Nei consultori della Regione Lazio, la coscienza è meno libera di “obiettare”

Scritto da Salvatore D'Elia.

 

 “Fiaccare l'individualità è disegno da stolto e nella misura in cui riesce (nella misura, perché radicalmente non riesce mai), è cosa perniciosa..Dall'altra parte, gli individui sono società, e società importa non già, come si suol dire, oppressione e neppure freno e mortificazione imposta all'individualità, ma necessità che questa attui a pieno se stessa col rispettare e promuovere il complesso vitale a cui appartiene, l'interesse comune, come lo si chiama, e che, se è comune, è anche suo, individuale”. Lo scriveva nel 1947 Benedetto Croce, tra i fondatori del partito liberale italiano, teorico di un liberalismo laico e plurale che di certo non poteva essere tacciato di condizionamenti clericali o dogmatici. A pochi giorni dalla firma del governatore del Lazio Nicola Zingaretti al decreto che limita il diritto all’obiezione di coscienza nei consultori della regione, rileggere le parole del maggiore esponente del liberalismo italiano pone degli interrogativi: garantire quelli che per lo Stato sono diritti individuali, può limitare i margini di scelta di altre persone, può condizionare la possibilità di scegliere in base alle convinzioni morali ed etiche personali? Con il decreto denominato “Linee di indirizzo regionali per le attività dei Consultori Familiari”, vengono di fatto ristretti nella regione Lazio i margini dell’obiezione di coscienza, il diritto degli operatori sanitari di rifiutarsi di provocare un aborto o collaborare in qualsiasi forma a un’interruzione volontaria di gravidanza. Tra le motivazioni indicate nell’articolo 1 del decreto, oltre a ricordare che l’obiezione di coscienza in Italia si aggira intorno al 69,3% fra i medici ginecologi, si evidenzia che “il personale operante nel Consultorio Familiare non è coinvolto direttamente nella effettuazionedi tale pratica, bensì solo in attività di attestazione dello stato di gravidanza e certificazione attestante la richiesta inoltrata dalla donna di effettuare interruzione volontaria di gravidanza” e che “il personale operante nel Consultorio è tenuto alla prescrizione di contraccettivi ormonali, sia routinaria che in fase post-coitale, nonché all’applicazione di sistemi contraccettivi meccanici”. Gli obiettori di coscienza dei consultori, quindi, non potranno più rifiutarsi di prescrivere la pillola del giorno dopo (contraccettivo ormonale post-coitale) né di inserire la spirale. Inoltre, mentre  la legge 194 fino ad oggi consentiva ai medici obiettori di non partecipare all’attività pre aborto - rilascio del certificato attestante la richiesta e gli esami preliminari per recarsi in una struttura autorizzata per richiedere l’interruzione della gravidanza - la Regione Lazio introduce invece il principio che questi medici, qualora siano in servizio presso i consultori familiari, non possano sottrarsi a questa incombenza. La violazione dei principi che regolavano il diritto all’obiezione di coscienza, previsto dalla legge 194, è palese e toccherà agli organi competenti verificare il contrasto tra una legge regionale e la legge ancora in vigore. Partendo da una prospettiva più laica possibile, si coglie subito l’inconsistenza delle motivazioni indicate nell’atto firmato da Nicola Zingaretti: se è un problema il fatto che quasi il 70% dei ginecologi si rifiutano di praticare l’aborto, basta questo per ridurre i margini di una libertà fondamentale prevista dalla stessa legge sull’interruzione volontaria di gravidanza? Se gli obiettori rappresentano ancora una netta maggioranza, sarebbe più opportuno farsi qualche domanda e non liquidare la questione con il solito luogo comune “se sei abortista, non fai carriera”. Ancora più “assurdo” il ruolo che l’obiettore del consultore, secondo le nuove disposizioni a firma Zingaretti, avrà nell’interruzione volontaria di gravidanza: collaborerà a tutta la procedura documentale e se necessario dovrà prescrivere la pillola del giorno dopo e inserire la spirale. In pratica, la libertà dell’obiettore si riduce al solo fatto di non praticare “materialmente” l’aborto: per il resto è obbligato a collaborare in tutte le sue fasi, salvaguardando la formale libertà di coscienza che, però, non può “obiettare”. Per non parlare dell’altrettanta assurda “discriminazione” tra obiettori dei consultori e obiettori delle altre strutture. Ma il punto centrale dell’ennesimo colpo di mano sui cosiddetti temi “eticamente sensibili” da parte delle amministrazioni locali  – procedure simili si sono già verificate con la pillola del giorno dopo e il fine vita – è questo: qui non si tratta di fare una nuova crociata contro la 194, ma paradossalmente di salvaguardare un principio fondamentale contenuto in quella legge come quello dell’obiezione di coscienza, la libertà dell’operatore sanitario di scegliere in base alle proprie convinzioni personali. E che non si tratti di una battaglia clericale, lo prova il fatto che gli stessi Radicali sono stati tra i primi a battersi per l’obiezione di coscienza quando era ancora obbligatorio il servizio di leva, terreno su cui il cattolicesimo liberale e laico si incontrano nella convinzione che Stato e società non possono imporre a alla persona ciò che è contrario alla sua coscienza. Di certo, dunque, il colpo di mano di Zingaretti non è una vittoria della laicità, anzi. E’ il prevalere degli interessi di una parte su un’altra, la legge che si impone sulla libera scelta individuale, i valori di una parte che si impongono su quelli del singolo.  “Lui sa da sé con la propria coscienza, che cosa deve fare”. Così il padre di San Massimiliano rispondeva al proconsole Dione che voleva imporre al giovane, forse il primo obiettore di coscienza della storia, il servizio militare. Passati i tempi delle crociate e delle guerre guelfi – ghibellini sulla 194, l’unica cosa che ora si chiede è di poter dire – riprendendo proprio un vecchio slogan femminista- “la coscienza è mia e me la gestisco io”.