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Come si può diventare un “senza fissa dimora”?

Scritto da Oreste Paliotti. Postato in Testimonianza

Fino a qualche tempo fa Fabrizio si riteneva un uomo "fortunato": «Avevo una famiglia, un lavoro, amicizie, godevo di un certo benessere. La prima pugnalata alle spalle m'è venuta dal socio di cui mi fidavo ciecamente: entrato in un losco giro di droga, aveva mandato a rotoli il nostro bar discoteca, ed io, per evitare uno scandalo e coprire i suoi debiti, ho dovuto rinunciare a questa attività. Come non bastasse, quel periodo difficile ha scavato un abisso tra me e mia moglie; la quale, invece di sostenermi, quasi fossi io la causa di tutto, mi ha piantato, ha chiesto la separazione e tanto ha brigato che è riuscita ad ottenere l'appartamento. Quasi contemporaneamente, la nostra unica figlia se ne è andata vivere col suo ragazzo. Per difendere quelli che ritenevo i miei diritti, ho intentato più di una causa, deciso a portare le cose fino alle estreme conseguenze: col risultato di esaurire anche le ultime finanze. Carico di debiti, furibondo per quanto m'era piovuto addosso, mi sono alienato un po' tutti. Era realtà quella o stavo vivendo un incubo? Mi sembrava impossibile che disavventure così incalzanti potessero capitare alla stessa persona. Così ho cominciato a fare la vittima, ad assumere atteggiamenti rinunciatari, io che ero sempre stato dinamico ed efficiente. Intanto parenti e amici mi sfuggivano, infastiditi dalle mie richieste d'aiuto finanziario. Non avevo più soldi, da mesi non pagavo l'affitto dell'appartamentino in cui m'ero ridotto a vivere, e da un momento all'altro mi aspettavo di essere buttato fuori. A questo punto una decisione disperata: raccolsi in uno zainetto poche cose e scesi le scale del condominio senza nemmeno chiudere la porta di casa. Per andare… dove? Non lo sapevo». Fabrizio è diventato un senza fissa dimora. Uno che per sopravvivere deve adattarsi, dopo l'iniziale disagio, alla triste necessità di chiedere l’elemosina, dormendo dove capita. «È terribile il freddo in certe notti. Ti raggomitoli fra i tuoi stracci in quella coperta che non riesce a comunicarti calore. Fossi almeno una cosa inerte, saresti insensibile. Invece no, sei sempre un essere umano, che risente dolorosamente del freddo e dell'umido che aggrediscono ogni tua cellula. E allora? Allora chiedi aiuto alla bottiglia, finché ce n'è. Per narcotizzare sensazioni dolorose, pensieri tetri. Per piombare al più presto nella più profonda, misericordiosa incoscienza». Nel suo girovagare, Fabrizio incontra altri barboni come lui, fra cui anche marocchini, algerini, nordafricani comunque: «Gente con cui un tempo, con tutti i miei pregiudizi, mi sarei guardato bene dall'avere a che fare. Ora fraternizzo con loro, condividendo – nonostante il divieto del Corano! – un po' di vino che ho con me». Ma la legge della strada strada è anche violenza. «L'altra notte mi sono svegliato sentendomi sfilare da sotto la testa lo zaino. Ho aperto gli occhi e mi sono sentito alitare in faccia un fiato che puzzava di alcol. Era Andrzej, che da qualche tempo dorme qui vicino. “Che fai?”, gli ho urlato. Sgusciando fuori dal sacco a pelo, ho cercato di respingerlo, ma lui m'ha minacciato col coltello. Per schivarlo, son caduto malamente sul bordo del marciapiede, facendomi un taglio al labbro. Raccolte in fretta le mie cose, ho cercato una fontanella dove lavare la ferita». Ma si aprono anche squarci insospettati di umanità: «Ieri ho vagato tutto il giorno, prendendomela con me stesso e con gli altri, rimuginando sui torti subìti e sentendomi vittima più che mai; ora che ci penso, a parte le sigarette e il vino, non m'era neppure passato per la testa di mettere qualcosa di solido nello stomaco. E stamane? Sorpresa. È passata una ragazza che frequenta la mia solita chiesa, e mi ha lasciato uno zaino con qualche indumento. Chi glielo aveva detto che era proprio quello di cui avevo bisogno? Qualcuno la chiama "provvidenza". Per la commozione ho saputo solo balbettare un "grazie", ma di colpo mi son sentito scaldato dentro». Talvolta il passato irrompe senza preavviso. «M’ero fermato ad ascoltare un musicista ambulante. Dio mio, non avesse mai suonato quella musica! Era un motivetto di quando ero fidanzato. Il ricordo di Claudia e di mia figlia – tutto il mio mondo perduto – mi ha colto impreparato, al punto che per nascondere le lacrime ho dovuto battere in ritirata». L’ultima confidenza di Fabrizio:«Sì, dovrei lasciare questa città, ma so che non lo farò. Per quanto sia, quelle poche amicizie della strada che ho qui (e chi non ha bisogno di un amico?) costituiscono un motivo sufficiente per trattenermi. E poi c'è sotto sotto una speranza –assurda, lo riconosco: recuperare prima o poi una certa normalità, un po' di quello che ho perduto. Qualcosa di simile a quel che accadde a Giobbe, dopo le prove che ne spezzarono la vita». (da Città Nuova)