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Cultura e Società

Sant'Antonio, "l'usuraio riduce a un deserto la vigna, ossia la chiesa del Signore"

Antonio Cataudo · 4 anni fa

L’ultima operazione antiusura in ordine di tempo portata a segno dal Gruppo della guardia di finanza di Lamezia Terme al comando del tenente colonnello Fabio Bianco impone una riflessione. C’è bisogno, infatti, di una presa di coscienza da parte di tutti su una piaga che affligge anche la città, così come dimostrato, tra l’altro, non solo dall’ultimo sequestro di beni per un valore di undici milioni ad un imprenditore lametino, ma anche da altre operazioni simili che le forze dell’ordine, sotto il coordinamento della Procura, hanno portato a segno con l’obiettivo di mettere un freno ad un fenomeno sempre più dilagante. Favorita dalla crisi, l’usura colpisce molte famiglie che si trovano ad entrare in un tunnel da cui è difficile scorgere l’uscita. Tunnel dal quale, però, così come viene sempre ribadito dalle forze dell’ordine e dalla magistratura, si può uscire collaborando e denunciando, dando, cioè, nelle mani degli inquirenti un’occasione per poter debellare una delle piaghe della società su cui lo stesso papa Francesco, nel febbraio scorso parlando ai fedeli in piazza San Pietro, è intervenuto senza infingimenti e remore: “Quante famiglie - ha detto il Pontefice - sono sulla strada, vittime dell’usura”. Quindi, ha sollecitato tutti a pregare “perché in questo Giubileo il Signore tolga dal cuore di tutti noi questa voglia di avere di più dell’umanità: che ci faccia tornare generosi, grandi! Quante situazioni di usura siamo costretti a vedere e quanta sofferenza e angoscia portano alle famiglie – ha aggiunto papa Francesco - ! Angoscia, e tante volte disperazione. Quanti uomini finiscono nel suicidio perché non ce la fanno, non hanno la speranza, non hanno la mano tesa che li aiuti, soltanto la mano che viene a fargli pagare gli interessi”. Quindi, ha definito l’usura “un grave peccato che grida al cospetto di Dio. Il Signore invece ha promesso la sua benedizione a chi apre la mano per dare con larghezza”. Ecco perchè “la Sacra Scrittura esorta con insistenza a rispondere generosamente alle richieste di prestiti, senza fare calcoli meschini e senza pretendere interessi impossibili”. Da qui il riferimento alle prescrizioni del Levitico: “Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è privo di mezzi – ha ricordato papa Francesco - , aiutalo, come un forestiero e ospite, perché possa vivere presso di te. Non prendere da lui interessi, né utili; ma temi il tuo Dio e fa’vivere il tuo fratello presso di te. Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto a usura. Questo insegnamento – ha concluso il Pontefice - è sempre attuale”. Una condanna ferma, quella di Papa Francesco, per una piaga che affligge la società da secoli e contro cui Sant’Antonio, un santo al quale, tra l’altro, la città di Lamezia Terme è particolarmente legata, si è scagliato a muso duro. Nei suoi sermoni sono tanti i passaggi che dedica agli usurai del tempo e, di conseguenza, dei nostri giorni. “Alle spine – secondo Sant’Antonio - corrispondono le bestie feroci, con le quali intendiamo i perfidi usurai. Di essi dice il Profeta: «Ecco il mare grande e dalle braccia larghe e spaziose: lì ci sono rettili senza numero, animali piccoli e grandi. Lo solcano le navi» (Sal 103,25-26)”. Quindi, l’invito a fare “attenzione alle parole: Il mare, cioè questo mondo, pieno di amarezze, è grande per le ricchezze, spazioso per i piaceri, perché spaziosa e larga è la via che conduce alla morte (cf. Mt 7,13). Ma per chi? Non certo per i poveri di Cristo, i quali entrano per la porta stretta (cf. Mt 7,13), ma per le mani degli usurai, i quali si sono ormai impadroniti di tutto il mondo. Per causa delle loro usure le chiese sono depauperate, i monasteri sono stati spogliati dei loro beni; e quindi si lamenta di loro il Signore con le parole di Gioele: «Avanza sopra la mia terra una gente forte e innumerevole: i suoi denti sono come i denti del leone, i suoi molari sono come i cuccioli del leone. Ha ridotto a deserto la mia vigna e ha scorticato le mie piante di fico, le ha denudate e spogliate e i loro rami sono diventati bianchi» (Gl 1,6-7). La gente maledetta degli usurai, forte e innumerevole, è cresciuta sulla terra, i suoi denti sono come i denti del leone. Osserva nel leone due cose: il collo inflessibile, nel quale c'è un solo osso, e il fetore dei denti. Così l'usuraio è duro, inflessibile, perché non si piega di fronte a Dio, e non teme l'uomo (cf. Lc 18,2); i suoi denti puzzano, perché nella sua bocca c'è sempre il letame del denaro e lo sterco dell’usura. I suoi molari sono come i cuccioli del leone, perché ruba, distrugge e ingoia i beni dei poveri, degli orfani e delle vedove”. Per Sant’Antonio, inoltre, “l'usuraio riduce a un deserto la vigna, ossia la chiesa del Signore, quando con l’usura s'impossessa dei suoi beni; e scortica, denuda e spoglia la pianta di fico del Signore, cioè la casa di qualche congregazione, quando, sempre con l’usura, si appropria dei beni che ad essa i fedeli hanno elargito. Per questo i suoi rami sono diventati bianchi, vale a dire i monaci o i regolari di quella osservanza sono afflitti dalla fame e dalla sete. Ecco che sorta di elemosine fanno quelle mani: esse grondano del sangue dei poveri; di esse nel salmo è detto anche: «Lì», cioè nel mondo, «vi sono rettili senza numero», ecc. (Sal 103,25)”. Infine sant’Antonio distingue tre specie di usurai: “Ci sono alcuni che praticano l’usura privatamente e questi sono i rettili, che strisciano di nascosto, e sono senza numero. Ci sono altri che esercitano l’usura pubblicamente, ma non su larga scala, per sembrare misericordiosi: e questi sono gli animali piccoli. Altri ancora sono gli usurai scellerati, dannati e impudenti, che praticano l’usura davanti a tutti, quasi in piazza: e questi sono gli animali grandi, più crudeli degli altri, che saranno preda della caccia del demonio e subiranno sicuramente la rovina della morte eterna, a meno che non restituiscano il mal tolto e non facciano una congrua penitenza. E affinché possano fare una penitenza adeguata, «lì», cioè proprio in mezzo a loro, «le navi», vale a dire i predicatori della chiesa – conclude - , devono passare e spargere la semente della parola di Dio. Ma, a motivo dei peccati, le spine delle ricchezze e le bestie feroci delle usure soffocano la parola così assiduamente seminata, e quindi non fanno frutto di penitenza”. Tutto ciò impone un maggiore impegno da parte di tutti specie se, con le parole di Sant'Antonio, osserviamo "quanta rispondenza ci sia tra le spine e gli animali feroci, che raffigurano gli avari e gli usurai. Sono spine, giacché l'avarizia cattura, punge e fa sanguinare; sono bestie feroci, perché l'usura rapisce e sbrana".