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Le tre vite di Ciccio

Scritto da Oreste Paliotti. Postato in Favola

La prima volta che morì, il canarino Ciccio si risvegliò in un immenso giardino con laghetti e corsi d’acqua: un luogo meraviglioso popolato da animali d’ogni specie.

«Dove mi trovo?» gli venne da dire stupefatto.

«In paradiso!».

Ciccio squadrò l’uccellone dignitoso ma simpatico che gli aveva risposto da un ramo proprio sopra il suo capo. «E tu chi sei?».

«Sono il Gran Barbagianni, amico canarino, e ho il compito di accogliere i nuovi come te. Sai, qui arrivano tutti i rappresentanti del regno animale, dopo la loro esistenza sulla Terra».

«Proprio tutti?».

«Beh, sì. Perché noi non trasgrediamo mai le leggi della natura. Noi, mio caro, possiamo andare solo in paradiso. Cosa, purtroppo, che non capita sempre agli uomini».        

«Ed ora dove mi porti?» fece Ciccio, che a un invito del Gran Barbagianni (evidentemente uno che la sapeva lunga) aveva cominciato a svolazzare dietro di lui.

«In un posticino niente male: quello riservato agli animali che si sono segnalati per il loro attaccamento all’uomo. E tu che hai cercato di alleviare la solitudine della tua padrona...».

«La mia padrona! Come ho potuto dimenticarla?» l’interruppe Ciccio. D’un tratto gli erano tornate in mente le cure della signora Amalia verso lui vecchio e stanco (non come ora che era ritornato come ai bei tempi della giovinezza).

Dopo una lunga discussione col Gran Barbagianni, riuscì a convincerlo a farlo tornare da lei. L’uccellone impose però una condizione: che la padrona prendesse un altro canarino e continuasse a chiamarlo Ciccio.

Solò che quella benedetta donna sembrava non volerne sapere di sostituti. Non voleva... Ma il giorno in cui una delle sue sorelle venne a farle dono di un altro come lui, Amalia non ebbe cuore di rifiutarlo. «Ormai l’ho comprato e devi tenertelo» si sentì dire.

Così, emozionata per quel batuffolo giallo che le ricordava Ciccio, pronunciò il caro nome. E in quel momento il vero Ciccio s’infilò nell’altro come in un vestito.

Trascorsero altri anni felici per il nostro pennuto, che Amalia finì per considerare il Ciccio numero uno, senza immaginare quanto fosse vero.

Lui poi aveva quasi dimenticato quel paradiso appena intravisto. In fondo non si stava mica male neanche là, sulla Terra.

Cominciava a invecchiare di nuovo quando un giorno – un brutto giorno per lui – la padrona fu costretta ad assentarsi qualche settimana. Così lo affidò a una vicina di casa, anche lei proprietaria di un canarino.

Abituato però ad attenzioni che l’altra non si sognava minimamente col suo, Ciccio intristì, rifiutò di bere e di mangiare, e... e ancora una volta si risvegliò nel paradiso degli animali.

«Che pensi di fare? Sei sempre deciso a tornare sulla Terra?» gli domandò il Gran Barbagianni.

«Sempre!» esclamò l’altro senza esitazioni.

«Stavolta sarà ancora più difficile: la tua padrona non vorrà più ripetere l’esperienza. Rischi di rimanere fuori di là e di qua, a vagare eternamente senza pace».

«Non importa, correrò il rischio».

«E vabbè – sospirò il bonario uccellone –, visto che sei così ostinato...».

Così a Ciccio fu concessa una terza vita, alle stesse condizioni dell’altra. Ma i mesi passavano senza che la signora si decidesse a prendersi nuove compagnie. Animali domestici? Meglio vederli in tivù.

Fino a quando, passando un giorno davanti ad una uccelleria, non seppe resistere alla tentazione... E fu di nuovo Ciccio.

Incredibile ma vero: il cervello dei canarini non invecchia mai, non si degrada, per cui sono in grado di imparare sempre cose nuove. Figurarsi poi lui che, avendo vissuto due vite, non doveva mai ricominciare da capo.

Amalia passava di sorpresa in sorpresa per la sua intelligenza. «È impressionante – andava dicendo in giro – quando mi fissa con quegli occhietti a punta di spillo: si direbbe che legga dentro il mio pensiero».

E che abilità nel cantare! Imitava i richiami della padrona, duettava con lei, manteneva la nota per uno spazio di tempo incredibile.

Il tempo passava... Ora Amalia non voleva staccarsi da Ciccio neppure quand’era costretta a viaggiare (lo faceva raramente per la verità), il che non era molto piacevole per lui, sballottato in auto o in treno. Eppure cosa non avrebbe sopportato pur di restarle accanto!

Poi capitò che ad una zampetta, quella con l’anellino, il continuo sfregare del metallo provocò un’infezione. Inevitabile la perdita. Ciccio rimase con una zampetta sola, ma col tempo si abituò anche a questo; e ancora conobbe giorni sereni. Fino a quando... Beh, l’avrete capito: andò esattamente come le altre due volte.

Per Amalia fu una grossa perdita. E si riconfermò nella decisione: mai più canarini a casa sua! Anche perché, si disse, «spero di ritrovarlo in paradiso insieme a tutte le persone che ho amato».

Ma sarebbe veramente riuscita a farne a meno? Ancora una volta, dalla sua dimora celeste, Ciccio si augurava di no... (da Città Nuova)