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Cultura e Società

Luca Varani: quando il male non è banale

Paolo Emanuele · 4 anni fa

Il male non era affatto banale. Giunge a queste conclusioni la filosofa e storica tedesca Bettina Stangneth, dopo un lavoro approfondito sulla figura di Otto Adolf Eichmann, ribaltando la visione descritta da Hannah Arendt ne “La banalità del male”, dove la figura del gerarca nazista appariva nient’altro che quella di un burocrate organico a una struttura - quella del III Reich - chiamato ad assolvere a un determinato compito, come se si trattasse di lavoro come un altro. E non è affatto banale nemmeno il male che si è materializzato agli occhi di tutta Italia domenica scorsa, quando i carabinieri hanno ritrovato il corpo di un giovane di 23 anni, Luca Varani, dopo essere stato torturato e massacrato a coltellate e colpi di martello durante un festino a base di alcool e cocaina in un appartamento al Collatino, periferia est di Roma. “Volevamo vedere l’effetto che fa”, è una delle prime dichiarazioni rilasciate alle Forze dell’Ordine da parte di Manuel Foffo e Marco Prato, arrestati e ora detenuti nel carcere di Regina Coeli. E in uno scenario criminale agghiacciante, che di giorno in giorno assume tratti sempre più inquietanti mettendo insieme manifestazioni di crudeltà estrema con perversioni sessuali, in una sorta di film splatter ma purtroppo reale, ci si interroga sulle ragioni di un fatto di cronaca che mostra il male nelle sue forme più brutali e incomprensibili. Il male che si concretizza nell’accanimento gratuito e spietato dell’uomo sull’uomo, interpella la coscienza di ciascuno e la coscienza collettiva. Anche il male consumato in quella stanza quella notte, non è banale. Manuel, Marco e qualsiasi altro complice della barbara uccisione di Luca non è un mostro, non è un personaggio venuto da un altro mondo: è una persona che vive in un determinato contesto sociale e culturale e che, in un modo o nell’altro, compie delle scelte. Qualcuno potrà dire: “erano sotto effetto di stupefacenti”. Ma anche drogarsi è una scelta. Acquistare la droga comporta costi significativi, disporre di quantità di denaro tali di cui certamente pochissimi giovani italiani sotto i 30 anni possono disporre, se non con l’aiuto dei propri genitori. E anche in questo, c’è una scelta della famiglia. Come è una scelta della famiglia l’approccio educativo che si stabilisce nel tempo con i propri figli: scegliere se girarsi dall’altra parte o vigilare con discrezione, se accompagnare oppure lasciare che il futuro dei propri figli si costruisca all’insegna di quell’“anarchia di valori” paradigma della società e della cultura odierne. Ma chi ha voluto divertirsi con il corpo e la vita di Luca, non viene solo da una famiglia. E’figlio anche di una società, di una comunità. E’un figlio di una cultura in cui l’uso del corpo come strumento di appagamento edonistico, la ricerca del piacere senza scrupoli, la distinzione tra bene e male ridotta al criterio “ciò che mi fa piacere/ ciò che non mi fa piacere” sono diventati i paradigmi di una generazione per la quale anche la sofferenza e la morte, volutamente oscurate nella vita quotidiana, diventano oggetto di una sorta di “pornografia del dolore” eccitante, qualcosa da “provare”. Figli di una cultura “contro la vita”, portata fino alle estreme conseguenze. No. Non siamo di fronte ai “demoni” letterari di Dostoevskij. Siamo di fronte all’uomo, come lo vede Kierkegaard, messo davanti a quella possibilità di scelta che rappresenta sì la sua grandezza, ma anche il suo permanente dramma. Quello che è successo a Roma una settimana fa, non è banale. Possiamo farlo diventare noi banale se non ci interroghiamo seriamente su cosa abbiamo fatto noi, su quale sia la nostra corresponsabilità nell’aver dato vita a una generazione che appare sempre più come quella delfilm di Pasolini “Salò o le 120 giornate di Sodoma” fatta di “deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno, fuori dai confini di ogni legalità”. Alla semplificazione dei mostri mediatici e dei facili casi patologici, c’è un’alternativa ed è la speranza di ricostruire: una vita, tante vite, una società intera.Una speranza concreta che nasce da ogni singolo atto di responsabilità, da parte di ciascuno. Perché nessuno si senta a posto con la coscienza di fronte a un giovane di 23 anni seviziato e ucciso, solo perché il male è stato compiuto da altri e noi crediamo erroneamente di esserne immuni. La risposta non è lo scandalizzarsi, il gridare al mostro: l’unica risposta è l’assunzione collettiva di responsabilità.