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Lamezia Terme ha bisogno di testimonianze di fede in Dio e di fiducia tra il popolo.

Scritto da Luigi Antonio Cantafora, Vescovo. Postato in La parola del Vescovo

 

Carissimi, la festa dei principi degli apostoli, Pietro e Paolo, oltre che a metterci in stretta comunione con la Chiesa di Roma e col Santo Padre, ci aiuta a riflettere sulla testimonianza che possiamo rendere al Signore Gesù. La Chiesa ha voluto accomunare i due araldi del Vangelo così dissimili nel temperamento e nel carattere ma così uniti nel kerigma, cioè nell’annuncio principale del Vangelo, e coerentemente nella testimonianza resa al Signore morto e risorto per la nostra salvezza. Un aspetto che colpisce della loro vita e che vorrei sottolineare in questa liturgia è proprio questo: quale testimonianza rendiamo, anche noi, al Signore Gesù? La prima lettura ci ha narrato la Pasqua di Pietro. «Erano i giorni degli Azzimi». Pietro è in catene, recluso in carcere. Come per Gesù è proprio durante la Pasqua ebraica che avviene la cattura e la prigionia del primo degli apostoli. La Chiesa prega per Pietro e lui dorme. Questo particolare non è insignificante. Pietro ha imparato a fidarsi del Maestro: si consegna e si affida come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, sapendo che essere nelle mani di Dio e non degli uomini significa essere in mani sicure. Nel Vangelo ricordiamo certamente Gesù che dorme, nell’episodio della tempesta sedata, mentre infuria il maltempo e le acque si riversano sulla barca così da impaurire gli apostoli. Sono due situazioni estreme che hanno come comune denominatore la paura della morte. La tempesta rappresenta quelle situazioni imprevedibili che non possiamo determinare noi. La carcerazione di Pietro è invece voluta dagli uomini. In entrambi i casi, la paura di perderci, di morire, ci sovrasta e spaventa. Gesù e Pietro, invece, ci dimostrano che c’è un altro modo di affrontare la vita anche nei lati più oscuri che preludono l’angoscia e perfino la morte: è la fiducia. Fiducia in Colui che non farà perire neanche un capello del nostro capo, fiducia in Colui che ci dice di non avere paura, fiducia in Colui che ha promesso di starci vicino e che provvede a noi in tutto. Ma, ci crediamo? Il vero miracolo non è essere liberati, ma avere fede in Dio e fiducia negli altri! Noi invece spesso ci affidiamo solo a noi stessi, ai nostri pensieri e criteri, e vogliamo ottenere solo ciò che noi pensiamo sia giusto ed evitando dialoghi e confronti. In tal modo di fare, la fede è molto lontana dalla vita, Dio scompare dall’orizzonte, e noi pensiamo di determinare tutto. Siamo noi i “signori”, gli unici artefici della nostra vita! Eclissiamo Dio e sottovalutiamo i fratelli! La nostra pretesa di onnipotenza apre la strada alla superbia e al tarlo della diffidenza, e diciamo a Dio: tu non ti curi di me, a te non importa la mia vita, guarda come sono ridotto! E con un passaggio illogico stabiliamo: non mi fido, preferisco dirti io ciò che è bene per me! Pietro in carcere ci insegna invece la fiducia attiva, non la passività arrendevole di chi non prende iniziativa. È la fede in Dio che opera anche nelle catene. Pietro viene liberato dalle catene e subito ritorna dai fratelli. È la sua Pasqua! Certo Pietro sperimenterà la morte come tutti, ma la sua consegna avviene già qui. È l’esperienza del superamento dell’angoscia della morte, è la scelta del dono della vita per amore: questo ci fa vivere! Carissimi, anche Paolo, dopo tutto ciò che ha vissuto e i pericoli affrontati, riassume dicendo: «Ho conservato la fede». Anch’egli rende testimonianza alla fede, nella coerenza tra ciò che crede e ciò che vive. Qual è il tesoro, l’eredità che abbiamo? Che cosa possiamo custodire e offrire se non la fede? Noi siamo abituati a confessare la fede con la bocca; riconosciamo che il Signore è il Cristo. Non abbiamo confusioni in merito. Ma la nostra confessione di fede può crescere di più, può inverarsi diventando testimonianza credibile, modo di vivere attraente per altri se ci fidiamo di Dio e, nonostante tutti i limiti, se ci fidiamo anche stimando maggiormente i fratelli e pure noi stessi. Il Signore ha cura di noi più di noi stessi; Egli ci ama e ci stima veramente, profondamente, come nessun altro. Quindi: quale testimonianza desideriamo offrire anche noi, insieme, alla nostra città? Lamezia Terme ha bisogno di testimonianze di fede in Dio e di fiducia tra il popolo. Come gli apostoli Pietro e Paolo, proprio perché diversi tra di loro, anche noi siamo chiamati a testimoniare lo stesso sforzo di dialogo e, se serve, di reciproca correzione fraterna. L’oggi ci spinge a testimoniare anche una maggiore giustizia e legalità per la sicurezza pubblica e sociale della nostra città, senza scusanti e senza deleghe solo agli “addetti ai lavori”. La città ha bisogno di pace e non di scontri ad arte. Ha bisogno di collaborazione tra soggetti diversi, tra pensieri diversi, tra aspettative diverse, perché l’interesse più alto è quello delle persone, soprattutto dei più poveri. La festa dei nostri patroni ci aiuti allora, carissimi fratelli e sorelle a crescere nella fede in Dio, nella fiducia reciproca e nella confessione della nostra fede attraverso una vita santa! Che il Signore Gesù ci doni, per intercessione dei nostri apostoli, una fede forte, un grande coraggio apostolico e la speranza di essere associati alla sua vita come alla sua morte e risurrezione. Così sia.