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La parola del Vescovo

Giornata Mondiale della Pace, Cantafora: Non si è fratelli se non si è figli!

redazione · 5 anni fa

Nel primo giorno dell’Anno, Solennità della Madre di Dio, giornata dedicata da Paolo VI alla preghiera per la Pace nel mondo, Sua Eccellenza Mons. Cantafora ha presieduto la S. Messa solenne delle ore 18.30 nel Duomo di Lamezia Terme. Nell’omelia il Vescovo ha ripreso il messaggio per la Giornata della Pace, che Papa Francesco ha voluto dedicare al tema della fraternità.

Mons. Cantafora ha voluto così indicare alla città l’impegno ad allargare i confini della famiglia, delle relazioni vere e autentiche. In un passo dell’Omelia così si è espresso: “Noi, qui come in tutto il Sud, siamo molto legati alla famiglia, ma come vi dicevo anche nel messaggio di Natale, dobbiamo crescere e allargare il senso della famiglia che non si rinchiude nei meri legami parentali, ma si può e si deve aprire alla città, agli immigrati, fino ad abbracciare il mondo.”

Di seguito il testo dell’Omelia.

«Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace». Dio invita Mosé a benedire il popolo con queste parole e così questa benedizione, nei secoli, è giunta fino a noi. Sì, carissimi fratelli, all’inizio di questo anno solare, sotto la protezione della Madre di Dio, chiediamo al Signore il dono della pace, la sua benedizione. Questa giornata è dedicata tradizionalmente alla riflessione sulla pace. è un tema che accomuna tutti gli uomini di qualsiasi razza, cultura e religione. Tutti siamo chiamati a costruire un mondo di pace. Ma la pace, per noi cristiani, è prima di tutto un dono che viene dall’alto e poi un impegno da coltivare e custodire con lungimiranza e tenacia. Noi sappiamo che il Signore è la nostra pace e che Lui ha fatto pace «per mezzo della sua carne», distruggendo l’inimicizia e abbattendo il muro di separazione che divideva i popoli, per creare in se stesso un solo uomo nuovo, facendo la pace (cfr. Ef 2, 14-15).

La nostra pace non è dettata da compromessi, non è strategia diplomatica, non è assenza di conflitti: è la pace del Signore Gesù, è la pace anche nella tribolazione, è la gioia che il mondo non conosce e non può togliere: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la da il mondo io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27), aveva detto Gesù nei discorsi dell’ultima Cena.La pace è la Presenza di Dio in mezzo a noi, è la sua compagnia: la pace è Dio con noi. Noi facciamo allora un’esperienza nuova di fraternità, perché la pace c’è quando ci sentiamo tutti veramente fratelli. Il Santo Padre Francesco ha dedicato al tema della fraternità il messaggio della Pace di questo nuovo anno. Vorrei cogliere con voi alcuni passaggi illuminanti per la nostra vita e per la città. Il primo dato è che non è vero che nel cuore dell’uomo alberga solo l’egoismo, ma poiché siamo fatti a immagine e somiglianza con Dio, c’è –dice papa Francesco- nel cuore di ogni uomo e di ogni donna un anelito insopprimibile alla fraternità. Se non consideriamo l’altro davvero fratello e sorella non possiamo costruire una società più giusta, né una pace solida e duratura. Noi, qui come in tutto il Sud, siamo molto legati alla famiglia, ma come vi dicevo anche nel messaggio di Natale, dobbiamo crescere e allargare il senso della famiglia che non si rinchiude nei meri legami parentali, ma si può e si deve aprire alla città, agli immigrati, fino ad abbracciare il mondo. Ciascuno, secondo le sue possibilità e capacità, può aprire il cuore e la mente a una nuova dimensione in cui l’altro/l’altra trova spazio, perché fratello o sorella. Così mentre il mondo, con la sua globalizzazione e le comunicazioni “in tempo reale”, ci fa credere di essere tutti vicini, che non ci siano “distanze”, in realtà, se non ci impegniamo nel cuore, non facciamo “posto” all’altro.

Le distanze del cuore creano abissi, voragini incolmabili di incomprensioni. Altro che fraternità! La fraternità, il sentirsi fratelli, ha origine però da un’altra esperienza: l’avere lo stesso Padre.

Chi riconosce Dio come Padre, chi lo chiama Abbà, come ci ricordava la seconda lettura, chi accoglie Cristo e la sua vita, è generato da Lui e quindi sollecitato a vivere una fraternità non chiusa ma aperta a tutti. Solo Cristo ci dà la possibilità di capire che l’altro, come me, è amato da Dio con la stessa dignità, di un amore unico, insostituibile, perché tutti siamo stati riscattati dal sangue di Cristo.

La fraternità, carissimi, non si fonda così su buoni propositi, ma sulla vita del Cristo donata per amore. La Madre di Dio è la prima a donarci il Figlio. Lei non lo tiene per sé, non si compiace –come farebbe qualunque puerpera- della sua creatura ma lo offre, lo consegna, lo depone nella mangiatoia. Compie cioè un gesto di deposessione, di dono straordinario: ci dona suo Figlio e lo rende per noi fratello.

Maria, Madre di Dio insegnaci tu la vera fraternità che nasce dall’accogliere e dal donare Gesù al mondo! Amen