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Abbiamo bisogno di voi, e, se siete più vicini a Dio, sarete anche capaci di essere vicini a noi uomini

Scritto da Vescovo, Luigi Antonio Cantafora. Postato in La parola del Vescovo

Vi do il benvenuto con tanta amicizia, stima e gratitudine, carissimi fratelli e sorelle delle Polizie municipali, qui convenuti da diverse parti della Regione. Saluto tutte le autorità presenti e in particolar modo il Signor Sindaco e le altre personalità civili e militari.  Guardiamo alla figura luminosa del vostro patrono san Sebastiano perché è un riferimento importante. È un martire: cosa vuol dire? Una persona che andava al di là delle abitudini, dei costumi, del “tutti fanno così”.Ecco la luminosa figura di Sebastiano: nasce a Narbonne, in Francia, ma poi arriva a Milano. Siamo sullo scorcio del terzo secolo e sono anni difficili per i cristiani. Vige un principio giuridico per i cristiani, che si era affermato sotto l’impero di Nerone: “Voi cristiani non potete esistere”! Questo era lo statuto sociale e giuridico dei cristiani nei primi secoli. Essere cristiano voleva dire, allora, non essere sicuro di arrivare alla sera. Sebastiano era un cittadino obbediente, un funzionario obbediente; da Milano raggiunge Roma ed era anche amico dell’imperatore Diocleziano che ad un certo punto lo mette a comandare una sua coorte. Però Sebastiano , oltre che essere un fedele suddito, era anche un cristiano. Sebastiano, allora, distingue l’ambito laico ( l’obbedienza a Cesare) dall’ambito della coscienza personale e così compie gli atti che gli vengono richiesti ma difende la libertà di coscienza sua e degli altri. Accudisce i cristiani, li incoraggia, li visita, li sostiene, li aiuta nel momento della prigionia e del martirio e questo viene alle orecchie di Cesare che lo chiama: Io ti avevo dato fiducia! Ma Sebastiano gli dice: “Io sono un uomo fedele, suddito. Sono un funzionario obbediente ma il Vangelo mi ricorda: date a Dio quello che è di Dio, date a Cesare quello che è di Cesare”. È proprio il Vangelo di oggi. Qui c’è Sebastiano, c’è la libertà dell’uomo, c’è la dignità dell’uomo, c’è la laicità dello Stato: dare a Dio quello che è di Dio, dare a Cesare quello che è di Cesare. Bisogna essere buoni cittadini, dunque, soprattutto se siamo chiamati a svolgere funzioni importanti per il bene comune. Portare una divisa è andare oltre se stessi. Portare una divisa è andare oltre le proprie simpatie o antipatie personali. Portare una divisa vuol dire cambiare il modo di guardare le cose: non in riferimento a me ma in riferimento agli altri, al bene comune. In questa prospettiva nulla si toglie al diritto ma si dà un’anima alla città e alle relazioni umane, anche là dove le relazioni umane sono più difficili perché c’è più miseria. Essere cittadini, essere servitori dello Stato, nel senso più nobile di questo termine, essere riferimento per gli altri, conoscere la legge, applicare la legge, essere sotto la divisa uomini e donne capaci di guardare con sguardo umano e cristiano chi ci sta di fronte. Sebastiano ha saputo fare questo e lo ha saputo fare fino in fondo, anche quando di fronte al sanguinario Diocleziano nel 304, quando aveva 41 anni, ha saputo distinguere così bene l’obbedienza alla polis – alla città, a Cesare, allo Stato – e la libertà di coscienza.Siete chiamati ad avere una grande ricchezza spirituale. Il vostro santo vi aiuti allora a crescere in questa ricchezza perché così anche la vostra professionalità, il vostro lavoro, il vostro dovere quotidiano diventerà una benedizione per il quartiere dove operate, per il paese dove vivete, per il territorio di cui avete responsabilità. Noi preghiamo per voi, perché sappiamo che siete particolarmente esposti e siete chiamati a prendere decisioni, certe volte in tempi brevi. Chiediamo al Signore che vi dia quella prontezza, quell’immediatezza, quel coraggio e quell’equilibrio che aiutano il bene comune e soprattutto le persone più fragili. Abbiamo bisogno di voi, e, se siete più vicini a Dio, sarete anche capaci di essere vicini a noi uomini. Grazie per quello che fate.