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La parola del Vescovo

La vita, dono di Dio, assegnata alla progettualità coniugale

Rosario Dara · 6 anni fa

Intervento di S.E. mons. Cantafora al Convegno Inno alla Vita - Marcellinara, 13 aprile 2013 1.Un caro saluto a voi tutti e alle autorità qui presenti che incontro sempre con viva cordialità e piacere; particolarmente in queste sedi così importanti per la nostra società, come una tavola rotonda sulla vita e la famiglia, organizzata dall’Associazione “La Persona al centro” nella persona della presidente Maria Antonia Gariano, che ringrazio per la sensibilità e l’attenzione. Mi è stato chiesto di intervenire sulla vita come dono di Dio assegnata alla coniugalità. La vita appare davanti a noi come un dono nel senso più semplice e schietto del termine, ovvero come qualcosa di “dato”.

Nessuno di noi si procura la vita da sé, la riceve; nella stessa misura questo dono, va riconosciuto tale, custodito, difeso, accresciuto e non disponibile a manipolazioni. Infatti la vita non è un dono qualsiasi, come un oggetto regalato a qualcuno. La vita è “qualcuno”, è persona. è un dono incommensurabile, non è qualcosa di disponibile ai nostri capricci, alle nostre o altrui esigenze. La vita umana non è “qualcosa” ma “qualcuno”. Il tema della difesa della vita, in una logica puramente naturale, ha come fondamento propria questa verità: la vita, come ogni persona, non è manipolabile, non può essere piegata né a balzani desideri né a estemporanee emozioni, così nemmeno all’utilizzo da parte di altri, o di ideologie, o ragioni di Stato, o di religione.

2. Sappiamo tutti che, in particolare nella progettualità coniugale, sia la vita che l’amore nella loro realtà più profonda sono un dono! Stanno nella logica della reciprocità e, ancor di più, anche nella logica della oblatività. Così si diviene famiglie più accoglienti, più aperte al servizio della vita presente, della vita nascente, della vita in pericolo.

Infatti «l'amore coniugale, non si esaurisce all'interno della coppia, poiché li rende capaci della massima donazione possibile, per la quale diventano cooperatori con Dio per il dono della vita ad una nuova persona umana» (Familiaris Consortio).

I coniugi ricevono la vita come dono “pieno”, ma solo se si donano a vicenda tra loro scambiandosi e donandosi sentimenti, gesti, affetti, cose, sostegni, collaborazioni, senza misure economicistiche o convenienze di parte. In questo dono reciproco si apre la strada alla vita.

Allora il dono del figlio è il segno permanente della verità del loro reciproco dono.

La logica del dono è la strada sulla quale nasce il desiderio di generare la vita, l’anelito a fare famiglia in una prospettiva feconda, capace di andare in contrasto con le tendenze di chiusura e talvolta fuorvianti della cultura odierna.

3. La situazione socio-economica che ci troviamo a vivere può rischiare di dare una risonanza non sempre positiva ai termini Famiglia e vita.

La precarietà sociale rischia di influenzare la visione della vita, di privarci di quello sguardo sereno e pieno di speranza verso il futuro. Una certa inquietudine e una certa ansia del domani portano a rimandare le scelte definitive e, quindi, la trasmissione della vita all’interno della coppia coniugale e della famiglia. Le parole di Papa Francesco sono davvero profetiche: «Non lasciamoci rubare la speranza!» «Il momento che stiamo vivendo pone domande serie sullo stile di vita e sulla gerarchia di valori che emerge nella cultura diffusa.

Abbiamo bisogno di riconfermare il valore fondamentale della vita, di riscoprire e tutelare le primarie relazioni tra le persone, in particolare quelle familiari, che hanno nella dinamica del dono il loro carattere peculiare e insostituibile per la crescita della persona e lo sviluppo della società: “Solo l’incontro con il “tu” e con il “noi” apre l’“io” a se stesso”» (BENEDETTO XVI, Discorso alla 61a Assemblea Generale della CEI, 27 maggio 2010).

4. Ma con gioia dobbiamo notare segni positivi che fanno onore alla nostra terra. Nonostante la crisi, le nostre famiglie offrono ancora un esempio di dono sincero e totale. Esse ci testimoniano che il primato della persona non può essere intaccato da niente, neanche dalla crisi. è davvero necessario dirlo: senza la famiglia e la sua capacità di aggregazione, di solidarietà intergenerazionale, di apertura al futuro, non c’è società che possa darsi una struttura, tantomeno quella italiana che solo grazie al suo radicamento famigliare riesce a sottrarsi a un vero e proprio collasso.Questo ci fa capire come la famiglia ancor prima di essere un bene cristiano è un bene umano!

5. Giovanni Paolo II nella sua lettera Familiaris Consortio concludeva con queste parole: «Amare la famiglia significa saperne stimare i valori e le possibilità, promuovendoli sempre. Amare la famiglia significa individuare i pericoli ed i mali che la minacciano, per poterli superare. Amare la famiglia significa adoperarsi per crearle un ambiente che favorisca il suo sviluppo. Amare la famiglia è ridarle ragioni di fiducia in se stessa, nelle proprie ricchezze di natura e di grazia, nella missione che Dio le ha affidato. «Bisogna che le famiglie del nostro tempo riprendano quota! Bisogna che seguano Cristo!» (Giovanni Paolo PP. II, Lettera «Appropinaquat iam», 1 [15 Agosto 1980]: ASS 72 [1980], 791).

6. Carissimi, donare e generare la vita significa scegliere la via di un futuro sostenibile per un’Italia che si rinnova: è questa una scelta impegnativa ma possibile, che richiede alla politica una gerarchia di interventi e la decisione chiara di investire risorse sulla persona e sulla famiglia, credendo ancora che la vita vince, anche la crisi.