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Il pagano di Dio

Scritto da Oreste Paliotti. Postato in La recensione

Ctesifonte, nell’odierno Iraq, rievoca la figura complessa e tormentata dell’imperatore Giuliano l’Apostata, che lì trovò la morte nel corso di una celebre battaglia. Una appassionante biografia getta luce su questo “padre della Chiesa mancato”, a dire dell’autore. Ctesifonte, un nome sonoro che evoca antiche civiltà. Fu infatti una delle principali città della Mesopotamia (attuale Iraq), capitale dell’impero arsacide prima e sasanide poi. Fondata sulla riva sinistra del Tigri intorno alla seconda metà del II secolo a. C., è localizzata nell’odierno villaggio di Salman Pak, circa venti chilometri a sud-est di Baghdad, di fronte a Seleucia. Per la sua posizione strategica su una delle direttrici della Via della Seta, nel corso dei secoli subì più volte conquiste e distruzioni. L’attuale sito archeologico presenta resti di diverse epoche. Ma la grande attrazione è il Taq-Kisra, ciò che resta del favoloso palazzo imperiale di Cosroe II (591-628): una enorme sala voltata in mattoni cotti (metri 26 di luce e 31 di altezza) che raccolse in preghiera i conquistatori arabi nel 637 d.C. Nel 1972 venne decisa la ricostruzione della parte perduta della facciata, interrotta però in seguito agli eventi bellici in cui rimase coinvolto l’Iraq. Ctesifonte, o meglio la piana di fronte alla capitale persiana,è stata anche teatro di famose battaglie come quella combattuta nel 363 d. C. tra l’armata sasanide e l’esercito dell’imperatore romano Giuliano detto l’Apostata. Così infatti lo ha bollato la storia, seguendo l’interpretazione di Gregorio di Nazianzo e di altri Padri della Chiesa, per aver rinnegato la fede cristiana nella quale era stato battezzato e per aver tentato di restaurare il paganesimo greco-romano. Una “macchia”, questa, che non rende però giustizia al nipote e successore di Costantino sul trono di Oriente. In realtà Giuliano, questo protagonista del IV secolo che ha ispirato fior di biografi, romanzieri, artisti e cineasti, è una figura tragica e complessa che non si può liquidare con un giudizio sommario. Ne è convinto Mario Spinelli, che da studioso di storia del cristianesimo e di letteratura cristiana antica si è immerso totalmente nel personaggio, diventato per lui una specie di felice ossessione, ed ora con Il pagano di Dio. Giuliano l’Apostata, l’imperatore maledetto (Aracne) ce lo restituisce a tutto tondo, con le sue ombre certo, dovute all’abiura, ma anche con gli innegabili pregi (vedi la concezione etica della politica, le riforme, le eccelse doti militari), arrivando perfino a definirlo un “padre della Chiesa mancato”. Che non sia una affermazione azzardata lo può giudicare il lettore alla fine di questa che, a differenza di tante biografie romanzate di moda oggi, è ancorata ai dati storici, anche se si legge come un romanzo appassionante: degna di un romanzo, infatti, è tutta la vicenda di Flavio Claudio Giuliano. Il ragazzo vede sterminata la sua famiglia, tranne il fratellastro Gallo, ad opera del cugino diventato Augusto col nome di Costanzo II: un cristiano, anche se contaminato dall’eresia ariana. Confinato in Cappadocia, vive una giovinezza nell’ombra, sempre sotto la minaccia di morte, immerso negli amati studi classici. Affidato per la sua educazione a maestri designati dall’imperatore assassino, conosce gli intrighi di una corte corrotta dove spadroneggiano i seguaci di Ario, che di Cristo e del cristianesimo sanno offrire solo una immagine deformata alla sua anima estremamente sensibile e assetata di Dio. Quale meraviglia se, con queste premesse, Giuliano sarà sempre più conquistato dalla cultura ellenistica assorbita in occasione di alcuni viaggi in Grecia e in Asia Minore, e attratto da una sintesi tra politeismo tradizionale, neoplatonismo, culti misterici, spiritualità orientale e teurgia caldea? Da allora non avrà che un sogno: ripristinare contro l’invadenza dei “galilei” (i cristiani) le antiche credenze che fecero grande la Grecia e poi Roma. Spinelli documenta la lenta ascesa di Giuliano. Per sbarazzarsi della sua ingombrante presenza, Costanzo lo invia nella Gallia messa a ferro e fuoco dalle invasioni barbariche, ma il suo disegno gli si ritorce contro: durante le campagne militari condotte dal 355 al 360, il cugino rivela una tempra di condottiero e si fa amare dai soldati per il coraggio e i saggi provvedimenti con i quali riporta alla normalità la regione devastata. Procede cauto: ancora non ha rinnegato ufficialmente la religione pagana e non manca occasione per dichiararsi obbediente all’imperatore, che per tenerlo sotto controllo gli ha dato in moglie la sorella Elena, ma tutto fa prevedere che prima o poi la sua popolarità gli metterà nelle mani l’impero. Ciò avviene alla morte improvvisa di Costanzo. Unico discendente superstite di Costantino, Giuliano è acclamato Augusto. Ora ha campo libero per realizzare il suo sogno: rialzare le sorti dell’impero restaurando gli antichi culti pagani. Per attuare ciò non ricorre, come già altri suoi predecessori, a persecuzioni sanguinose contro i cristiani, ma scatena quella che Spinelli definisce «la prima persecuzione moderna»: fa infatti terra bruciata attorno a loro, eliminando privilegi, costringendoli a restituire i beni e le proprietà incamerati dai pagani e vietando loro posti di dirigenza e di insegnamento. Ma ben presto la sua si dimostra una “missione impossibile”. I sacerdoti pagani, per lo più ignoranti, non hanno il livello dei campioni del cristianesimo, che reagiscono energicamente alle disposizioni imperiali. E non sono neppure in grado di copiare le istituzioni caritative della Chiesa, come vorrebbe Giuliano. Ridotto all’isolamento e con pochi seguaci fedeli, per rialzare le sorti dell’impero Giuliano s’imbarca nell’impresa più azzardata della sua carriera: annientare definitivamente la potenza dei persiani, gli eterni nemici di Roma. Sempre confidando negli dèi dai quali si sente investito, spera di ripetere i successi ottenuti nelle Gallie, lui che di coraggio ne ha da vendere ed è ottimo stratega (suoi modelli sono Giulio Cesare e Alessandro). Ma presso Ctesifonte, nella battaglia contro Sapore e il suo agguerritissimo esercito, viene colpito da un giavellotto. Muore a 32 anni, e con lui suo revival pagano.Fra le molte voci levatesi in ambito cristiano per esprimere soddisfazione per la morte dell’imperatore apostata, voci spesso calunniose, poche sono quelle che sanno distinguere il Giuliano anti-cristiano dal Giuliano uomo di governo. Prudenzio, suo contemporaneo, scriverà di lui: «Uno solo di tutti i prìncipi, di quel che ricordo da bambino, non venne meno come valorosissimo condottiero, fondatore di città e di leggi, celeberrimo per retorica e valore militare, buon consigliere per la patria ma non per la religione da osservare, perché adorava trecentomila dèi. Tradì Dio, ma non l'Impero e l'Urbe».A sua volta Giovanni d’Antiochia, nel VII secolo, lo definirà l'unico imperatore che abbia ben governato. Il libro di Mario Spinelli si aggiunge a queste voci obiettive, lasciando aperta la questione: cosa sarebbe stato di Giuliano se avesse conosciuto Cristo? (Fonte: Città Nuova)