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Movimenti e Associazioni

XV assemblea dell'Azione Cattolica: la meditazione di don Domenico Cicione Strangis

Paolo Emanuele · 6 anni fa

Carissimi amici di Azione Cattolica, a fine triennio e all’inizio di questa giornata di lavoro, giornata in cui l’Assemblea Elettiva donerà alla nostra diocesi il nuovo Consiglio diocesano di Azione Cattolica, desidero rivolgermi a ciascuno di voi, desidero parlare a voi con il cuore in mano e dal mio cuore al vostro cuore. Innanzitutto desidero dire il mio grazie al Signore per il dono di avermi chiamato a rendere questo ministero, questo servizio tra voi.

La mia presenza, come quella dell’intero collegio assistenti e di ogni assistente parrocchiale, è stata segno della premura e dell’attenzione del Vescovo alla vita associativa. Desidero dire grazie alla Madonna la cui presenza di mamma e di maestra percepisco costantemente accanto a me.Ringrazio altresì la presidenza e al consiglio diocesani. E infine il mio grazie va a ciascuno di voi, siete voi, con i vostri volti che avete reso bella e attraente l’Azione Cattolica nella nostra diocesi. Incontrarvi è per me costantemente il fare esperienza di far parte di una grande famiglia.

è mio desiderio rivolgermi a voi carissimi Amici, laici di Azione Cattolica, “Laici per vocazione”, Laici che con coscienza, competenzae in forma associata vi sforzate di servire la nostra Chiesa non nelle grandi ed eroiche occasioni ma quotidianamente, istante per istante e in ogni ambito di vita. Un servizio il vostro sempre reso in filiale obbedienza e rispetto ai suoi pastori, del resto se non avessi fatto questa esperienza già da tempo avrei chiesto di servire la Chiesa in altri ambiti, convinto come sono che è sterile la vita e l’azione di chi è uomo di scienza ma privo di coscienza e senza carità. Voi siete laici che avete sentito connaturale, alla vostra identità di battezzati,che si è corresponsabili della missione evangelizzatrice della Chiesa. Corresponsabili nel “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”, Corresponsabili nell’“Educare alla vita buona del Vangelo”. Sì, cari amici, è così che vi vedo:esperti in Umanità ed esperti nell’arte del comunicare. Comunicare infatti è un’arte che non coinvolge solo il linguaggio verbale ma anche il metalinguaggio, del resto non è Gesù, il Cristo la Parola definitiva del Padre all’uomo? “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio,” Eb 1,1-2. Voi siete comunicatorie mediante la formazione sempre più esperti nei vari agorà, nei nuovi cortili dei gentili, di un Evento che muta radicalmente la prospettiva con la quale si guarda la vita, la storia e si vivono le relazioni. Un Evento che muta anche l’ermeneutica della storia in quanto ci offre categorie nuove per interpretarla e comprenderne l’orientamento. Il Cristiano è colui che “afferrato da Cristo” vede il mondo come lui, soffre come lui, ama come lui. Questo Evento è l’incontro con Qualcuno, come papa Benedetto ha affermato:“All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva.” (Benedetto XVI, Deus Charitas Est). Essere cristiani quindi, e noi lo sappiamo per esperienza, per averlo vissuto, non è una decisione etica, né una qualsiasi morale o un codice particolare ma trova il suo fondamento nell’incontro con un Tu che ci trascende, il cui Volto noi cerchiamo e i suoi lineamenti riconosciamo nei volti dei tanti “tu” che incontriamo lungo il percorso della nostra vita.

Facendo memoria di tutti questi anni durante i quali sono stato chiamato a starvi vicino, nella parrocchia prima e in diocesi successivamente, ho trovato una sola parola che sia capace di esprimere come una sintesi ciò che provo nel mio cuore ed è la parola Grazie. La Gratitudine è anche la chiave ermeneutica, interpretativa di quanto sto per dirvi. Vorrei fare eco, affinché oggi siano riudire le parole, patrimonio universale dell’umanità ma che fatte risuonare da papa Francesco hanno acquistano un sapore nuovo come se le gustassimo e assaporassimo nel loro significato più puro ed autentico per la prima volta: “Permesso, Grazie, Scusa”; parole, nel loro contenuto e nel loro significato, che diventano come il tessuto connettivo che tiene unite le famiglie, e non solo le famiglie, oserei dire, ma anche le comunità parrocchiali e la stessa grande famiglia dell’Azione Cattolica. La parola “Grazie” e soprattutto il suo significato è quindi, a mio modesto parere, ciò che come un filo rosso o il “tessuto connettivo stesso” tiene unite le persone tra loro.Custodire sempre un cuore grondante di gratitudine, di chi sa riconoscere ed accogliere il Dono che ciascuno fa all’altro di se stesso, direttamente o indirettamente, e nei cui volti possiamo contemplare e riconoscere i lineamenti di un Altro Volto, un Volto che non è la mera somma dei volti umani ma che tutti li trascende e di tutti però ne è la sorgente originaria.

Cari amici chiediamo la grazia di avere occhi mistici e,con lo stupore che pervade il cuore di chi ha custodito, per quanto umanamente sia possibile, l’innocenza del fanciullo, raccontiamo, narriamo le meraviglie che il Signore ha fatto nella nostra vita, come Maria gridiamo al mondo “Grandi cose ha compiuto in me l’Onnipotente e Santo è il Suo nome”: uscendo fuori con tutti i rischi che questo comporta, come papa Francesco ha affermato il 27 settembre 2013 incontrando un folto gruppo di catechisti: "Quando noi cristiani siamo chiusi nei nostri gruppi, movimenti, parrocchia, ci succede quello che succede in una stanza chiusa comincia odore di umidità e se una persona sta in quella stanza si ammala, ma se esce può succedere quello che accade a chi va in strada, può succedere un incidente, ma io dico mille volte preferisco una Chiesa incidentata che una Chiesa malata". è la scoperta fatta di tale ricchezza di umanità, di fede, di cuore, di intelletto, di passione educativa, di amore autentico per la civis declinata nella forma più alta di carità che è l’azione politica, di estrosità e capacità di cogliere la bellezza ma anche le pieghe e le piaghe, le gioie e i dolori, le ansie e le speranze di chi vive in “una terra sismica non solo dal punto di vista geologico, ma anche da un punto di vista strutturale, comportamentale e sociale; una terra, cioè, dove i problemi si presentano in forme acute e destabilizzanti; una terra dove la disoccupazione è preoccupante, dove una criminalità spesso efferata, ferisce il tessuto sociale, una terra in cui si ha la continua sensazione di essere in emergenza”. cfr papa Benedetto XVI nella sua visita pastorale alla diocesi di Lamezia Terme ,ma che come papa Benedetto XVI hanno saputo cogliere le immense risorse della nostra terra e soprattutto della nostra gente: “All’emergenza, voi calabresi avete saputo rispondere con una prontezza e una disponibilità sorprendenti, con una straordinaria capacità di adattamento al disagio. Sono certo che saprete superare le difficoltà di oggi per preparare un futuro migliore. Non cedete mai alla tentazione del pessimismo e del ripiegamento su voi stessi. Fate appello alle risorse della vostra fede e delle vostre capacità umane; sforzatevi di crescere nella capacità di collaborare, di prendersi cura dell’altro e di ogni bene pubblico, custodite l’abito nuziale dell’amore; perseverate nella testimonianza dei valori umani e cristiani così profondamente radicati nella fede e nella storia di questo territorio e della sua popolazione.”

Cari Amici, non dobbiamo temere, anzi è necessario osare, saper bussarecon la consapevolezza che anche se non possiamo pretendere di essere amati possiamo lasciarci amare come tanti laici e assistenti hanno fatto prima di noi. è l’incontro con l’altro non mortificato né imprigionato nelle nostre categorie o nei nostri precostituiti schemi mentali che alimentano la gratitudine per un viaggio geograficamente insignificante ma esistenzialmente lungo perché ci conduce nell’insondabile profondità del cuore dell’uomo, delle sue ricchezze, delle sue profondità ma anche dei suoi limiti creaturali. Bella e profondamente vera la citazione del padre minimo Luigi Allevato “Il più grande esploratore di questa terra non fa viaggi più lunghi di colui che scende in fondo al proprio cuore e si china sui suoi abissi, dove il volto di Dio si specchia tra le stelle”. Sembra di riudire le parole di Sant’Agostino nelle quali è condensata tutta la sua antropologia, oggi così in crisi: “fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum, donecrequiescat in te”Dio ci ha fatti per Lui, e il nostro cuore è inquieto finché non trova quiete in Lui. Questo è anche il riassunto della vicenda esistenziale narrata nelle Confessioni, nella quale si può rispecchiare la storia di ogni uomo: una vita irrequieta e insoddisfatta, che trova pace solo nell’incontro con l’amore infinito del Dio vivo e vero. Ricordo, che durante il corso di antropologia filosofica il nostro professore, don Nunzio Galantino, oggi Vescovo di Cassano all’Ionio e da poco nominato dal Santo padre Francesco Segretario Generale della CEI, ci presentò il filosofo Gabriel Marcel e la sua visione dell’uomo come viandante: “Come non scorgere un legame strettissimo fra anima e speranza? Sono propenso a credere che la speranza sta all’anima come la respirazione all’organismo vivente; quando manca la speranza, l’anima inaridisce e si esautora, diviene solo funzione, può diventare oggetto di studio per una psicologia che riuscirà soltanto a stabilirne la sede o a denunciarne la mancanza. Ma è proprio l’anima il vero viandante; e parlando dell’anima, e d’essa soltanto, si può dire in tutta verità che esistere significa essere in cammino.”

L'Homo viator è l'uomo in cammino, esso desidera e spera così si apre al futuro. Finché questo succede c'è possibilità di cambiare. Le persone spesso hanno bisogno venga ridata loro la speranza, occorre capire quali sono le speranze delle persone. è proprio così, l’uomo è un viandante, è in cammino, ha il desiderio di trovare “il tesoro nascosto in un campo” o “la perla preziosa” e non si stanca di cercare fino a quando non l’ha trovata. è l’inquietudine di cercare la Verità, il senso della vita che non può mai essere confinata in un angusto segmento della vita ma che tutta l’attraversa fino al suo esodo, alla sua Pasqua con la certezza che solo la fede può dare che non c’è carro, né cavallo, né cavaliere, né faraone che possano impedire di attraversare sull’asciutto il mare che Dio spalanca dinnanzi a noi. Ecco perché oggi so di poter chiedere a voi, laici di Azione Cattolica: siate servi della Speranza tra gli uomini del nostro tempo.

Carissimi sono i Santi che hanno reso bella e attraente l’AC, lasciamoci prendere per mano da loro per solcare il limite del tempo e dello spazio, affinché ci riportino indietro, ci permettano di incontrare uomini e donne, adulti e bambini, laici e presbiteri che hanno preso sul serio la vocazione alla Santità. Dobbiamo costantemente guardare a quei laici di azione cattolica che sono statisignificativi, che hanno lasciato un solco indelebile nella storia della nostra terra, in ambito familiare, ecclesiale, istituzionale, artistico comunque educatori nel senso pieno ed etimologico del termine, personalità appassionate. Fare memoria è più che il semplice ricordare…è riconoscere che siamo debitori di grandi doni che ci hanno reso più ricchi, ci hanno permesso di essere bambini posti sulle spalle di giganti capaci di guardare più lontano, di cogliere ed accogliere un orizzonte più ampio. Fare memoria è vivere nella consapevolezza che l’albero non è solo ciò che emerge dalla terra, ciò che è visibile ai nostri occhi, ciò che possiamo toccare, sperimentare, forse anche riprodurre in un laboratorio quale fenomeno. L’albero è ciò che è visibile ma molto di più ciò che è invisibile. Le sue radici si estendono in profondità e quanto più affondano fino a raggiungere insondabili sorgenti tanto più i suoi rami si ergono maestosi fino a sembrare di penetrare lo stesso cielo come guglie di cattedrali gotiche ricchi di frutti custodi di semi di vita. Senza la memoria, quanto è difficile comprendere il presente e quanto ancora più difficile è custodire non irrealizzabili utopie ma sogni gelosamente coltivati di profezie. Agli occhi dello storico queste radici affondano nei documenti prodotti nel passato ma agli occhi del profeta queste radici affondano nel cielo.

Condividere la gratitudine di aver solcato il sacrario del tempio vivente che è l’uomo, accogliere con gratitudine i mille e mille volti della nostra gente, erede di una cultura millenaria. Spesso dimentichiamo che i veri documenti non sono solo le pietre materiali ma anche e soprattutto le persone, pietre vive impiegate per la costruzione di un edificio spirituale. Ogni qualvolta dimentichiamo o volutamente non guardiamo più alle nostre radici, ogni qualvolta non facciamo più memoria del passato perdiamo le coordinate entro le quali comprendere il nostro presente e diventiamo incapaci di progettare e realizzare il nostro futuro. Senza memoria siamo schiacciati in un presente senza speranza, senza futuro. Tutto si riduce al carpe diem di catulliana memoria nel quale, mendicanti di frammenti e brandelli di felicità nel qui e ora, “del doman non v’è certezza”.

Vorrei chiedere scusa, come ci insegna papa Francesco. Scusa per non aver saputo custodire la memoria di chi pur avendone tutte le potenzialità e le opportunità ha deciso di essere seme caduto nel fertile humus della nostra Terra. Abbiamo bisogno, come afferma nella sua ultima lettera pastorale il nostro vescovo Mons. Luigi Antonio Cantafora di lasciarci riconciliare con Dio e tra di noi. è tempo, come afferma papa Francesco di Custodire, prendersi cura gli uni degli altri, delle nostro bell’albero, delle radici, della memoria. è tempo di ricostruire la Città di Dio e la Città degli uomini con un nuovo umanesimo. Lamezia Terme ha bisogno della civiltà dell’Amore l’unica che le possa far riscoprire la sua vocazione di essere ponte tra le culture nel mediterraneo. Lamezia Terme ha una vocazione che le viene dalla sua naturale collocazione geografica, e per quanto le sia stata fatta violenza dal di fuori, per quanto noi, i suoi stessi figli, l’abbiamo ferita dall’interno non le sarà impedito di realizzarla.

Termino con una immagine che mi porto nel cuore e che richiamo alla mia mente e che, quando ne ho l’opportunità condivido con le persone che ho il dono di incontrare:

Quando una collina sta per franare tre cose si possono fare: si può fuggire lontano per non soccombere dinnanzi a tanta sciagura e rovina, oppure si può rapidamente costruire un robusto muro con il dubbio che sia in grado di contenerne le smisurate pressioni, ma c’è un’ultima possibilità, che apparentemente è la più fragile di tutte, quella alla quale molti neppure penserebbero perché trascende le logiche pragmatiche di chi ha smesso di sognare. Ma qual è questa ultima possibilità? è quella di piantare tante piccoli alberi, di porre nel terreno con la generosità del seminatore tanti piccoli semi. Crescendo saranno le loro radici a impedire che la montagna frani rovinosamente schiacciando tutto quanto sta a valle. Voglio sperare che anche il lavoro della prossima presidenza e del prossimo consiglio nei vari agorà o nei cortili dei gentili possa contribuire allo sviluppo di quelle radici che innervando le nostre colline impediscono di precipitare a valle.

Grazie di vero cuore.

don Domenico