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Spiritualità

Tra il vestibolo e l’altare piangano i sacerdoti.

Cesare Natale Cesareo · 5 anni fa

Tra il vestibolo e l’altare piangano i sacerdoti.

Tra il vestibolo e l’altare piangano

i sacerdoti, ministri del Signore, e dicano:

Perdona, Signore, al tuo popolo.

(Gioele 2,17)

Queste parole del profeta Gioele riecheggiano nel giorno in cui si da inizio ai presidi della milizia cristiana (cfr. testo latino della Colletta). Da queste parole possiamo accogliere un insegnamento fondamentale per la nostra vita sacerdotale. Nella Chiesa antica, come anche nella liturgia sinagogale, l’imposizione delle ceneri non veniva compiuta come oggi, durante la Messa, a suggello della Liturgia della Parola, nell’Aula liturgica, ma si faceva prima dell’Eucarestia, fuori dalla chiesa, nel cortile esterno o comunque davanti alle porte della chiesa. Tutto il Corpo Mistico del Signore riceveva il segno delle ceneri, non tanto come un mero segno che richiama la penitenza, ma come partecipazione vivente alla prima quaresima vissuta dal Signore nel deserto delle tentazioni. Spesso nelle ricostruzioni degli studiosi di liturgiatroppo facilmente si afferma che la quaresima originariamente era solo iniziazione battesimale dei catecumeni per il Sacramento che avrebbero ricevuto a Pasqua e che venuto meno l’istituto catecumenale si è voluto conservare l’itinerario di iniziazione allargandolo a tutto il popolo. Certamente è innegabile il carattere battesimale della quaresima, ma non è da sottovalutare né da ritenere come non originale il percorso penitenziale comunitario del popolo battezzato, in quanto proprio in questo percorso c’è una solida tradizione così comune a tutte le chiese e a tutti i riti che per forza di cose deve essere originaria dalla Comunità Apostolica, se non nella sua struttura attuale, nei suoi presupposti e nelle sue radici teologiche e liturgiche. Basti ricordare la radice veterotestamentaria dei 40 giorni di diluvio, delle 40 decadi della schiavitù di Israele in Egitto, dei 40 anni di purificazione di Israele nel deserto prima dell’ingresso nella terra o dei 40 giorni di ritiro e digiuno di Mosè prima del dono della Legge, dei 40 giorni di sfida di Golia ad Israele prima di essere vinto da Davide, dei 40 giorni di cammino nel deserto di Elia prima della Teofania, dei 40 giorni di espiazione di Ezechiele per Gerusalemme, dei 40 giorni di penitenza di Ninive ai tempi di Giona, immagini tutte che i padri useranno per comprendere il tempo quaresimale. Il Signore entrando nella quaresima del deserto diventa quindi modello da imitare nel triplice combattimento della preghiera, della misericordia e del digiuno. L’Epistola agli Ebrei ci insegna che il sacerdozio cristiano è di natura differente rispetto a quello aronitico. Nella Chiesa c’è un unico Sacerdote: Cristo e un unico Sacerdozio: sempre quello di Cristo. Tutti i fedeli partecipano all’unico Sacerdozio di Cristo, ognuno però in modo diverso. Il mio essere presbitero non è una qualità mia propria ma una partecipazione alla qualità di un Altro: il Signore. Ritornando quindi alle parole di Gioele, tra il vestibolo e l’altare è il Signore che piange e prega il Padre perché perdoni il suo popolo. è Cristo che sulla Croce eleva l’eterna preghiera di intercessione offrendo il suo Corpo di Carne in favore del suo Corpo mistico. è a partire da questo mistero che bisogna comprendere il nostro essere sacerdoti, ministri del Signore,servitori della sua Parola, amministratori dei suoi Sacramenti, dispensatori della sua Grazia. La quaresima ci ricorda che in quanto sacerdoti nulla ci appartiene, tutto ci è donato e di ogni cosa che ci è stata affidata ne dobbiamo rispondere. L’ascesi sacerdotale ha quindi una natura sua propria, perché è tutta una preparazione all’inabitazione dello Spirito in noi ma non per noi. Mentre quanto il fedele prega, digiuna, opera la misericordia, lo fa principalmente per se stesso e la propria crescita personale nella fede, certamente offrendo tutto per tutti, il sacerdote no, il sacerdote non è più suo, non appartiene più a se stesso, il suo cuore, la sua anima, la sua stessa carne, il suo stesso corpo sono di Cristo e della Chiesa. Quando il sacerdote prega è la Chiesa, Corpo mistico di Cristo, che prega in lui, attraverso di lui. Quando il sacerdote si muove è la Chiesa che si muove. Azzardando un po’potremo dire che in un certo senso il sacerdote è sacramento della Chiesa e di Cristo! La quaresima del sacerdote quindi è la quaresima della Chiesa. Certamente questo non deve scadere in un clericalismo esasperato od in una esaltazione della persona, non è la persona in se stessa ma la chiamata, la vocazione, la profezia di cui quella persona è portatrice. Io sono cristiano con voi e vescovo per voi, diceva Sant’Agostino! Come uomo sono peccatore, bisognoso di salvezza, incapace di fare il bene che voglio e caduco nel fare il male che non voglio, un vaso di coccio tra vasi di ferro, diceva il caro buon vecchio don Abbondio, ma risponde San Paolo, in questi vasi di creta è stato depositato un tesoro impareggiabile e meraviglioso (Cfr. 2 Corinzi 4,7). Questo mistero quindi ci dovrebbe insegnare tanta umiltà perché è per i meriti di Cristo e non per i nostri meriti mancanti che siamo portatori di questa grazia. Concludo queste scoordinate annotazioni sulla quaresima, che più che una riflessione, vuole essere un insieme di “impressioni” spirituali, con un invito ai miei confratelli: la natura propria del Sacerdozio tanto nella religione naturale quanto nella rivelazione è quella dell’offerta. Sia questa la nostra forza: l’offrire la nostra vita, la nostra preghiera, la nostra elemosina, il nostro digiuno, la nostra penitenza per il bene del popolo che ci è affidato, per gli ammalati che sono affidati al nostro memoriale, per i peccatori bisognosi di conversione, per i nemici della Chiesa bisognosi di redenzione. Ricordiamoci sempre, addirittura il diritto canonico, ce lo rammenta, i fedeli verso di noi hanno solo diritti, noi verso di loro solo doveri. Sia questa la nostra ascesi, la buona battaglia di chi si fa tutto a tutti per salvarne ad ogni costo qualcuno (Cfr. 1 Corinzi 9,22) come ambasciatori per Cristo, per mezzo dei quali è Dio stesso che esorta: lasciatevi riconciliare (Cfr. 2 Corinzi 5,20).

Don Giacinto Torchia