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Vita diocesana

Per un giornalista a Lamezia cosa significa comunicare?

Gigliotti Saveria Maria · 3 anni fa

“Siamo chiamati a comunicare da figli di Dio con tutti, senza esclusione. In particolare, è proprio del linguaggio e delle azioni della Chiesa trasmettere misericordia, così da toccare i cuori delle persone e sostenerle nel cammino verso la pienezza della vita, che Gesù Cristo, inviato dal Padre, è venuto a portare a tutti”. Scrive così Papa Francesco nel messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali e ricorda che comunicare è creare ponti, favorire l’incontro, arricchire la società. Ma per un giornalista a Lamezia, cosa significa comunicare? Il Giubileo della Misericordia offre una pista ed è lo stesso Papa a delinearla, “guarire la memoria ferita e costruire pace e armonia”. è vero! La nostra memoria è ferita, sia personale che collettiva. Ferita da falsità, da inganni, da morti, da ingiustizie, da stalli. E questa memoria ferita è un macigno sul futuro. Come uscirne? Attraverso le parole! La parola data non è un flatus vocis, ma un impegno, una responsabilità, un dono. La parola è una porta aperta dentro chi dialoga. Si parla tanto, ma si crede poco nelle parole. Dare la parola è compromettere la propria persona, la propria dignità. Non a caso comunicare viene infatti da cum-munus, portare insieme un dono che è sempre anche condividere un impegno. C’è bisogno diparlare ( e dialogare) per guarire la memoria ferita e uscire dalla Babele in cui ci troviamo a vivere, grazie al folle solitario e quotidiano delirio di onnipotenza. Una casa è invivibile proprio quando non si riesce più a parlare. Per questo l’invito del Giubileo è comunicare con misericordia. Ovvero comunicare perché si ama l’altro, la vita, la città, il mondo, la realtà. E per amare non serve irrigidirsi nei propri schemi, congelarsi nei propri pregiudizi. Se questi prevalgono, non c’è comunicazione. «Dove la comunicazione si spezza definitivamente, lì cessa l’amore, perché si trattava solo di un’illusione ingannevole; quando invece l’amore è reale, la comunicazione non può cessare, ma deve cambiare la sua forma». (Karl Jaspers, Filosofia. Chiarificazione dell’esistenza, 1956). Un’opera di misericordia da compiere è quella di ricucire le relazioni, ricominciando a parlare. Infatti, “le parole possono gettare ponti tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, i popoli. E questo sia nell’ambiente fisico sia in quello digitale. Pertanto, parole e azioni siano tali da aiutarci ad uscire dai circoli viziosi delle condanne e delle vendette, che continuano ad intrappolare gli individui e le nazioni, e che conducono ad esprimersi con messaggi di odio”. Cosa c’entra la misericordia? La misericordia è capace di attivare un nuovo modo di parlare e di dialogare, come ha espresso Shakespeare: «La misericordia non è un obbligo. Scende dal cielo come il refrigerio della pioggia sulla terra. è una doppia benedizione: benedice chi la dà e chi la riceve» (Il mercante di Venezia, Atto IV, Scena I). Una parola, veramente tale, è benedizione per chi la dà e per chi la riceve.