Giovanni Paolo II, il dolore e la malattia

Scritto da Sabatino Savaglio.

giovanni paolo II«Completo nella mia carne — dice l'apostolo Paolo spiegando il valore salvifico della sofferenza — quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa».Con queste parole Giovanni Paolo II

apriva la sua Lettera Apostolica Salvifici Doloris nel 1984. Parole che anni dopo si sono potute e possono leggersi come profetiche per le sofferenze fisiche che il papa polacco ha subito fino al suo ritorno al Padre.

«All'interno di ogni singola sofferenza provata dall'uomo –scriveva GPII in quella Lettera Apostolica -  e, parimenti, alla base dell'intero mondo delle sofferenze appare inevitabilmente l'interrogativo: perché? E' un interrogativo circa la causa, la ragione, ed insieme un interrogativo circa lo scopo (perché?) e, in definitiva, circa il senso. Esso non solo accompagna l'umana sofferenza, ma sembra addirittura determinarne il contenuto umano, ciò per cui la sofferenza è propriamente sofferenza umana.» 

Riprendendo il Libro di Giobbe Wojtyla spiegava la sofferenza come Mistero. Nel Vecchio Testamento la sofferenza era spesso identificata come adeguata punizione per il male  commesse, ma Giobbe era un uomo giusto. «Giobbe  contesta la verità del principio, che identifica la sofferenza con la punizione del peccato. E lo fa in base alla propria opinione. Infatti, egli è consapevole di non aver meritato una tale punizione, anzi espone il bene che ha fatto nella sua vita. Alla fine Dio stesso … riconosce che Giobbe non è colpevole. La sua è la sofferenza di un innocente; deve essere accettata come un mistero, che l'uomo non è in grado di penetrare fino in fondo con la sua intelligenza. Il Libro di Giobbe non intacca le basi dell'ordine morale trascendente, fondato sulla giustizia, quali son proposte dalla Rivelazione, nell'Antica e nella Nuova Alleanza. Al tempo stesso, però, il Libro dimostra con tutta fermezza che i principi di quest'ordine non si possono applicare in modo esclusivo e superficiale. Se è vero che la sofferenza ha un senso come punizione, quando è legata alla colpa,non è vero, invece, che ogni sofferenza sia conseguenza della colpa ed abbia carattere di punizione.»

Giovanni Paolo II illustrava poi la lettura della sofferenza nel Nuovo Testamento. «Cristo si è avvicinato soprattutto al mondo dell'umana sofferenza per il fatto di aver assunto egli stesso questa sofferenza su di sé. (…)Cristo soffre volontariamente e soffre innocentemente. Accoglie con la sua sofferenza quell'interrogativo, che — posto molte volte dagli uomini — è stato espresso, in un certo senso, in modo radicale dal Libro di Giobbe. Cristo, tuttavia, non solo porta con sé la stessa domanda (e ciò in modo ancor più radicale, poiché egli non è solo un uomo come Giobbe, ma è l'unigenito Figlio di Dio), ma porta anche il massimo della possibile risposta a questo interrogativo. La risposta emerge, si può dire, dalla stessa materia, di cui è costituita la domanda. Cristo dà la risposta all'interrogativo sulla sofferenza e sul senso della sofferenza non soltanto col suo insegnamento, cioè con la Buona Novella, ma prima di tutto con la propria sofferenza, che con un tale insegnamento della Buona Novella è integrata in modo organico ed indissolubile. E questa è l'ultima, sintetica parola di questo insegnamento: « la parola della Croce », come dirà un giorno San Paolo»

Una sofferenza che Cristo “permette” anche all’uomo di sperimentare. «La partecipazione stessa alla sofferenza di Cristo trova (…) quasi una duplice dimensione. Se un uomo diventa partecipe delle sofferenze di Cristo, ciò avviene perché Cristo ha aperto la sua sofferenza all'uomo, perché egli stesso nella sua sofferenza redentiva è divenuto, in un certo senso, partecipe di tutte le sofferenze umane. L'uomo, scoprendo mediante la fede la sofferenza redentrice di Cristo, insieme scopre in essa le proprie sofferenze, le ritrova, mediante la fede, arricchite di un nuovo contenuto e di un nuovo significato.»

Giovanni Paolo II, specie negli ultimi anni della Sua vita, ha sperimentato direttamente su di sé la sofferenza fisica e questa immedesimazione con Cristo. E appariva evidente, oltre al dolore fisico, come quando non riusciva quasi più a parlare si rammaricava (una volta addirittura battendo i pugni sul leggio) per ciò che non riusciva più a comunicarci.