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La colazione nel parco

Scritto da Oreste Paliotti. Postato in Favola

Nel suo laboratorio sul ciglio di un promontorio, in faccia al mare aperto, un vecchio pittore era intento alla sua opera: un’immensa tela di dieci metri per quattro. Passava intere giornate su impalcature traballanti a stendere il colore. Con calma, con gesto solenne: come il montanaro che affronta una salita con passo sempre uguale, misurando le forze e il respiro. Eppure avrebbe avuto motivo per fare più in fretta: quel dipinto l’aveva sognato per tutta una vita, ed ora che stava per compierlo, si sentiva arrivato anche lui alla fine del viaggio. La tela, intitolata La colazione nel parco, rappresentava appunto un parco folto di piante in una chiara giornata primaverile; ed uomini, donne e bambini che, a gruppi, stavano lietamente facendo un picnic sull’erba tenera di un prato dove il sole, filtrando tra il fogliame, disegnava chiazze luminose. Per trovare i modelli occorrenti a un’opera così ricca di personaggi, il vecchio pittore aveva scattato per anni foto ad amici, parenti ed anche a sconosciuti, riprendendoli negli atteggiamenti più spontanei e naturali. Non era stato semplice poi scegliere tra le migliaia di foto i soggetti adatti, accostarli tra loro e comporre così le diverse scene. Inoltre aveva anche abbozzato in creta alcune figure per studiarne l’effetto. E tutto perché la composizione riuscisse più veritiera possibile. Ma cosa gli aveva ispirato un quadro del genere? Il desiderio un po’ originale di vedere, almeno nel dipinto, ciascuno dei suoi modelli in una situazione più felice di quella che aveva conosciuto nella realtà, quasi a compenso delle miserie e sofferenze di una vita. Così, ad esempio, una ragazza che aveva rinunciato a formarsi una famiglia propria per badare al padre invalido; dei fratellini accolti in un orfanotrofio; un giovane che non era riuscito a trovare lavoro e s’era rovinato con la droga... Ecco: tutti questi nel quadro formavano una famiglia, adagiata attorno ad una candida tovaglia all’ombra di un leccio. Poco lontano da loro un simpatico vecchietto seduto su un ceppo - forse il nonno? - si godeva quella scena serena. E pensare che nella realtà era stato un mendicante, poi trovato morto un giorno su una panchina per il freddo! E via via, persone deluse, inaridite dal denaro o dal potere, come uscite dal loro gelido isolamento, lì nel parco ridiventavano esseri umani che si scambiavano gesti e sguardi non da stranieri. Così pure egoisti e disonesti, che avevano finito per far del male agli altri oltre che a sé stessi... eccoli tutti lì, innocenti su quel prato innocente. Certo, si disse un giorno il pittore, sarebbe bello se per il fatto che queste mie creature le dipingo felici, lo fossero per davvero, se non in questa vita, nell’altra. Un’idea un po’ strana, non vi pare? Eppure qualcosa nell’intimo gli diceva che in essa c’era del vero. Con questa speranza, proseguì a dipingere con slancio maggiore. Ora c’era un motivo in più per portare a termine la sua fatica; contento solo quando, dopo ore ed ore, si appoggiava alle impalcature col braccio indolenzito e la vista appannata, a contemplare i progressi del suo lavoro. Delle figure già compiute non si dava pensiero, come se fossero suoi figli che era riuscito a sistemare, a mettere in salvo da qualche pericolo; quelle invece ancora da rifinire erano per lui motivo di preoccupazione. Ma l’atmosfera del dipinto, quella serenità, quell’armonia tra uomini e creato che faceva pensare a un ritrovato paradiso, quella c’era; e si trasmetteva a lui, ripagandolo del suo duro lavoro solitario. Così quello studio silenzioso, quasi rifugio di un eremita, si popolava pian piano di creature, quelle balzate fuori dal suo pennello. Di tanto in tanto nel respiro calmo del mare che gli giungeva dall’ampia vetrata, gli sembrava di distinguere il brusio di una folla, le conversazioni animate che avvenivano all’ombra di quegli alberi dipinti. Poi, un nuovo pensiero: e lui, dov’era in quella vasta composizione? Non aveva pensato a raffigurarsi in mezzo a quella schiera fortunata, nei panni, che so, di un nonnetto circondato dai suoi nipotini? Ed esitava, quasi non si sentisse degno di entrare in quel parco paradisiaco che la sua stessa arte, peraltro, stava suscitando dal nulla. Non poteva accorgersi, mentre così fantasticava, che negli occhi di tutti i personaggi dipinti, quasi un contrassegno di famiglia, splendeva il suo stesso sguardo luminoso e giovane, così in contrasto con la sua figura cadente e trascurata, col suo volto dimagrito e non rasato. C’era già lui nel dipinto: non occorreva altro. (da Città Nuova)