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Il sisma che distrusse Reggio e Messina nel racconto del poeta Calauti

Scritto da Oreste Paliotti. Postato in La recensione

«L’istante è indescrivibile: ora i capelli mi si rizzano d’orrore nel ripensarvici; ma allora credo di non aver provato nessuna impressione se non forse un senso di soffocamento. Mi sentivo andar giù con movimento vertiginoso unitamente a quel gran tutto ch’era la casa in frantumi… Finalmente un fioco barlume, penetrato non so donde, ruppe le tenebre nelle quali eravamo sepolti, ed io potei scorgere mia moglie accoccolata alla mia sinistra e vedere che il liquido, il quale mi sgocciolava sul capo e che già m’ingrommava i capelli, era sangue… Era il sangue di mia madre; era il sangue di un mio bambino, i cui corpi stritolati furon poi rinvenuti poco sopra del luogo dove io mi trovava». Fa parte, questo brano, dello straziante resoconto che un poeta calabrese oggi dimenticato – Michele Calàuti, nato a Siderno nel 1861 – scrisse ad un anno esatto dalla tragedia che colpì la sua famiglia e moltissime altre di Calabria e Sicilia. Fu quando alle 5.20 del 28 dicembre 1908 una scossa tellurica di inaudita violenza sconvolse le sponde dello Stretto e ridusse ad un cumulo di macerie le città prima citate. Il sisma, seguito da tre ondate di maremoto, provocò un’ecatombe: le vittime, 83 mila (ma c’è chi sostiene che arrivarono a 120 mila), superarono quelle che sarebbero state causate dalla bomba atomica ad Hiroshima. Il Calàuti, dotato di un’indole felice e con una visione idealistica della vita, fu fervente cristiano e uno degli ultimi poeti romantici, forgiatosi alla scuola del neoclassicismo. A Roma aveva frequentato i più importanti salotti e collaborato con le principali riviste letterarie, insieme a Giosuè Carducci, Luigi Capuana, Edmondo De Amicis, Salvatore Di Giacomo e tanti altri. Tra i suoi amici, il giovane Gabriele D’Annunzio a cui dedicò più di una lirica. Le sue apprezzate raccolte Nebulose e Meteore, oggi introvabili, lo rivelavano promettente poeta. Tornato nella sua Calabria, si sposò e da allora, a motivo degli assorbenti impegni civili come sindaco di Siderno nonché di quelli familiari (aveva otto figli, tutti maschi, e la madre a carico) fu costretto a rallentare l’attività letteraria. Nel 1908 aveva 47 anni e in quel fatale dicembre alloggiava con i suoi in un delizioso villino alla periferia di Reggio, da dove si godeva un panorama incantevole: un luogo che, all’alba funesta del terremoto, sarebbe diventato la tomba della madre e di tre figli. Quando Calàuti riprese in mano la penna per rievocare la propria personale sciagura, espresse al tempo stesso quella di un popolo intero e di una terra tanto bella quanto tribolata. La sua testimonianza, intitolata “Lacrymae” ovvero “Ricordi d’un dissepolto”, giunse tra le mani dei maggiori uomini di cultura dell’epoca, non solo italiani. Tanti ne furono sconvolti, e vollero farsi partecipi con una parola, un pensiero, una poesia, una dedica: tra gli altri, Benedetto Croce, Antonio Fogazzaro, Grazia Deledda, Giulio Salvatori, Bonaventura Zumbini. Arricchito dai loro apporti, l’opuscolo conobbe più edizioni (le ultime sono del 1915, l’anno di un’altra tragedia, stavolta mondiale), grazie all’impatto emotivo di un evento che ha lasciato un segno indelebile nella coscienza collettiva italiana. Questa toccante raccolta, sottratta all’oblio dell’editore Rubbettino che l’ha ripubblicata nel 2008 col corredo di foto d’epoca, ha da dire ancora qualcosa, grazie al linguaggio universale del dolore. (fonte: Città Nuova)