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George, un rifugiato, che voleva farla finita sotto un bus

Scritto da Oreste Paliotti. Postato in Testimonianza

All'improvviso rotola in mezzo alla strada davanti ad un bus. È un ragazzo di colore. Fortunatamente il veicolo si ferma ad un metro da lui. Io ed un motociclista, presenti alla scena, ci avviciniamo a lui che parla solo inglese. Proviamo a scuoterlo: «Se rimani qui, sei morto». E l’altro: «Meglio così!». Lo solleviamo di peso per deporlo sul marciapiede. Lui riscivola in strada. Lo riportiamo indietro. A questo punto il motociclista, ritenendo di aver fatto tutto il possibile, va via. Anch’io avrei degli impegni, ma… e il dramma di questo ragazzo? D’un tratto, un'idea: propongo al mancato suicida di seguirmi da uno del Bangladesh dell’Internet point qui vicino; forse potrà aiutarlo, dargli dei consigli… Acconsente. Durante il tragitto lo vedo asciugarsi le lacrime. Rao mi spiega dove trovare una comunità nigeriana. Ringrazio e ci muoviamo verso la via indicata, nei pressi della stazione Termini. George, 19 anni, sembra più calmo. Trovati alcuni suoi connazionali, vengo guardato con sospetto, forse temono sia un poliziotto. Solo dopo aver parlato con lui capiscono e mi ringraziano con calore. Lo lascio con loro non senza avergli dato il mio numero di cellulare e 20 euro. No, proprio non me la sento di abbandonarlo ora al suo destino. Mi sono saltati vari programmi, ma vado via felice! Due giorni dopo ho un appuntamento con Paolo, un amico, proprio a Termini. Propongo a George di trovarci lì per la pausa pranzo. Davanti a tre insalate lui ci racconta di suo padre, che era nel consiglio comunale del suo paesino, sul delta del Niger. Scoperto il petrolio nel territorio, erano nati dissidi tra il governo centrale e il suo comune, che volevano accaparrarselo entrambi. Una notte dei militari entrano in casa sua e gli ammazzano padre, fratello e sorella. Lui, la mamma ed un altro fratello riescono invece a fuggire. Ricercati, si separano: il fratello in Benin, George in Libia; della mamma si perdono le tracce. George arriva in gommone a Lampedusa, poi nei Cpt (centro di permanenza temporaneo) di Siracusa e Catania. La domanda di asilo politico gli viene negata. A questo punto ha 35 giorni di permesso per rimanere in Italia, oppure 30 per fare ricorso, però nessuno glielo dice e lui inizia a vagare dalla Sicilia a Napoli per poi finire a Roma. Ora vorrebbe ricorrere alla Caritas. Paolo ed io ci diamo un nuovo appuntamento per dopo il lavoro. Purtroppo all'ostello Caritas non possono ospitarlo: senza documenti, spiegano, nessuno lo accoglierà mai! Ricorrere all’ambasciata del suo Paese? George lo esclude decisamente: sarebbe consegnarlo all'arresto e probabilmente alla morte. S’è fatta sera. Dopo altre ricerche ci indirizzano a via De Lollis, dove c'è una casa occupata dall'associazione Action. Lì ci spiegano che, scaduti i termini per il ricorso contro il rifiuto di asilo politico, a George si può proporre una domanda di riesame. Per la notte, non ci resta che accompagnarlo sotto la tettoia dell'ufficio postale della stazione Termini, dove dormono tanti senza fissa dimora. Lo lasciamo tristi al pensiero che dormirà all’aperto, quando nelle nostre case ci sono letti vuoti e frigoriferi pieni. Ma non ci arrendiamo. L’indomani paghiamo a George il biglietto di andata e ritorno per e da Firenze: lì potrà passare presso un amico (speriamo) il fine settimana. Siamo a lunedì. Action ci propone il centro di prima accoglienza di via Assisi: Il giorno dopo ha disponibilità di tempo per accompagnare il nostro amico solo mia moglie Ada, che però non parla inglese... ma non si scoraggia e va. In via Assisi George viene destinato al "Centro San Bruno" di Finocchio, pur non avendo documenti, ma solo una promessa di presentare una domanda di riesame. Così Ada e lui, spiegandosi in qualche modo, raggiungono quella borgata dove finalmente gli viene assegnato un posto letto in una villa che accoglie circa 100 extracomunitari. La casa ha i suoi orari e le sue regole, che George s’impegna ad osservare: due volte a settimana va a scuola da Finocchio al Trullo; poi scopre presso Termini un'altra scuola frequentabile tutti i giorni, e va anche lì. Per il pranzo ricorre alla mensa di via degli Astalli. Una sera lo andiamo a trovare a Finocchio. Uno degli ospiti musulmani ci chiede se George lavora per noi. «No – rispondo –, semplicemente ci siamo conosciuti a Termini dove mi sono accorto che aveva bisogno di aiuto». L’altro mi guarda: «Sei il primo italiano che conosco, da otto anni, così concreto e sensibile di animo. È un dono di Dio!». C’è di che sperare: George fa progressi in italiano, Action ha preso a cuore la sua domanda di riesame e ci ha fatto scoprire una rete messa su da italiani e stranieri per la tutela dei diritti dei migranti. Non è facile incontrare, nel nostro mondo "di centri commerciali" e di offerte imperdibili, gente così! (da Città Nuova)