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L’isola che c’era e non c’era (e che adesso non c’è!)

Scritto da Oreste Paliotti. Postato in La recensione

Canale di Sicilia. Per un po’ dimentichiamo le tragedie che si consumano ormai da troppo tempo in questo braccio di mare Mediterraneo, e volgiamo la nostra attenzione su una vicenda singolare, d’interesse esclusivamente scientifico, che lo riguarda. Ce la ripropone il romanziere e autore di libri di viaggio Ambrogio Borsani nel suo Avventure di piccole terre, edito da Neri Pozza: una gradevolissima carrellata tra cinquantuno isole italiane (tante perché sono comprese nell’elenco anche alcune quasi microscopiche) «da leggere e da immaginare», come recita il sottotitolo del libro. Sì, anche da immaginare, perché una di esse, la Ferdinandea, è scomparsa da tempo. E proprio su questa effimera isoletta, le cui suggestive immagini è possibile visionare su Internet, voglio soffermarmi. «Affiorò dagli abissi nel giugno del 1831 dopo una scossa tellurica seguita da eruzioni – esordisce Borsani –-. Era poco più di uno scoglio emerso nel canale di Sicilia, ma subito giunse il capitano Jenhouse a bordo del cutter Hind, le infilò la bandiera britannica nella schiena e la battezzò “Graham Island”. Qualche mese dopo arrivarono i francesi e la ribattezzarono “Julia”. Poi re Ferdinando II, che allora dominava la Sicilia, inviò la corvetta bombardiera Etna e fece issare la bandiera borbonica. L’isola venne battezzata per la terza volta e prese il nome di “Ferdinandea”». L’instabile formazione esalante vapori sulfurei e contesa, per la sua importanza strategica, da tre Stati, quasi per far dispetto a ognuno  di essi sprofonderà negli abissi e ne riemergerà altre due volte nel 1846 e nel 1863, tra spettacolari fenomeni vulcanici, per poi sparire (definitivamente?). La sua effimera esistenza attirò l’attenzione di famosi scrittori come Alexandre Dumas e Jules Verne: il primo ne parla nel suo racconto di viaggio La Speronara, il secondo nel romanzo Le mirabolanti avventure di mastro Antifer. Ai nostri tempi, invece, riceve nel romanzo di Andrea Camilleri Un filo di fumo  i nuovi nomi di “Curraa” e “Trifiletta” da due storici testimoni della sua prima comparsa:  i capitani Corrai e Trifiletti. Inizialmente Ferdinandea raggiungeva una superficie di circa quattro chilometri quadrati e un’altezza di 65 metri; conteneva inoltre due laghetti sulfurei in costante ebollizione.  Quel che ne rimane oggi – un vasto banco di roccia lavica – giace alla profondità marina di circa sette metri  a 16 miglia nautiche dalla costa di Sciacca e a 29 dall’isola di Pantelleria (latitudine 37° 10’ nord e longitudine 12° 43’ est). Con il terremoto del 1968 nella valle del Belice le acque circostanti furono viste ribollire: un segnale di prossima riemersione dell’isoletta scomparsa? Il fenomeno però non ebbe seguito; venne invece segnalato nelle acque internazionali del Mediterraneo un insolito movimento di navi della flotta britannica. A scanso di equivoci, i siciliani si affrettarono a porre sulla superficie del banco subacqueo una targa marmorea con la scritta: «Questo lembo di terra una volta isola Ferdinandea era e sarà sempre del popolo siciliano». Nel 1986 – e qui la storia si fa comica – l’isola che c’era e adesso non c’è più venne addirittura scambiata per un sommergibile libico e colpita da un missile statunitense nella sua rotta per bombardare Tripoli! In anni più recenti ricerche oceanografiche intraprese in seguito ad una rinnovata attività sismica della zona hanno evidenziato che l’attuale banco costituisce uno dei coni accessori del vulcano sottomarino Empedocle, un mostro paragonabile all’Etna per larghezza della base. Conclude argutamente il suo racconto Borsani: «Ora la “Graham-Julia-Ferdinandea-Curraa-Trifiletta attende sott’acqua un mondo migliore. L’eternità è senza fine, dicono i teologi, ma gli scettici insinuano che prima o poi anche l’eternità dovrà smetterla con le pretese di infinito. E allora, quando il tempo arresterà la sua corsa senza senso, se non quello di portare rughe sulle facce, la Ferdinandea potrà finalmente mettere fuori la testa senza timori di sentirsi trafitta e perseguitata da fastidiosi riti battesimali». (da Città Nuova)