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Cultura e Società

I "vattienti" di Nocera Terinese

Antonio Cataudo · 7 anni fa

Non si conosce con esattezza il primo manifestarsi dei vattienti: di certo, scrive lo storico Adriano Macchione, rappresenta il punto culminante della storia e dell'identità religiosa di Nocera Terinese. Un rito antichissimo: sono note la flagellazioni nel paganesimo romano ma è la matrice cristiana a connotare l'atto penitenziale dei vattienti noceresi. Queste forme di ritualità iniziarono a diffondersi in Italia nel medioevo, grazie a confraternite di laici con nome ed origine geografica diversa: Flagellanti, Battuti, Disciplinati. Non solo il battersi ma gli stessi oggetti, utilizzati dai vattienti, hanno un profondo valore simbolico e religioso.

Il cardo, con cui si flagellano le gambe, è un disco di sughero in cui sono impressi a cera frammenti di vetro, detti lanze. Le lanze in origine erano dodici a rappresentare, nel numero, Gesù e gli apostoli; la tredicesima, che ricorda Giuda ed il suo tradimento, si è aggiunta in seguito. La rosa, che accompagna il cardo, è un semplice disco di sughero: sul suo bordo s'intaglia una scanalatura che serve a far scorrere, mediante lo strofinio, il sangue affiorante, affinché non si formino grumi o coaguli sulla pelle del vattente. Quest'ultimo è legato, mediante una cordicella, all'acciomu, contrazione dialettale dell'espressione Ecce homo, «Ecco l'uomo», pronunciata da Pilato.

Il rito, per tempo immemore, si è svolto nella giornata del Venerdì. Solo con la riforma liturgica della Settimana Santa degli anni 1951-56, la processione dell'Addolorata è stata trasferita al Sabato: ciò, di riflesso, ha portato i vattienti ad astenersi dal Venerdì. In anni recenti, alcuni battenti sono tornati ad uscire la sera del Venerdì, quando il "pietoso corteo" confluisce dalla chiesa dell'Annunziata all'arcipretale di San Giovanni Battista.

Tuttavia, è il Sabato il giorno dei vattienti. Il Venerdì è contemplazione, meditazione totalizzante sulla croce. La croce che è «strumento di salvezza per l' umanità, segno di speranza in ogni tempo», «abbraccio di pace» tra il cielo e la terra, ombra che cosparge di luce il mondo. Il Venerdì santo restituisce valore al silenzio, il silenzio assordante della morte redentrice di Cristo. Un silenzio che possiamo ascoltare e comprendere appieno nel Sabato santo, giorno aliturgico. Quel sabato che è porta della resurrezione, anticamera della Pasqua, «madre di tutte le veglie sante, durante la quale il mondo è rimasto sveglio», come scrive Sant'Agostino.

Il gesto dei vattienti supera l'apparenza, poiché è intriso di profonda compartecipazione al dolore di Maria Vergine, Madre di Dio e dell'universalità cristiana. Monsignor Rimedio, vescovo emerito di Lamezia Terme, ebbe a dire, in proposito, che costoro «non si battono per esibizione ma per soddisfare un voto, una promessa: in essi, perciò, c'è sempre un senso religioso che dobbiamo rispettare».

Nel suo valore intrinseco, infatti, è un atto pregno di fede e devozione sincera: una devozione silenziosa espressa attraverso un gesto eclatante che, per la sua platealità, è manifestazione inequivocabile ed irrevocabile della fede in Cristo. I vattienti corrono per le vie del borgo antico perché il senso della Pasqua e correre verso Dio e verso gli altri, come Pietro e Giovanni verso il sepolcro.