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Messa crismale: "noi presbiteri siamo bisognosi per primi di un annuncio che scavi il cuore e ci attraversi la vita"

Scritto da Vescovo Luigi Antonio Cantafora. Postato in La parola del Vescovo

 

«Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri».

Carissimi presbiteri, in questo giorno consacrato al memoriale del nostro sacerdozio, le parole della liturgia ci raggiungono come un vomere che affonda la lama nella terra e lascia il solco profondo che permetterà ad ogni seme buono di rinascere e di portare frutto alla vita della Chiesa e all’umanità “che Dio ama”.

Sì, carissimi. Il Signore ci ha chiamati, ci ha consacrati e ci ha mandati a portare un lieto annuncio ai miseri. Questa parola è prima di tutto per me vostro vescovo. Chi sono questi poveri, questi miseri?

Abitualmente noi pensiamo che siano gli altri, fuori di noi, lontani da noi. Carissimi, dopo questi anni di episcopato sento di dirvi che i poveri siamo noi: noi presbiteri siamo bisognosi per primi di un annuncio che scavi il cuore e ci attraversi la vita. Tutto ciò sarà facilitato da una vera fraternità tra di noi presbiteri, e anche di sincera e costruttiva fraternità con il laicato e con le persone consacrate con le quali siamo chiamati a vivere relazioni contrassegnate dalla fede. Non si tratta di esistere assecondando simpatie o motivi semplicemente umani, ma di vivere quella comunione fraterna che nasce dalla fede “in Gesù Cristo vero Dio e vero uomo”.

Quando parliamo di povertà e di miseria non pensiamo soltanto alle situazioni di indigenza materiale. La povertà è ambivalente: può essere una beatitudine ma anche una miseria.

Di quest’ultima vorrei parlarvi. Talvolta possiamo ritrovarci poveri e miseri quando ci lasciamo ingannare da false immagini del nostro ministero, che sono vere e proprie illusioni.

È una grande miseria cedere alla credenza che il male trionfi e che il bene sia effimero, mentre il Signore ci invia ad annunciare che Egli vince ogni debolezza! Se non crediamo siamo veramente miseri e miserabili, perché poniamo ostacoli al Signore che ci ama, e vuole che nessuno vada perduto, perché desidera salvarci!

È doveroso allora chiamare per nome alcune di queste illusioni che ci immiseriscono e che inficiano il nostro ministero impedendoci di vivere con animo grato.

La prima illusione è il perfezionismo formale e il protagonismo. Tutto deve andare bene come dico io e se io non ci sono sicuramente ci sarà il disastro. Da ciò deriva una mancanza di fiducia negli altri ma in fondo anche in noi stessi. Alla fine, poiché le cose non vanno come vorremmo noi, ci sentiamo scoraggiati e delusi. Pertanto: fidiamoci e lasciamoci salvare dal Signore!

La seconda illusione si manifesta quando non accettiamo certe nostre manchevolezze e insufficienze. È fondamentale, per me sacerdote, accettare i miei limiti accogliendo con cordialità e benevolenza le mie ombre, finanche il mio peccato, senza però giustificarlo ma ammettendolo, consegnandolo. Sono un sacerdote, non un super eroe infallibile. Sono un sacerdote, uomo e peccatore, ma graziato! Questo fa la differenza e mi avvicina a ogni persona. 

La terza illusione, che può diventare tentazione, perché una grande bugia insinuata dal nemico, è la paura di essere soli, uomini soli senza qualcuno affianco come se solo un rapporto di coppia possa renderci felici. Ogni stato di vita comporta parti di felicità e situazioni di travaglio. È una illusione pericolosa pensare, ad esempio, che il celibato sia una umana incompletezza che spinge a cercare compensazioni che lasciano l’amaro in bocca e ferite profonde in noi e negli altri. Non capiremmo appieno la vita di Gesù e nemmeno quella di tanti uomini e donne del passato e del presente. Chiediamo al Signore che trasformi Lui i nostri pensieri in sapienza, dono di noi stessi, gratitudine per ciò che abbiamo ricevuto e per la vocazione di preti felici “con” e “per” gli altri! L’ingratitudine è stato il grande peccato del popolo nel deserto cosicché - dice un detto rabbinico: «resta sempre più difficile far uscire l’Egitto dalla mente, piuttosto che al popolo d’Israele uscire realmente dall’Egitto».

Dal riconoscimento della propria debolezza - la quale non è un ostacolo per Dio -, e dal superamento delle illusioni/tentazioni, nasce la gratitudine e quindi la predisposizione e la capacità di annunciare il lieto messaggio agli altri poveri come me. L’animo grato è consapevole di essere amato gratuitamente e per questo accetta di vivere anche una certa fatica, apprezza un impegno personale di gratuità, di amore e fedeltà che l’adesione alla chiamata al sacerdozio ordinato comporta. 

Ogni giorno il Signore ci invita a rinnovarci, a riconoscere quanto Lui ha fatto per noi e a superare così quella solitudine del non senso, per stare in piedi - sia da soli che con le moltitudini - davanti all’Unico! La gratitudine ci rende capaci di amare in modo libero ogni persona, senza ridurre l’altro ad un oggetto di possesso.

 Carissimi, viviamo con profondità il nostro sacerdozio. Il Signore ci ha chiamati, Lui ci sosterrà, se lo vogliamo. «Oltre ai compiti che sono l'espressione del ministero sacerdotale, rimane sempre, al fondo di tutto, la realtà stessa dell'«essere sacerdote». Le situazioni e le circostanze della vita invitano incessantemente il sacerdote a confermare la sua scelta originaria, a rispondere sempre e di nuovo alla chiamata di Dio. La nostra vita sacerdotale, come ogni autentica esistenza cristiana, è un succedersi di risposte a Dio che chiama” (S. Giovanni Paolo II, Lettera per il Giovedì Santo,1996). Viviamo con semplicità e gratitudine il combattimento della fede e prendiamoci cura gli uni degli altri come Gesù si è chinato su di noi fino a lavarci i piedi. La reciprocità dell’amore e della cura per la vocazione del confratello renderà questo presbiterio bello davanti a Dio e a gli uomini, ricco di quel profumo effuso su di noi per la gioia e la bellezza della Chiesa. Proprio come ha fatto Maria di Betania che riversando il profumo di nardo, olio di tenerezza e di consolazione, sui piedi di Gesù, ha permesso a tutti, peccatori, lontani e miseri, di essere sedotti da una Chiesa che è chiamata a dare il profumo della gratuità