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A Rossano il capolavoro d’arte bizantina ora riconosciuto patrimonio dell’umanità

Scritto da Oreste Paliotti. Postato in Itinerari

Dire Rossano è dire il più importante dei sette manoscritti miniati orientali esistenti al mondo, da poco inserito dall’Unesco fra i beni eccellenti del patrimonio artistico universale:  il Codex Purpureus Rossanensis, Questo Evangelario greco contenente l’intero Vangelo di Matteo e quello di Marco, tranne i versetti 15-20, insieme a una parte della lettera di Eusebio di Cesarea a Carpiano, è detto purpureusdai suoi 188 fogli di sottilissima pergamena colorati in rosso (in origine dovevano essere 400), mentre rossanensis sta a indicare la città calabra di Rossano, custode nel locale Museo diocesano di arte sacra di questo tesoro di cui s’ignora l’autore. La raffinata grafia in cui è redatto questo raro Codice mutilo è la maiuscola biblica o greca onciale; le parole sono scritte tutte di seguito, senza accenti né segni di interpunzione, tranne il punto fermo che segna il passaggio da un periodo all’altro; il testo è distribuito su due colonne di venti righi, di cui i primi tre, che costituiscono l’incipit dei Vangeli, presentano caratteri in oro, mentre il rimanente testo è in argento. Datato in un periodo compreso tra il V e il VI secolo, come suo luogo d’origine si è ipotizzata l’area mediorientale (Antiochia di Siria o Cesarea di Palestina). Ma quando e in che modo il Codex pervenne a Rossano, sull’alta costa jonica? Secondo alcuni autori nel VII secolo, al seguito di monaci greco-melchiti cacciati dall’espansione islamica in Palestina, Siria, Egitto e Cappadocia; oppure monaci fuggiti dall’Oriente bizantino a motivo delle feroci persecuzioni dell’ottavo secolo che vietavano il culto delle immagini sacre. Altri invece parlano di dono fatto alla cattedrale rossanese da un aristocratico della corte di Bisanzio. È risaputo che fin da epoca remota la Calabria accolse ondate straniere costrette dalla crisi politico-economica della propria terra a trasferirsi altrove. Il primo millennio antecedente l’era cristiana vide così la grande colonizzazione greca delle sue coste, con l’arrivo anche di personalità di spicco come Pitagora di Samo, che trovò rifugio a Crotone. Esattamente come ai nostri giorni, per motivi simili, assistiamo all’esodo di intere popolazioni e alla fuga di “cervelli” in nuove patrie. La seconda ellenizzazione della Calabria avvenne invece tra l’ottavo e il IX secolo, causata probabilmente dall’intolleranza degli imperatori d’Oriente prima accennata. Fu allora che questa regione si popolò di monaci, eremiti e icone sottratte alla furia iconoclasta. Importante centro bizantino già dal VI secolo, Rossano si distinse nell’accoglienza ai profughi, diventando col tempo centro diffusore, nel Meridione, della cultura e della liturgia greche, grazie ai suoi monasteri forniti di biblioteche e officine in cui si copiavano manoscritti, e alla nuova schiera di asceti emuli di quelli della Tebaide. Assieme a questi dovette arrivare anche il Codex purpureus. Splendono di stupefacente bellezza le quattordici tavole miniate superstiti, delle quali dodici rappresentano parabole ed episodi della vita di Gesù, una riproduce il Canone della concordanza degli evangelisti, mentre l’ultima è il ritratto di san Marco. Una in particolare s’intona al Giubileo della misericordia: Cristo vi appare nelle vesti del buon samaritano, chino ad aiutare un uomo nudo e ferito, disteso a terra. Dietro costui si nota un angelo (non menzionato dall’evangelista Luca) che porge a Gesù una coppa d’oro. Nella vignetta seguente il ferito caricato su un asino è preceduto da Cristo, che consegna alcune monete a un locandiere. Secondo una interpretazione allegorico-popolare, se il samaritano è Cristo, l’uomo ferito è l’umanità caduta e l’albergo la Chiesa. Segue la scena di Cristo nel Getsemani. Sopra un suolo roccioso Gesù è rappresentato due volte: a destra, prono in preghiera, a sinistra chino sugli apostoli addormentati. Le due raffigurazioni sono separate da un grande spazio vuoto e da una roccia al centro: efficace accorgimento per indicare la solitudine del Maestro. La scena è immersa in un orizzonte nero al di sopra del quale si intravede una striscia azzurra con stelle e una luna crescente. Si tratta della più antica raffigurazione di un “notturno” nell’arte cristiana. Come nella precedente pergamena, anche nella parte inferiore di questa compaiono le immagini di quattro profeti che commentano i relativi episodi. Infine, vi è sorprendente ritratto di Marco, «l’unica figura di evangelista rimasta in un codice greco dei Vangeli, anteriore al X secolo». Marco è rappresentato all’interno di una specie di baldacchino sorretto da colonne: siede su una poltrona di vimini dall’alto schienale, chino su un rotolo aperto sulle sue ginocchia, che riporta l’iscrizione: «Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, figlio di Dio». Appare tutto concentrato a scrivere con la mano destra. Davanti a lui un personaggio femminile in veste azzurra poggia la destra sul rotolo e sembra dettargli ciò che deve scrivere. Si tratta probabilmente di Sophia (la Divina Sapienza), la cui figura evanescente dovrebbe esprimere che si tratta di una immagine mentale, non visibile all’evangelista. E pensare che la scoperta di un testo così prezioso risale appena al 1846, ad opera del giornalista Cesare Malpica! Come sia potuta passare sotto silenzio per tanti secoli la sua presenza a Rossano è tuttora un mistero che potrebbe sollecitare l’estro di un romanziere.  (da Città Nuova)