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Terremoti, le specificità del territorio reggino

Scritto da Mario Pileggi. Postato in Georischi, georisorse e il bene comune

Sulle specificità del territorio reggino, oltre al noto evento sismico del 1908 e alla rilevanza dei fenomeni di sollevamento e abbassamento rilevati sulla costa tirrenica calabrese, va ricordata la dettagliata descrizione dei rapidi movimenti fatta da Cortese, scienziato di fama internazionale che, nella più importante e completa opera sulla geologia calabrese, evidenzia che: “A Sud di Punta del Pezzo il bradisisma sussiste ancora ma produce abbassamento invece che sollevamento. E il movimento è chiarissimo e relativamente rapido. Le sue testimonianze sono manifeste anche a chi come lo scrivente dal 1880 ha soggiornato sulle rive dello Stretto”. Ad esempio, cita: “La rada di Pentimele va a scomparire perché sparisce la punta che la chiudeva a Sud” e “La spiaggia di Giunchi si immerge gradatamente, e tutte quelle davanti a Reggio sono in continuo abbassamento”. Poi prosegue: “Dove si fanno gli stabilimenti di bagni, la spiaggia compresa tra il mare e la ferrovia va continuamente restringendosi, e ciò è visibilissimo nei pochi anni dacchè la ferrovia fu costruita”. I molteplici e rapidi processi di evoluzione morfologica nello Stretto di Messina rilevati da Cortese, tra l’altro, documentano rilevantissimi episodi alluvionali delle fiumare e contemporanea riduzione dei litorali reggini. Processi che Cortese così descrive: “Dalla Punta del Pezzo a Capo Spartivento, la costa riceve grosse fiumare le quali, nell’ultimo trentennio specialmente, hanno fatto danni enormi per le grandi quantità di materiali detritici che hanno portato, devastando coltivati, seppellendo vigne e giardini. È incalcolabile il volume di materie solide che quelle larghissime fiumare hanno trasportato in mare, e tuttavia le spiagge non solo non sono in aumento, ma vanno notevolmente diminuendo. Il Capo Cenidio - aggiunge - appartiene dunque ad una linea di fulcro, intorno a cui la Calabria fa attualmente un movimento di altalena, alzandosi a Nord ed abbassandosi al Sud.  Dico attualmente, perché è probabile che in un epoca anteriore il movimento fosse diverso, e assolutamente l’opposto dell’attuale”. Dopo aver spiegato il motivo dell’alternarsi del verso dei movimenti, Cortese evidenzia come “di questi palpiti della superficie emersa specialmente in regioni prossime a linee o centri sismici abbiamo molti esempi”. I rilevanti fenomeni dei rapidi sollevamenti e abbassamenti rilevati da Cortese sono confermati dai moderni strumenti di misura satellitari. Così come trova conferma il progressivo allontanamento della costa calabrese da quella siciliana negli ultimi duemila anni. In particolare, al tempo in cui Plinio il Vecchio scriveva la “Naturalis historia”, circa 2000 anni fa, la distanza, tra Capo Peloro e Capo Cenidi (Punta Pezzo) risultava di 12 stadi, cioè circa 2.2 chilometri. Attualmente, invece, la distanza tra Calabria e Sicilia è di circa tre chilometri. La rilevanza dei movimenti nello stretto e sulle coste della Regione non si limitano alle terra emersa. Assieme ai palpiti ai quali accenna Cortese c’è da considerare anche i rapidi movimenti di grandi masse di acqua salata: i maremoti che hanno sempre accompagnato i forti terremoti nella zona. Eventi ben evidenziati, ad esempio, in un sito a Sud di Scilla, dove un masso ricoperto di coralli, delle dimensioni di 20 metri cubi e del peso di cinque tonnellate, è stato spinto due metri sopra l’attuale livello del mare. Lo stesso sito, ignorato da molti calabresi, è oggetto d’interesse e visite guidate di studiosi di vari centri di ricerca italiani e stranieri. Altri aspetti poco conosciuti del dopo terremoto del 1908 nello Stretto di Messina, e che il Governo ha il dovere di non ignorare, sono quelli accennati dal grande ambientalista Mario Signorino nella relazione di apertura della conferenza degli Amici della Terra sui “Disastri naturali: le minacce per l’Italia e le politiche di tutela”. Secondo il fondatore degli Amici della Terra, recentemente scomparso, “il terremoto colpì città e paesi dimentichi delle misure antisismiche codificate dai Borboni e una nazione del tutto impreparata a prestare aiuto. Provocò perciò il massimo di danni, mentre l’opera di aiuto si svolse con tempi e modalità che oggi farebbero inorridire. Tuttavia, in questo quadro tragico, si verificò una combinazione miracolosa di eventi che garantì il massimo di protezione civile concepibile a quei tempi: l’arrivo a Messina della flotta russa del Baltico con tremila cadetti efficienti e attrezzati, subito seguita dalla flotta inglese che la tallonava. Gli italiani arrivarono dopo i russi e dopo gli inglesi e non fecero bella figura; il personale era poco attrezzato e finì per assorbire una parte importante delle risorse, anche alimentari, destinate ai superstiti”