia

Scritto da don Roberto Tomaino. Postato in Vita diocesana

Pasqua la gioia e la carne“Pasqua splendida, Pasqua del Signore, Pasqua! Con gioia abbracciamoci gli uni gli altri!” è un versetto del canone di San Giovanni Damasceno, cantato la mattina di Pasqua al Santo Padre Francesco, dopo il Vangelo, secondo un antico e suggestivo rito delle celebrazioni papali. Domani è la II domenica Pasquale, detta in Albis, o di San Tommaso e più recentemente della Divina Misericordia. Una festa, che vivremo forse con una partecipazione più intensa, a motivo della canonizzazioni dei Beati Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII. Motivi che si aggiungono alla gioia pasquale e che ricordano qual è la cifra alta della nostra vita cristiana.
Ciò che sorprende del tempo pasquale è come il tema della gioia sia profondamente legato al tema del corpo, della corporeità e della carne nel vero senso del termine. «Il cristianesimo è l'esaltazione della realtà concreta. Senza la resurrezione c'è una sola alternativa: il niente, tutto è illusione, siamo ingannati. Ma nella luce di Pasqua che irradia il nostro vivere il reale si rigenera» (Giussani).La Resurrezione di Cristo  nel suo vero corpo è il fatto fondante  della nostra fede, per questo motivo non c’è nulla di più estraneo per il cristianesimo quanto il disprezzo del corpo anche se debole. Anche per questo motivo, Nietzche accusava la fede cristiana di sovvertire la dura legge della selezione naturale. Infatti il debole deve lasciare spazio al forte. Monsignor Cantafora, nelle sue omelie durante la settimana Santa e il triduo Pasquale, ha richiamato più volte la Chiesa e la società lametina, sul valore della corporeità e della difesa in particolare dei più deboli e dei più fragili, in qualunque stadio si trovino a portare avanti la propria esistenza. Nella Veglia Pasquale erano risuonate con forza insieme all’Alleluja pasquale, le parole del Vescovo: “La resurrezione è la salvezza della corporeità: è la festa del corpo diventato luogo della presenza di Dio, luogo abitato da Dio. Dopo la Resurrezione di Gesù non possiamo pensare al nostro corpo come un involucro da cui staccarci o da usare e abusare, ma come il luogo della comunione con Dio, il santuario e il tempio della sua Presenza”. Tale incrollabile verità, - tradendo la quale, non avrebbe ragione di esserci la nostra presenza cristiana – giustifica ogni considerazione della Chiesa e dei cristiani su temi particolarmente delicati, quali la morale personale e familiare, su cui, ogni cristiano è cosciente non troverà il plauso dell’opinione pubblica. Anche il recente dibattito “tutto lametino” sul testamento biologico, affrontato con inusuale leggerezza anche da molti cristiani, avrebbe potuto ricevere senz’altro un contributo di riflessione  e di verità proprio dalla loro fede cattolica; visto come questa stessa fede è ancorata al corpo, fino a rigettare ogni spiritualismo e a essere carnale sin dentro il suo evento sorgivo, come la Resurrezione. Purtroppo come la storia ci insegna, i cristiani “inamidati” o i cristiani “pipistrelli e “da salotto” per dirla alla Papa Francesco, possono giocare un ruolo non indifferente, se privi di quel sano giudizio, che in modo molto semplice ed elementare, chiameremmo coerenza. Nonostante tutte le comunioni pasquali e gli abbracci di pace. Non è un caso che il processo di Pilato a Gesù, nelle parole di Pietro, sia uno scegliere tra la vita e la morte, tra l’autore della vita e un assassino come Barabba. Don Giussani diceva che la Resurrezione è un giudizio che “sfonda l'orizzonte normale della razionalità e afferra e testimonia una Presenza che da tutte le parti oltrepassa l'orizzonte del gesto umano, dell'esistenza umana e della storia”. E questo giudizio diventa il criterio dell’esistere, perché è un’esperienza talmente sconcertante che non lascia la vita indifferente. Del resto Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, come nuovi Santi, non raggiungono il titolo più alto per un cristiano. Non hanno scalato una piramide. Come ogni santo, sono scesi nella profondità della fede cristiana, l’esperienza del Cristo Risorto, che ha oltrepassato anche la loro corporeità, talvolta peccatrice, sofferente, deformata, immobile, ripugnante come in un letto di dolore, ma sempre ripiena dello spirito del Risorto. Tutto si piò chiedere alla Chiesa, ma non ciò che ha più caro: Cristo vivo e Risorto, il cui spirito abita nel corpo, creato, di ogni uomo e di ogni donna.