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Ordinazione presbiterale del diacono Giuseppe D'Apa

Scritto da Vescovo Luigi Antonio Cantafora. Postato in La parola del Vescovo

 

Omelia del Vescovo Luigi Cantafora

«Beato sei tu, Simone, figlio di Giona… E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietraedificherò la mia chiesa»

Carissimi presbiteri, caro Giuseppe, popolo santo di Dio, giunga a tutti voi il mio saluto pieno di stima e di affetto. Un grato abbraccio alla mamma e al papà di Giuseppe e anche a tutti i familiari.
Ci raggiunge oggi, la Parola di Dio che sempre ci esorta, ci conforta e ci invita a camminare nella luce.
Così contemplando Pietro e Paolo noi riceviamo il profilo del presbitero. Ma questa parola, caro Giuseppe, è per te che oggi ricevi il ministero del presbiterato e per tutti i sacerdoti tuoi confratelli.
Nelvangelo abbiamo ascoltato la confessione di fede di Pietro e la parola di conferma e di promessa del Signore per lui.

Beato sei tu. La prima parola è la beatitudine, un augurio di felicità. Il presbiterato è infatti prima di tutto un dono, una beatitudine, non nel senso di uno stato di vita fuori dalla realtà ordinaria; il presbitero è beato perché partecipa della stessa missione del Signore Gesù, incarnato e venuto tra noi per salvare il mondo, per servire dentro la Chiesa tutta l’umanità, soprattutto quella parte di umanità fragile e sofferente.

La beatitudine del presbitero è veramente una chiamata alla felicità che scaturisce dal dono di sé. Ci sono nel mondo diversi modi per cercare la felicità. Tutti la desideriamo.
Il presbitero cerca la felicità guardando il Signore Gesù e “gli uomini che Egli ama”, volendo conformarsi a Lui in tutto.
Ci è chiesta dunque una misura alta di vita cristiana. Tutto ciò è possibile a partire da «quando ho sentito che Gesù mi guardava» (papa Francesco, omelia 24 aprile 2015).
«L’esperienza dell’incontro col Signore ci invia sulla strada del servizio dei fratelli, la sua Parola rifiuta di essere rinchiusa nel privato della devozione personale e nel perimetro del tempio e, soprattutto, la vita sacerdotale è una chiamata missionaria, che esige l’entusiasmo e il coraggio di uscire da se stessi per annunciare al mondo intero quanto abbiamo udito, veduto e toccato nella nostra esperienza personale»[i].
 La seconda parola è pietra. Tu sei pietra, dice il Signore a Pietro e lo ridice a ogni presbitero.
In questo anno pastorale noi abbiamo iniziato a camminare attraverso il tema della “pietra scartata” che diviene testata d’angolo e in questa luce abbiamo riletto la vita della nostra Diocesi. La pietra evoca anche l’immagine della solidità, della sicurezza, garante della vita ecclesiale.
Pietro, rimanendo unito al Signore, diventa roccia sulla quale si possono appoggiare i fratelli e le sorelle, cioè si può edificare la Chiesa. Il Signore affida missioni impossibili a creature fragili come noi, per mostrare che è Lui che conduce la storia. La Chiesa non sta in piedi per le nostre capacità, ma per il dono della Spirito.
Non sono neanche le nostre “trovate pastorali” a farci andare avanti, ma solo l’annuncio della sua misericordia gratuita che attende che tutti si convertano. Questo dà solidità vera alla comunità cristiana.
Siamo convinti che se non si innesca un vero processo di conversione per tappe, non cambia la vita delle persone. Tutto questo è possibile se siamo realmente appoggiati sulla roccia che è Cristo, nostra salvezza. Poggiarsi saldamente su Cristo, che è la roccia, è la garanzia contro l’invadenza della mondanità che serpeggia nella vita della Chiesa.
Se la pietra rimanda all’immagine della solidità, l’esperienza di Paolo ci invita alla passione per il vangelo. Paolo ha terminato la sua corsa e ha conservato la fede. Tutto qui? Verrebbe da dire. Ma questo “tutto” è l’essenziale.
Così, caro Giuseppe, non perderti dietro attrattive mondane, ma cura l’essenziale, che è il rapporto vitale, sincero, aperto col Signore Gesù. Un prete è chiamato alla felicità nel dono di sé, è chiamato a vivere la passione per il Vangelo e la gioia per essere stato fatto oggetto di un grande dono, al quale corrispondiamo donandoci con gioia.
Siamo chiamati a rinnovare sempre il nostro essere consacrati, ad abbracciare il celibato con gioia non come un peso, ma come “un dono” che ci permette di avere un cuore indiviso.
Per questo è fondamentale che il prete conduca una vita consona al Vangelo, amante della Chiesa, ordinata negli affetti, sobria nelle scelte, luminosa ed esemplare nella testimonianza di carità.
Questi ideali ci stanno di fronte non come mete irraggiungibili, ma come desideri attualizzabili. Se tu, caro Giuseppe, li coltivi nel cuore e li eserciti nella bellezza e nel coraggio della fede, il Signore che oggi te li dona in abbondanza, colmerà la tua vita di ogni benedizione.
 La vita del presbitero, è vero, comporta anche tante fatiche. E chi non fatica? Forse che un padre o una madre di famiglia hanno una vita rosea, senza fatiche? Quante fatiche ci sono in una famiglia! Siamo immensamente riconoscenti alle famiglie che si amano e si aprono agli altri e alla società.
La fatica vera del prete consiste nell’accompagnare le persone verso processi di conversione, di cambiamento. Ancor prima, nel suscitarli. E come si fa a suscitare negli altri ciò che non vivo io stesso? Questa è la vera, grande fatica! Gesù per primo l’ha affrontata con i suoi discepoli che per tutto il tempo della sua predicazione gli sono stati vicino senza capire molto.
Dopo la Sua resurrezione, dopo l’evento della salvezza e il dono dello Spirito, la prospettiva si ribalta.
Chi era timido e pavido, come Pietro, diventa un annunciatore e un testimone appassionato fino a morire per Gesù e per il Vangelo; chi era spavaldo, sicuro di sé, e addirittura violento, come Paolo, diventa un apostolo dei pagani, un uomo che genera i cristiani: «…perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il Vangelo». (1 Cor 2 6,16), io vi ho partorito. Quando un prete genera (partorisce ) cristiani, come Paolo, la sua memoria rimane per sempre.
 Carissimi, questo fa Dio quando trova persone che si lasciano plasmare da Lui e che sono realmente, concretamente disponibili a lasciarlo agire nella loro vita.
Il prete è chiamato a portare gli impegni della sua vocazione, talvolta lievi e talvolta faticosi, con il Signore, e anche a imparare a condividere un’amicizia con i confratelli che possono sostenerlo, aiutarlo, consigliarlo, senza cadere in meccanismi adolescenziali, alleanze infantili, non degni di uomini maturi.
La comunione del ministero presbiterale è un dono, ma è anche frutto di una ricerca, di un desiderio di rapporti autentici, coltivati con attenzione, con stima e rispetto che dovrebbero sfociare anche nel desiderio di una vita in comune, che diventa una garanzia, una tutela per il nostro presbiterato.
Quando mancano queste relazioni autentiche si cerca rifugio in altro, in rapporti che non saziano il cuore e indeboliscono la tensione apostolica. Nessuno sazia l’altro, neanche nel matrimonio. Il cuore dell’uomo è un abisso, è un baratro. Solo Dio sazia, solo Lui basta e ci dà di gustare relazioni veramente cristiane.
Beatitudine, essere pietra, passione per il vangelo, sono le tre parole che la liturgia di oggi ci consegna.
Accanto a queste vorrei richiamare anche tre espressioni che papa Francesco ha posto davanti per la Giornata di Santificazione del Clero: salire in alto, lasciarsi trasformare, essere luce per il mondo.
Salire in alto significa prendere le distanze dall’apprensione delle cose da fare per cercare il rapporto con il Signore Gesù.
Immergersi ogni giorno in quella preghiera che ci aiuta a ordinare la vita e guardare le cose da un’altra prospettiva, senza autoreferenzialità: «Il Signore ne scelse dodici perché stessero con Lui». Primo compito è rimanere con il Signore.
Lasciarsi trasformare è percepire poi, che la vita sacerdotale non è un impiego a tempo determinato.
Al contrario, ci coinvolge ogni giorno e ci porta a far sì che siamo sempre pronti all’ascolto dei fedeli, specie i lontani.
Essere luce per il mondo, cioè pastori luminosi e raggianti come Mosè dopo l’incontro con Dio. Ancora una volta tutto parte dalla preghiera, ma non si ferma lì.
Occorre scendere a valle ma trasformati per offrire ai fratelli la consolazione del Signore, l’ardore della Sua parola nel segno umile, ma reale della nostra testimonianza, con un cuore appagato perché attraversato dalla presenza di Cristo.
Carissimi presbiteri, caro Giuseppe, vorrei che in questa festa dei santi Pietro e Paolo tenessimo vive nel cuore e nella mente queste parole per crescere nella testimonianza della fede della Chiesa, come Pietro e Paolo.
Mentre affidiamo ai nostri santi patroni il ministero presbiterale di Giuseppe, chiediamo anche la loro intercessione perché la Chiesa di Lamezia sia appassionata, viva con autenticità il Vangelo, nell’obbedienza cordiale e non formale al vescovo, in una vera amicizia presbiterale, nella corresponsabilità con i laici, nella presenza amorevole e intelligente nel mondo senza compromessi che deturpano il suo bel volto.

Amen