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Gončarov tra ragione e sentimento

Scritto da Oreste Paliotti. Postato in La recensione

«Era una giornata caldissima, una di quelle piuttosto rare a Pietroburgo; il sole inondava i campi e illanguidiva le strade, rendendole incandescenti con i suoi raggi che dalle pietre si riflettevano sulle persone. La gente si muoveva oppressa, ciondolante; i cani passavano con la lingua penzoloni. Pietroburgo pareva una di quelle città favolose in cui tutto, al tocco magico d’uno stregone, si sia pietrificato. Nemmeno una carrozza faceva udire il suono dei suoi campanelli; le tende, come palpebre abbassate sugli occhi, chiudevano le finestre; i pavimenti in legno dei marciapiedi parevano dovessero prender fuoco da un momento all’altro: su quelli di pietra non si poteva camminare. Dappertutto noia e sonnolenza…». Questa descrizione della metropoli sorta sul delta della Neva ad opera di architetti italiani per volere dallo zar Pietro il Grande (1682-1725) si trova in Una storia comune di Ivan Aleksandrovič Gončarov. Primo di una trilogia di cui fanno parte il celeberrimo Oblomov e Il burrone, questo romanzo d’esordio (1847) ma già rivelatore della grandezza dell’autore, di cui decretò la fama, viene oggi riproposto da Fazi. San Pietroburgo! Poche città al mondo hanno ispirato poeti e scrittori come l’antica capitale dell’impero russo, il cui splendore barocco e neoclassico costò migliaia di vittime fra gli operai che la costruirono in condizioni proibitive. Quasi intatta nel suo nucleo antico, a differenza di altre città storiche stravolte dal governo sovietico, è ricchissima di monumenti ed uno dei principali centri artistici e culturali ‘Europa: basti pensare soltanto al Museo dell’Ermitage con le sue prestigiose collezioni. Ripercorrere i suoi luoghi simbolo come la celebre Prospettiva Nevskij, il viale principale che l’attraversa sulla riva sinistra della Neva, è una delizia per quanti vogliono ripercorrere le orme dei personaggi di Puškin, Gogo’l, Dostoeveskij, Tolstoj, Lermontov, Turgenev, l’Achmatova, Esenin, Bulgakov, Gork’ij, Eren’burg e altri. Tornando a Gončarov, che a Pietroburgo soggiornò lunghi anni, in questo romanzo di forte impronta autobiografica narra le vicende di Aleksandr Aduev, un giovane romantico e idealista all’eccesso che dalla sonnolenta provincia, dove la madre lo ha sempre coccolato, si trasferisce nella sfavillante e dinamica sede dello zar sotto le ali dello zio Pjotr, un pragmatico capitalista sposato con la più giovane e bellissima LizavetaAleksandrovna. L’irriducibile sognatore che è Aleksandr crede nell’amore eterno, nell’amicizia indissolubile e soprattutto si reputa un grande poeta. Inevitabile il contrasto con l’imperturbabile “zietto”, che per preservarlo da cocenti delusioni cerca di orientarlo verso una visione più realistica della vita, e senza esclusione di colpi i duelli verbali tra i due, ognuno un mondo a sé che si direbbe impermeabile all’altro. Punto di forza del romanzo sono per l’appunto i dialoghi, travolgenti nella loro vivacità, verità e comicità. Comicità, però, non fine a sé stessa. Giacché intento dello scrittore è dimostrare, attraverso “una storia comune”, come sia necessario al buon vivere un certo equilibrio tra ragione e sentimento (un riferimento al romanzo della Austen?), tra slanci ideali e prosaica quotidianità. Trascorsi alcuni anni, infatti, zio e nipote hanno appreso ciascuno qualcosa, a proprie spese: ad un Aleksandr più disincantato, “arreso” alla realtà e in procinto di convolare a giuste nozze corrisponde un Pjotr che, accortosi di aver frustrato la giovane sposa offrendole un’esistenza grigia all’insegna dell’abitudine, cerca di correre ai ripari rivedendo le sue teorie esistenziali. Le diverse generazioni, insomma, non possono che trar vantaggio dal reciproco scambio, alleandosi contro il vuoto spirituale di una società moderna che ha distrutto il “mistero”: tale sembra il monito lanciato dal giovane possidente Gončarov venuto dalla profonda provincia russa lambita dal Volga. Il quale, dopo aver iniziato nella sognata Pietroburgo una carriera lavorativa, scoprendosi prigioniero d’un vasto ingranaggio burocratico e quindi avviato ad una progressiva disumanizzazione, rivalutò il nido natio dove i rapporti umani erano più autentici, nel rigenerante contatto con la natura. Non fosse stato per l’attività letteraria e la frequentazione del mondo culturale e artistico, avrebbe sperimentato il fallimento totale. Gli ultimi anni, tuttavia, segnarono il declino di Gončarov come scrittore dopo l’insuccesso del suo terzo romanzo. Amareggiato anche da dolori familiari e con la salute fortemente compromessa, si lasciò scivolare nell’innata pigrizia e finì segregato in poche stanze alla periferia di Pietroburgo, assistito da una donnetta: proprio come il suo personaggio Oblomov! La morte nel 1891 a 79 anni. Chi voglia rendergli omaggio troverà la sua tomba accanto a quelle di Dostoevskij ed altri grandi dell’arte e della cultura russa nel cimitero Tichvin, all’interno del celebre monastero pietroburghese eretto da Pietro il Grande per commemorare la vittoria ottenuta dal principe Aleksandr Nevskij sugli svedesi con la battaglia della Neva (1240): un meraviglioso complesso di edifici e chiese barocche circondato da mura e canali, su cui svetta la neoclassica cattedrale della Trinità. (da Citta Nuova)