Giovani e lavoro, l’impegno della Chiesa per il sud

Scritto da redazione.

Conoscere la realtà per cambiarla, senza sterili piagnistei. Per smettere di rubare il futuro ai giovani. Con questo impegno le Chiese del Mezzogiorno si sono date appuntamento a Napoli, l’otto e nove febbraio, per una riflessione su “Chiesa e lavoro. Quale futuro per i giovani nel Sud?”, tappa importante verso la prossima Settimana sociale dei cattolici italiani, che si terrà a Cagliari dal 26 al 29 ottobre e avrà a tema proprio “Il lavoro che vogliamo”. Vescovi, sacerdoti e laici – tanti i giovani – si sono interrogati sul futuro del Sud e delle nuove generazioni, troppo spesso costrette a emigrare per trovare un lavoro quantomeno decente.

Il lavoro è dignità. I numeri sono impietosi: negli ultimi cinque anni – riporta l’Istat – 1.130.000 meridionali hanno lasciato la loro terra; nel solo 2014 sono partite 104 mila persone, il 30% delle quali come una laurea in tasca. E drammatici sono le cifre della disoccupazione, specialmente quella giovanile, tornata a toccare il picco del 40,1% a livello nazionale, con picchi ancora più alti nel Meridione. “Una società che non offra alle nuove generazioni opportunità di lavoro dignitoso non può dirsi giusta”, ha rimarcato Papa Francesco nel messaggio inviato per l’occasione. Quando manca il lavoro, “non si guadagna il pane”, viene meno la dignità della persona, non si stanca di ripetere Bergoglio, e “questo è un dramma del nostro tempo, specialmente per i giovani, i quali, senza lavoro, non hanno prospettive e possono diventare facile preda delle organizzazioni malavitose”.
“Le ultime statistiche – ha ricordato l’arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, presidente della Commissione Cei per i problemi sociali e il lavoro e del Comitato organizzatore delle Settimane sociali – sono ferocemente eloquenti e ci troviamo a dover sostenere la fragile speranza con tutte le nostre forze. E quando il lavoro c’è, ci troviamo anche a denunciare le violazioni, gli incidenti mortali, lo sfruttamento, l’illegalità ma anche a registrare, con grande soddisfazione, tutta una rete di buone pratiche messe su specificamente dai giovani”.

Agire fianco a fianco. Chiesa e istituzioni erano fianco a fianco alla Stazione Marittima, luogo dei lavori: c’erano i vertici della Cei (il presidente, card. Angelo Bagnasco, e il segretario, mons. Nunzio Galantino) e i presidenti delle 6 Conferenze episcopali regionali che hanno organizzato l’evento (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna, Sicilia), ma pure il ministro Claudio De Vincenti, che nel governo ha la delega alla Coesione territoriale e al Mezzogiorno, il commissario europeo per la politica regionale Corina Cretu, presidenti e vicepresidenti delle Regioni interessate. Una prossimità – quella tra Chiesa e politica – chiamata ad andare oltre l’enunciazione di principi per un impegno fattivo, “nel rispetto di ogni identità ma con il solo scopo di fare il bene della comunità”, ha ricordato l’arcivescovo di Napoli, cardinale Crescenzio Sepe. “Le istituzioni siano più presenti accanto alla gente”, così come fa la Chiesa, “per conoscerla non sui libri o nei sondaggi, ma nella vita reale, per condividerne le situazioni di gioia e di speranza, ma anche di grande preoccupazione e di angoscia”, ha chiesto il cardinale Angelo Bagnasco. Come Chiesa, ha aggiunto Bagnasco, “dobbiamo esserci perché nessuno – qualunque età abbia – si arrenda e rimanga ai bordi della vita”. Mentre tra i lavori è stata più volte ricordata la lettera del 30enne friulano che si è tolto la vita, non riuscendo più ad affrontare la precarietà lavorativa, è opinione comune quanto ricordato in un telegramma dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ovvero che il tema del lavoro è un’urgenza per il Paese che “si ripropone come priorità assoluta dell’azione di governo a tutti i livelli”. Anzi, investire sui giovani è “un atto di lucidità politica”, convengono i vescovi.

Buone pratiche e sussidiarietà. Ma è possibile innestare un meccanismo virtuoso, specialmente in un Sud troppo spesso dipinto senza speranza? La vera notizia è che sì, si può fare, c’è speranza. Ne sono convinti i giovani, i presuli e i sacerdoti che li accompagnano, e a rivelarlo è pure un video realizzato per l’occasione, “collage” amatoriale di tante storie di riscatto, d’iniziativa, d’imprenditoria nel Sud. Le chiamano “buone pratiche”, e qui la Chiesa in tanti casi è presente, anche grazie a quell’incubatore di talenti, attento al territorio, che è il Progetto Policoro. Da queste – elevate a sistema – viene quel “distillato di consigli e suggerimenti” che possono aiutare la politica a “dare risposte”, come ha ricordato l’economista Leonardo Becchetti traendo le fila dei lavori di gruppo. Tutti sono chiamati a “una consapevole assunzione di responsabilità” cambiando lo sguardo che si ha sul Mezzogiorno. Significa – usando le parole di monsignor Nunzio Galantino – dire “‘no’ al pietismo, al paternalismo, e ‘sì’ alla sussidiarietà”, facendosi carico della situazione – dalla parrocchia a chi ha responsabilità amministrative o di governo – per quanto è nelle proprie possibilità, ed è questa “la via imprescindibile per rilanciare e promuovere il mondo del lavoro e affrontare la precarietà con un atteggiamento attivo e non rassegnato”.
Di fronte al dramma del lavoro che manca e dei giovani del Sud la Chiesa non vuole che si alzi bandiera bianca: dopo il lamento, è l’ora dell’impegno. Insieme, partendo da quelle “buone pratiche” che già ci sono e che fanno sì che la speranza di un riscatto non sia illusione, ma realtà incarnata in uomini e donne del Sud.

Il messaggio finale

Un “nuovo corso” che “sarà un atto di coraggio pastorale”. È quello delineato dal messaggio dei vescovi del Sud, a firma dei presidenti delle Conferenze episcopali di Basilicata (mons. Salvatore Ligorio), Calabria (mons. Vincenzo Bertolone), Campania (card. Crescenzio Sepe), Puglia (mons. Francesco Cacucci), Sardegna (mons. Arrigo Miglio) e Sicilia (mons. Salvatore Gristina), diffuso oggi a Napoli, al termine del convegno ecclesiale su giovani e lavoro. Questo “nuovo corso”, spiegano i presuli (che poco prima erano intervenuti, uno a uno, per “raccontare” alcune buone esperienze fatte nelle rispettive regioni ecclesiastiche), si concretizzerà nel “coinvolgere i giovani, professionisti e lavoratori, direttamente nell’azione pastorale delle Chiese”, rendendola “più concreta e funzionale rispetto all’intera comunità e al bene comune, che dobbiamo difendere e promuovere dicendo e praticando anche un netto no alle mafie, alle illegalità, alla corruzione e alla violenza”. "Siamo convinti che far leva sui giovani sia un atto di lucidità politica, al quale non si vorranno e non si dovranno sottrarre le istituzioni centrali e regionali, deputate a creare le condizioni per incrementare l’occupazione al Sud”. Nel messaggio, i presuli rivolgono pure “un caloroso e pressante appello” alle istituzioni competenti “a intervenire con urgenza e concretezza, mediante politiche appropriate”, per “fare spazio alle nuove frontiere del lavoro, sviluppando modelli organizzativi in linea con l’evoluzione della società e della tecnologia”. “È immorale – proseguono i vescovi del Sud – mettere in piedi un modello di sviluppo che mortifica la dignità umana e trasforma il lavoro in una merce qualsiasi”, denunciando come “la società civile” per anni abbia “organizzato il suo benessere a scapito delle generazioni future, permettendosi un livello di vita al di sopra delle sue possibilità”. (da Sir)