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Spiritualità

Il “fratello maggiore” del figliol prodigo: avrà avuto le sue ragioni?

Cesare Natale Cesareo · 5 anni fa

Il “fratello maggiore” del figliol prodigo: avrà avuto le sue ragioni?

Tra le tante riproduzioni artistiche della celebre parabola del figliol prodigo, guardando il dipinto di Rembrandt(1668-1669), ci accorgiamo di una particolarità nella rappresentazione del figlio maggiore: sta in secondo piano, dietro una colonna, in un atteggiamento di distacco e superbia, solo parzialmente illuminato dalla luce tutta proiettata sulla scena dell’incontro tra il padre e il figlio minore. Rispetto ad altre rappresentazioni della stessa scena evangelica, è come se il pittore avesse voluto illuminare, anche se con minore intensità, il figlio fedele rimasto nella casa paterna, per trasmettere il messaggio che anche lui in fondo è illuminato per riflesso dalla luce della gioia e della grazia.

Spinti da questa lettura del quadro del pittore scandinavo, come in ogni Quaresima ci troviamo di fronte a una delle più conosciute e popolari parabole evangeliche. E ritorna la domanda: che male ha fatto quel “povero” figlio maggiore che ha sempre servito fedelmente il padre, ha fatto il proprio dovere e – cosa inconcepibile ai tempi di Gesù – ha lasciato che il fratello più piccolo prendesse addirittura prima di lui la sua parte di eredità e se ne andasse da casa?

Chi vi scrive, non vuole certo addentrarsi in interpretazioni della parabola o in nuove letture. Dobbiamo riconoscere che la parabola del “figliol prodigo” o del “Padre Misericordioso”, mentre ci fa gioire della misericordia di un Dio che corre incontro al figlio che si ravvede e torna alla casa paterna, risveglia in noi la “sindrome del figlio maggiore”.

Una “sindrome”, un modo di pensare, una reazione istintiva che si risveglia ogni volta di fronte alle ingiustizie, alle prevaricazioni e alle insolenze a cui ciascuno di noi è sottoposto oggi giorno. Lo mascheriamo con parole come umiltà, rassegnazione, “porgere l’altra guancia…”, espressioni certamente valide e di alti richiami, ma che sono svuotate quando non le facciamo veramente nostre; quando vengono ridotte a forme di autogratificazione che suppliscono soddisfazioni personali che non siamo riusciti ad ottenere. Si risveglia il “fratello maggiore” ogni qualvolta desideriamo quel “di più” di affetto, attenzione e interesse su di noi; quando pensiamo di voler “più bene” degli altri e istintivamente vorremmo un feedback affettivo proporzionale; quando vorremmo quel “grazie” o quell’apprezzamento gentile dopo aver lavorato tanto, dopo aver fatto il nostro dovere fino in fondo.

Ma c’è una questione di carattere “sociale” – senza voler entrare in dispute teologiche aperte già tanti secoli fa – che si può leggere nella reazione del figlio maggiore al ritorno del fratello “scapestrato”: vale di più il “merito” per tutto ciò che facciamo o la gratuità della misericordia che prescinde dalle nostre opere? O per dirla in termini più umani: in una società dove c’è tanto bisogno di giustizia e di meritocrazia, dobbiamo sorbirci anche un Dio “poco meritocratico”?

Chi vi scrive non vuole certamente trovare risposte, ma provare a tirare fuori quegli interrogativi che emergono in un contesto sociale come quello di oggi dove è forte il bisogno di giustizia, di veder riconosciuti i propri meriti umani e non essere prevaricati da chi riesce a imporsi con metodi meno corretti. “Giustizia di Dio è la misericordia” ci ricorda la Chiesa offrendoci anche delle coordinate per muoverci, nella vita personale e sociale, cercando quell’equilibrio tra misericordia e giustizia, tra l’esigenza di meritocrazia e quel “di più” che viene dall’amore che – scriveva Benedetto XVI nella Caritas in Veritate – “supera la giustizia e la completa nella logica del dono e del perdono”.

E allora cosa fare? Proprio perché non vogliamo dare risposte, partiamo innanzitutto lavandoci il volto e profumandoci il capo, rimuovendo quell’atteggiamento stizzito e acido del figlio maggiore che non partecipa alla festa. Ma ricordiamoci anche di dare alle parole il giusto significato, di non mortificare la misericordia e il perdono usandole a proprio uso e consumo, per svuotare il senso stesso della giustizia che – nella definizione del giurista romano Ulpiziano – “consiste nella costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto, le cui regole sono vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo”. Si, è vero, la nostra giustizia deve superare quella di scribi e farisei. Ma quando “giustizia” e “amore” non vanno di pari passo, quando si passa dal perdono al perdonismo, quando si mortificano i giusti meriti individuali, quelli ottenuti con sacrificio e dedizione: probabilmente il povero “figlio maggiore” avrà reagito male, ma (forse) qualche ragione ce l’aveva.