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Gerace, città ecumenica

Scritto da Oreste Paliotti. Postato in Itinerari

Sole, azzurro di cielo e di mare, arenarie dorate. E vento, tanto vento da farti apparire, nella trasparenza dell’aria, il più lontano quasi vicino. Così, all’interno del Parco nazionale di Aspromonte, ci accoglie Gerace col suo borgo medievale: una fondazione degli abitanti di Locri, che a partire dal VII secolo, per sfuggire alle ripetute incursioni dei saraceni, ma anche alla crescente insalubrità del litorale jonico, furono costretti ad abbandonare il primitivo insediamento per arroccarsi su questo pianoro dove ancora giganteggiano i ruderi dell’antico castello. Già esistente agli inizi del nuovo abitato, fu rifatto e fortificato dai normanni intorno al 1050;finché, in seguito al catastrofico terremoto del 1783 che desolò la Calabria, e non solo, rovinò in parte nel precipizio insieme alla roccia che lo sosteneva. Da questa altezza lo sguardo abbraccia gran parte del popoloso territorio della Locride e si perde nell’infinito del mare. Si starebbe chissà quanto qui a contemplare, ma è tempo per me e per Guido, l’amico che mi accompagna, di addentrarci nelle stradine di questo borgo che al tempo dell’Impero bizantino e del Regno di Sicilia fu di somma importanza nella Calabria Meridionale,a motivo della posizione strategica e della possibilità di controllare i traffici costieri. Ora che tanta storia fa parte del passato, rimane la bellezza. E Gerace viene appunto incluso tra i borghi più belli d’Italia. Bellezza di antiche chiese, di palazzi storici dagli aggraziati intagli,opera di scalpellini locali, di giardini e orti protetti da mura, di vicoli ombrosi e di improvvisi slarghi irregolari solcati da lame di luce. Nel silenziosi odono solo il sibilo del vento e il rumore dei nostri passi sul selciato. Ma dove sono finiti gli abitanti? Finestre e portoni chiusi non lasciano scorgere anima viva. Neppure un gatto in giro. Eppure il borgo è abitato, è vivo. Ma ecco, in fondo alla poderosa fiancata della cattedrale normanna qualcosa si muove: al seguito di un funerale,una lunga fila di uomini e donne, di giovani e anziani, sta entrando nel tempio. Tutti i geracesi devono essersi dato convegno per questa cerimonia. Entriamo anche noi. E qui, almeno per me, la sorpresa: l’immensa, luminosa aula basilicale – tre navate divise da venti colonne provenienti dall’antica Locri e da due giganteschi pilastri a T – sembra fatta apposta per contenere l’intera popolazione. Ci avviciniamo al nuovo altare basilicale, posto in corrispondenza della grande cupola che sovrasta il tempio: consacrato nel 1995, è dedicato all’unità dei cristiani. Guido ci tiene a mostrarmi, incisa sul marmo in greco e in latino, la frase centrale della grande preghiera di Gesù per l’unità: «Che tutti siano una sola cosa». Niente di più appropriato per questo tempio millenario, dove – mi spiega – «per cinquecento anni si celebrarono liturgie in greco e per altri cinquecento in latino». Una volta all’aperto,l’amico mi ragguaglia sulla storica visita che il patriarca Bartolomeo I fece al borgo nel pomeriggio del 20 marzo 2001. Il primate ortodosso, accolto dall’allora vescovo di Locri-Gerace mons. Bregantini, iniziò proprio qui la sua visita-pellegrinaggio presso i luoghi sacri bizantini della Calabria Meridionale, regione che per quattro secoli dipese ecclesiasticamente dalla sede ecumenica di Costantinopoli. Raggiungiamo piazza della Tribuna per ammirare la doppia abside della cattedrale che vi si affaccia. «Da lassù – prosegue Guido, mostrandomi un balconcino sotto il quale si apre l’ingresso alla cripta – il patriarca al suo arrivo, dopo aver incontrato le autorità civili, volle benedire il popolo qui riunito». Proseguiamo ora verso un altro sito significativo del borgo, seconda tappa della visita di Bartolomeo I: la piazzetta delle Tre Chiese, una delle quali in particolare stava a lui a cuore: quella dedicata a san Giovanni Crisostomo, suo grande predecessore sulla cattedra costantinopolitana. Popolarmente chiamata “San Giovannello” per le ridotte proporzioni, è un edificio di pietra risalente al X secolo, che dopo i restauri è stato elevato da mons. Gennadios Zervos, metropolita ortodosso d’Italia, a “santuario ortodosso pan-italico” ed è ora meta crescente di ortodossi che dalla Grecia giungono pellegrini ai loro santuari della Magna Grecia. Purtroppo la chiesetta, di rustica bellezza, è chiusa. L’interno me lo faccio descrivere da Guido: estremamente semplice e spoglio, presenta qualche traccia di antichi affreschi e l’icona del grande difensore della retta fede Crisostomo. In San Giovannello illuminato suggestivamente da sole candele, il patriarca venerò un prezioso reliquiario custodito nel Museo diocesano; reggendolo processionalmente,percorse il tratto di strada fino alla cattedrale gremita di folla, e qui indirizzò un commosso discorso a mons. Bregantini, al metropolita Gennadios, al sindaco Romano e ai presenti. Tra le sue parole riportate da Guido: «Consapevole della sua millenaria storia religiosa, questa città si pone come sicura base di dialogo tra le nostre Chiese sorelle e tra tutti i cristiani». Non più silenziosa, Gerace sembra d’un tratto animarsi degli inni e canti liturgici, prima in greco e poi in latino,echeggiati lungo i secoli in questo tempio maestoso dedicato a Maria Assunta. (Fonte: Città Nuova)